BoJo in difficoltà: troppe decisioni e scelte sbagliate

| La stella dell’uomo forte della Brexit si sta offuscando: invece di pensare ai problemi del Paese, afflitto dal Covid-19 e da una crisi economica pesantissima, si concentra sul altro

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La Gran Bretagna è nel mezzo di un disastro epocale: con uno dei tassi di mortalità più alti del mondo, almeno 52.000 persone sono morte a causa del Covid-19. Ma sempre più voci critiche nel Paese puntano il dito sulle scelte di Boris Johnson, che invece di affrontare la crisi di petto, sembra più preoccupato del possibile rimpasto della sua squadra di governo. Fra i grattacapi di BoJo anche la notizia diffusa dal “Sunday Times” sul blocco delle misure che avrebbero reso più facile per le persone trans cambiare genere sul loro certificato di nascita. E mentre le proteste ispirate dal movimento “Black Lives Matter” hanno travolto tutto il Regno Unito, il premier si è limitato a condannare la rimozione di una statua che ritraeva uno schiavista, e ha bollato le vernici che hanno deturpato un monumento a Winston Churchill, come “uno sforzo in più cancellabile con photoshop”.

Mentre il governo lotta contro l’incessante marcia mortale della pandemia, Johnson ha trovato anche il tempo di annunciare la fusione di due grandi dipartimenti governativi: il Foreign and Commonwealth Office (FCO), che sovrintende alla politica estera del governo britannico, e il Department for International Development (DFID), che gestisce la politica degli aiuti. Lo scopo: unificare gli aiuti esteri agli interessi nazionali.

La stranezza è che il governo di Johnson siede su una schiacciante maggioranza di 80 voti a Westminster che gli permetterebbe di fare tutto ciò che vuole. Eppure secondo gli esperti sembra alle prese con una campagna elettorale, malgrado manchino ben quattro anni all’appuntamento con le urne. In realtà Johnson avverte scricchiolii sinistri: la conclamata fatica a riprendersi dal coronavirus e l’incertezza dimostrata nell’affrontare la pandemia e la crisi economica, avrebbero convinto i Tories e “far scaldare” Rishi Sunak, l’attuale ambizioso cancelliere dello scacchiere.

Eppure la base elettorale di Johnson è decisamente più ampia di un tempo, e comprende molti elettori di zone che in passato erano roccaforti del partito laburista, come le ex città industriali delle Midlands, del Galles e dell’Inghilterra nordoccidentale. Molti sono stati attratti dalla promessa elettorale di “Mettere la parola fine alla Brexit”. Una promessa mantenuta alla fine di marzo, quando la Gran Bretagna ha ufficialmente lasciato l’Unione Europea, e il dibattito è passato da una battaglia ideologica a questioni pratiche e perfino più delicate sul commercio e la pesca.

Negli anni ‘90, quando lavorava come corrispondente del “Daily Telegraph” a Bruxelles, BoJo si era fatto notare firmando articoli che ritraevano l’UE come un incubo normativo. Dalle storie sui tentativi di bandire le banane ricurve e di introdurre preservativi più piccoli, la fantasia di Johnson, insieme a quella di altri media di destra, ha contribuito a creare un sentimento sempre più euroscettico.

Il suo periodo come sindaco di Londra, tra il 2008 e il 2016, lo ha reso famoso in tutto il mondo per scelte a volte cervellotiche, e nel 2016, quando è arrivato il delicato momento del referendum sulla Brexit, Johnson ha spinto con tutte le forze per il “Leave”, con tratti populisti e a volte xenofobi. Tra i suoi obiettivi c’erano la UE, gli europei che vivono nel Regno Unito e persino il presidente degli Stati Uniti Obama, contro cui Johnson si è scagliato con forza.

La campagna di Johnson, naturalmente, ha funzionato: la Gran Bretagna ha scelto di lasciare la UE. E adesso, rifiuta categoricamente di chiedere un’estensione del periodo di transizione, nonostante i suoi esperti di politica commerciale insistano sul fatto che la Gran Bretagna ha bisogno di più tempo per negoziare un accordo.

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