Boris Johnson, l置ltimo premier inglese

| ネ un段potesi lanciata da tanti, convinti che la promessa di una Brexit dura possa avere conseguenze impensabili sugli abitanti del Regno Unito, sempre meno uniti

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Irascibile, arruffato, irriverente, gaffeur professionista abituato ad affermazioni pesanti, Boris Johnson, il nuovo premier inglese, ha di fronte una battaglia epocale che nel Regno Unito ha già fatto vittime illustri: la Brexit. Un complicato gomitolo di leggi, trattati, penali, politica, commercio e rapporti interazionali che lui ha dichiarato di voler affrontare come mai nessuno finora: a muso duro. Si esce a tutti i costi il 31 ottobre, con o senza un accordo.

La prima mossa, assai populista, ha aumentato i margini di spesa pubblica promettendo - capita anche lì - più soldi nelle tasche di tutti, meno tasse e rafforzamento dei finanziamenti per ospedali, scuole e forze di polizia. Esattamente il contrario di quanto fatto negli ultimi 10 anni dai governi precedenti, votati al rigore.

Ma Boris, malgrado la vittoria a mani basse nelle file dei Partito Conservatore, è un politico amatissimo e odiatissimo al tempo stesso: impossibile restare freddi e indifferenti di fronte ad un tipo così sopra le righe.

Il suo primo impegno da premier, spargere sui territori del Regno Unito la sensazione del profondo amore per le genti di questo Paese che l’ha spinto a puntare su Downing Street. Purtroppo per lui, un amore non sempre ricambiato. Nel breve giro organizzato all’inizio di questa settimana, Boris si è trovato di fronte a folle di cittadini armati di pernacchie che gli hanno ricordato quanto devastante potrebbe essere un’uscita con “no deal”. In Scozia l’hanno fischiato i sostenitori dell’indipendenza filoeuropea e filo-scozzese. Nicola Sturgeon, il primo ministro, ha bollato la visita di Johnson come del tutto inutile: “gli manca il coraggio di affrontare gli scozzesi”. In Galles non è andata meglio: è stato sommerso dalle critiche per non avere ancora un piano per prevenire le conseguenze più gravi di una hard-Brexit, specialmente per gli agricoltori gallesi. Mark Drakefield, primo ministro del Galles, ha rincarato la dose: “Johnson ha dimostrato una profonda e preoccupante mancanza di conoscenza dei particolari”.

E per finire in Irlanda del Nord, paese che potrebbe dover affrontare le conseguenze più gravi di un no deal - con la nascita di un confine con la Repubblica d’Irlanda e la terrificante realtà di un ritorno ai giorni bui della violenza – che ha accolto Johnson con cortei di manifestanti armati di cartelli che gli ricordavano: “Brexit significa confini”.

Insomma, i grossi problemi di un primo ministro che ha puntato il suo mandato su due obiettivi: arrivare alla Brexit in qualunque modo, e unire il suo paese. Preservare il Regno Unito è fondamentale per il partito di Johnson, ma il concetto non è più così in voga come lo era tra gli elettori prima del referendum.

“Non sarei affatto sorpreso se il no deal finisse per essere ricordato dagli storici come l’evento che distrusse il Regno Unito”, commenta Rob Ford, professore di politica all’Università di Manchester. Dall’altra parte del Mare d’Irlanda, le cose sembrano molto diverse. Il supporto pro-Brexit viene dagli unionisti, che considerano impensabile qualsiasi tipo di separazione dalla terraferma britannica. Un recente sondaggio condotto dalla “Northern Ireland Life and Times” ha confermato che, nel contesto della Brexit, i cittadini che si identificano come irlandesi sono ancora più a favore di un’Irlanda unita. 

In Scozia, “l’opposizione all’indipendenza si allinea con il sostegno alla Brexit. Quando il Partito nazionale scozzese avrà abbracciato un secondo voto di indipendenza per entrare nell’UE, gli unionisti penseranno: ‘perché dovremmo scambiare il dominio di Londra con quello più aperto di Bruxelles?’”. La Scozia ha avuto il suo referendum per l’indipendenza nel 2014: ha votato per rimanere con il Regno Unito con un margine del 55% contro il 45%. All’epoca era descritto come un referendum unico, generazionale e irripetibile. Poi è arrivata la Brexit.

Se si considera che il 62% degli scozzesi ha votato per rimanere nell’Unione europea e che di Johnson minaccia la forma più dura di Brexit, si comincia a capire perché i nazionalisti scozzesi si sentono ottimisti per un secondo voto di indipendenza. A conti fatti, Irlanda del Nord e Scozia potrebbero allontanarsi dall’abbraccio unionista di Boris Johnson.

Il quadro è leggermente diverso in Galles, che ha votato per lasciare la UE ma non possiede un forte movimento indipendentista. In compenso, può contare su un forte movimento nazionalista che storicamente non ama il Partito conservatore e detesta la retorica di Johnson. Un caso emblematico è stato quello delle elezioni suppletive di giovedì nelle regioni di Brecon e Radnorshire, quando la maggioranza del partico conservatore è uscita dalle urne pesantemente ridimensionata. 

Sembra improbabile che la politica aggressiva di Johnson possa convincere tutti e quattro gli angoli del Regno Unito: se fossero indette nuove elezioni - cosa che la maggior parte degli analisti si aspetta - allora fare appello all’intero Regno Unito potrebbe non essere una saggia strategia elettorale.

Mentre Boris si arrovella le meningi, un gruppo composto da illustri matematici ed economisti gli ha fatto i conti in tasca: le promesse del premier potrebbero costare 50 miliardi di sterline all’anno, una cifra ben peggiore del conto del divorzio presentato da Bruxelles. Ma Johnson non è nuovo a spararle grosse: quand’era sindaco di Londra aveva accarezzato l’idea di un nuovo aeroporto cittadino sulle rive del Tamigi. Poi gli hanno vedere i conti. E non gli era andata molto meglio con le bici in affitto - chiamate “Boris Bikes” – che al contrario di quanto è successo in altre capitali come Parigi, nella capitale inglese non sono mai state un guadagno ma una spesa aggiuntiva: al comune costano ogni anno 225 milioni di sterline.

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