Gilet Jaune, la resa dei conti

| Quarto sabato di scontri e timore che la situazione possa degenerare: Parigi in stato d’assedio, sequestrate armi, molotov e spranghe di ferro. Oltre 8.000 agenti a presidiare la città

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“L’attacco finale a Macron”, com è stato definito, inizia verso le 10 di questa mattina, quando un migliaio di “gilet jaune” confluiscono sugli Champs-Elysee: la polizia li blocca, iniziano le perquisizioni. Qualcuno finisce sui cellulari della Gendarmerie: a fine mattine saranno i numeri a dare l’entità della protesta, con 481 perquisizioni e 211 fermi per possesso di armi come “bottiglie molotov, martelli e spranghe di ferro”, precisa Camille Chaize, portavoce della polizia.

Urlano “Macron dimettiti”, perché ormai è guerra aperta, e ne resterà solo uno: i francesi o Emmanuel Macron, il presidente che ha sperato di bloccare disordini e proteste congelando gli aumenti sui carburanti. Per poi scoprire che non bastava più: chi scende in piazza lo fa perché vuole la sua testa, e nulla di meno.

Il centro di Parigi è sotto assedio: 8mila agenti in assetto di guerra che vanno ad aggiungersi agli 89mila schierati in tutta la Francia, perché se è vero che l’epicentro della protesta è la capitale, numerose altre città si sono fatte sentire anche in modo pesante. Ad accendere ancor di più gli animi le scene dei 151 studenti del liceo Mantes-la-Jolie, alla periferia di Parigi, costretti dalla polizia a inginocchiarsi con le manette ai polsi: immagini che hanno costretto il ministro dell’istruzione Jean-Michel Blanquer a prendere posizione annunciando l’apertura di un’inchiesta.

Una giornata bollata dall’Eliseo come “un tentativo di golpe”, iniziata con l’annuncio di chiusura di negozi e musei, compresi simboli di Parigi come il Louvre, la Tour Eiffel, l’Arc de Triomphe e l’Opera, sospensione delle partite di campionato ed eventi natalizi. Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, ha anche ordinato la chiusura di una ventina di stazioni della metropolitana e deviazione delle linee degli autobus, oltre alla rimozione di “duemila elementi di arredo urbano come panchine e segnali stradali”, per evitare di fornire strumenti alla furia devastatrice dei manifestanti. Il timore serpeggiante è quello di scontri che alla fine potrebbero avere conseguenze ben più gravi dei tre sabati che hanno preceduto quello dell’8 dicembre, quarto consecutivo di proteste. “Di fronte alla violenza sistematica e organizzata, le nostre forze risponderanno con forza”, ha avvisato il ministro dell’interno Christophe Castaner, lasciando capire che chi ha in mente di colpire la polizia troverà ad attenderlo una risposta altrettanto violenta.

A irritare i manifestanti, tanto l’ala moderata quanto i più accesi, è il silenzio di Macron: da quando è tornato dal G20 in Argentina ha evitato di comparire o parlare in pubblico, lasciando ai suoi ministri il compito di gestire la situazione e illustrare le posizioni dell’Eliseo. Si dice che non vuole esacerbare gli animi, e parlerà soltanto la prossima settimana.

Parigi è una città fantasma: rimosse tutte le auto dalle zone interessate dalla manifestazione, vetrine protette da lastre di metallo e la gente barricata in casa, come suggerito dalle autorità. Fra le zone più a rischio l’area degli Champs-Elysee, la Bastiglia, l’Arc de Triomphe e boulevard Haussmann, presidiate dalle forze dell'ordine anche le Tuileries, Montparnasse e la Republique.

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