Grenfell Tower, tre anni dopo

| La maggioranza dei sopravvissuti accusa disturbi post traumatici, diverse famiglie attendono ancora una sistemazione e i legali del gruppo di multinazionali coinvolte hanno tentato un ridicolo accordo extragiudiziale

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Tre anni fa, la notte del 14 giugno 2017, la Grenfell Tower si trasformava in un enorme fiammifero alto 24 piani: 250 vigili del fuoco e 45 autopompe lottano per ore contro le fiamme, ma 72 persone muoiono intrappolate nei loro appartamenti e più di 70 finiscono ricoverate in ospedale. Tra le vittime anche del sangue italiano: quello di Marco Gottardi e Gloria Trevisan, due giovani architetti veneti che avevano scelto Londra per costruirsi quel futuro professionale che in Italia non avrebbero mai avuto.

Tre anni dopo il colossale incendio del grattacielo di edilizia popolare di North Kensington, a Londra, i sopravvissuti e le famiglie delle vittime attendono ancora che sia fatta giustizia. Pochi giorni fa, in quella che sembra una beffa, i legali che rappresentano la “Arconic”, la “Whirpool”, la “Rbck”, la “Rydon”, la “Exova” la “Celotex”, i vigili del fuoco e il dipartimento dell’immigrazione della sicurezza, hanno proposto un accordo extragiudiziale, offrendo alle famiglie delle vittime “cifre che vanno dal 10 alle 60mila sterline, poco meno di 68mila euro”. Le famiglie dei due giovani veneti hanno rifiutato: “La perdita di un figlio non ha prezzo, ma una stima così al ribasso apre una nuova ferita per le vite di due ragazzi inghiottiti da un sistema di speculazione sulla pelle di giovani in cerca di lavoro”.

È il triste rintocco di tre anni in cui il rogo della Grenfell Tower ha continuato ad essere l’incubo ricorrente di chi quella notte si è salvato, ma in qualche modo è morto ugualmente. Quasi sette sopravvissuti su dieci sono tutt’ora in cura per disturbo post traumatico da stress.

Il portavoce della “Grenfell United” Karim Mussihly, 34 anni, che nel rogo ha perso uno zio, non usa mezzi termini: “Dopo tre anni siamo ancora qui a dover lottare per avere giustizia: non è stato fatto un solo arresto. Se questo fosse accaduto in una zona più ricca del quartiere, sarebbe stato lo stesso? Non credo”.

Secondo un’indagine, circa 56.000 persone in altri 300 edifici in tutto il Regno Unito corrono ancora lo stesso rischio, poiché gli edifici dove vivono sono coperti dal medesimo rivestimento che ha alimentato l’incendio di Grenfell. Ma ancora una volta, nessuno fa niente.

Promesse di agire in fretta, solite frasi di circostanza in cui nessuno sarebbe stato lasciato indietro, ma nella realtà – lamentano le associazioni dei sopravvissuti - ci sono voluti due anni e mezzo per trovare una sistemazione accettabile a tutti coloro che quella notte hanno perso l’appartamento.

Gli ultimi residenti di Grenfell a ricevere una casa sono stati Behailu Kebede, 47 anni, e la sua famiglia. Vive in un appartamento di tre camere da letto nel seminterrato di un palazzo a West London: ha provato anche a tornare al lavoro, ma non riesce, al minimo rumore accusa attacchi di panico.

Altre sette famiglie che vivevano vicino alla torre attendono ancora sistemazioni permanenti: Mahmod Darabi, 51 anni, che viveva a 150 metri da Grenfell, dice che gli è stato offerto prima un appartamento che grondava di umidità, poi un altro al 15° piano di un edificio, che gli ha provocato attacchi di panico. Ora vive in un alloggio temporaneo nella zona ovest di Londra con la moglie incinta e la figlia di due anni. Mahmod, che soffre di asma e di problemi cardiaci, ricorda: “La notte dell’incendio dormivo: i vigili del fuoco hanno buttato giù la porta di casa a calci e mi hanno svegliato, poi mi hanno portato nella chiesa vicina. Ho passato diversi mesi in un albergo, ma ogni giorno di più capisco che non solo siamo stati dimenticati, ma anche trascurati”.

Un portavoce di Kensington e Chelsea ha tentato una difesa: “Il consiglio ha sempre offerto la possibilità di scelta alle persone al momento del rialloggio, e abbiamo un sistema che permette ai residenti di selezionare e visualizzare le proprietà a cui sono interessati”. È lo stesso ente, ricordano in tanti, che tagliando le spese ha guadagnato 129 milioni di sterline dalla vendita di immobili negli anni precedenti la tragedia. Utilizzando i rivestimenti più economici e non ignifughi che hanno propagato le fiamme, ha risparmiato quasi 300mila sterline.

Il consiglio comunale, che prima del disastro aveva un patrimonio 274 milioni di sterline, ha incaricato l’impresa di costruzioni Rydon di eseguire la ristrutturazione dopo che questa aveva presentato un’offerta di 2,5 milioni di sterline in meno rispetto alla concorrenza.

Ma lo scorso anno, 12 dirigenti del council hanno ricevuto un bonus di 93.174 sterline, mentre a 52 membri dello staff che lavorano nel settore abitativo sono state elargite 131.804 sterline a testa.

Ottenere giustizia per i morti è un  processo dolorosamente lento. L’inchiesta sull’incendio, che l’allora primo ministro Theresa May aveva rassicurato non avrebbe lasciato “nulla di intentato”, è stata aperta il 14 settembre 2017. Il gennaio successivo, uno dei due consiglieri nominati dal governo per guidare l’inchiesta è stato costretto a dimettersi perché aveva legami con la controversa ditta di rivestimenti collegata alla torre. Un mese dopo il procedimento è stato nuovamente sospeso, mentre le società e le organizzazioni coinvolte hanno chiesto al procuratore generale Suella Braverman precise rassicurazioni riguardo alle prove fornite, da non utilizzare contro loro stessi in nessun futuro procedimento giudiziario.

A metà marzo, l’arrivo della pandemia ha costretto il tribunale a sospendere le udienze, che riprenderanno fra tre settimane. Una fonte anonima ha rivelato: “Le aziende i cui dirigenti rischiano di essere perseguiti penalmente hanno assunto avvocati che stanno usando ogni trucco possibile per rallentare l’inchiesta”.

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