Il Black Friday di Trump

| Un venerdì nero fatto di tweet che fanno infuriare il Congresso, di dichiarazioni pubbliche dei testimoni e di incriminazioni e condanne di suoi stretti collaboratori. L’aria intorno alla Casa Bianca si fa pesante

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Ironicamente, i giornali americani definiscono il venerdì appena trascorso come il “Black Friday” di Donald Trump. Non perché il presidente si sia abbandonato alle spese natalizie anzitempo, ma perché per lui è stato davvero un venerdì nero. Uno dei giorni peggiori da quando si è insediato alla Casa Bianca.

Tutto nasce dall’inchiesta sull’impeachment che sta portando davanti al Congresso una sfilata di testimoni, le cui dichiarazioni finiscono in pasto agli americani senza soluzione di continuità. E sono una peggiore dell’altra, specie se viste dalle finestre dalla Casa Bianca, dove l’aria inizia a farsi pesante assai.

Ieri era il turno di Marie Yovanovitch, ex ambasciatrice americana a Kiev, in Ucraina, che negli stessi momenti in cui prendeva la parola, è diventata l’oggetto dei furiosi tweet di Donald Trump. Il più tenero suonava più o meno così: “Ha fatto disastri ovunque sia stata”.

Ma l’esternazione trumpiana non è sfuggita ad Adam Schiff, presidente della commissione di intelligence della camera, che ha interrotto l’udienza per ricordare che “L’intimidazione di un testimone, e per di più in tempo reale, è un reato e una velata minaccia verso tutti coloro che vogliono farsi avanti. Il comportamento del presidente sarà preso nella massima considerazione quando sarà il momento di tirare le somme sulla sua messa in stato di accusa”.

La diplomatica Marie Yovanovitch, da Trump definita una “bad news” in un colloquio telefonico con il presidente ucraino, stava raccontando al Congresso di aver sentito sulla propria pelle le minacce del presidente: “Quando ho letto la trascrizione della telefonata ero sotto shock: è stato terribile capire che il presidente aveva perso ogni fiducia in me. Non mi fu mai data alcuna spiegazione sui motivi del mio allontanamento”. A questo, poco si era aggiunta una campagna diffamatoria architettata da Rudy Giuliani: “Avevano capito che è facile rimuovere un ambasciatore che non dà loro quello che volevano, interessi che ho subito ritenuto loschi”.

Ma questa è solo la prima pagina del venerdì nero di Trump, costretto qualche ora prima ad ingoiare l’incriminazione del suo avvocato e mentore Rudy Giuliani da parte della procura di New York nell’ambito dell’Ucrainagate. L’ex sindaco della Grande Mela dovrà rispondere di violazione delle norme sui finanziamenti elettorali, azione di lobby in paesi stranieri e corruzione.

Finito? Macché. A infiocchettare la giornata ci ha pensato Roger Stone, ex responsabile della campagna elettorale di Trump, condannato dal tribunale di Washington a tutti e sette i capi d’accusa scaturiti dall’inchiesta Russiagate del superprocuratore Robert Mueller, fra cui intralcio alla giustizia, falsa testimonianza davanti al Congresso e aver fatto da tramite fra il comitato elettorale, gli hacker russi e WikiLeaks.

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