Il libro denuncia sulla polizia che sta scuotendo la Francia

| Per due anni, il giornalista Valentin Gendrot si è finto un agente per scrivere un libro in cui ha raccontato decine di episodi abusi e razzismo, ma anche le difficili condizioni in cui lavorano i poliziotti

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A 29 anni, Valentin Gendrot decide di entrare in polizia: dopo i primi tre mesi di formazione a Saint-Malo, viene assegnato all’infermeria psichiatrica della prefettura di Parigi. Ci resta fino al marzo del 2019, quando finalmente lo spostano alla stazione di polizia del XIX arrondissement, dove si ferma altri sei mesi. A spingerlo verso le forze dell’ordine non è il sacro fuoco di chi sente di voler combattere il crimine, ma la volontà di concludere un’inchiesta su cui lavora da tempo: aprire uno squarcio sulle violenze della polizia e sul fenomeno – tenuto fin troppo nascosto – dell’enorme numero di suicidi fra gli agenti in divisa.

Perché Valentin Gendrot in realtà è un giornalista laureato in scienze dell’informazione a Bordeaux, che ha scelto il difficile taglio del giornalismo investigativo. La sua esperienza nelle file della polizia francese dura in totale due anni, sufficienti per raccogliere materiale che finisce sulle pagine di “Flic. Un journaliste a infiltré la police”, un libro pubblicato da una piccola casa editrice (Goutte d’Or), che oltre a diventare un enorme successo di vendite, sta sconvolgendo la Francia nel profondo.

Quello di Gendrot è il racconto dell’immersione sotto copertura di un giornalista che, come molti francesi, voleva riuscire a capire se la violenza e il razzismo della polizia fossero un sistema collaudato e se il malessere degli agenti sia così profondo da portare al suicidio.

Gendrot si rende conto fin dal primo giorno di essere finito nel posto giusto: vede e racconta con minuzia episodi di ordinaria e gratuita violenza come il caso di un uomo in stato di fermo che chiede di andare al bagno per tre volte nel giro di pochi minuti. Quanto basta perché un agente perda la pazienza e inizi a coprirlo di botte. Non passa neanche un’ora e una donna di 70 anni che vorrebbe sporgere denuncia contro il marito che l’ha appena minacciata di morte, si sente rispondere: “Se succede di nuovo ci avvisi”. Gendrot fa parte della pattuglia che interviene dopo aver ricevuto la segnalazione di alcuni schiamazzi, e questa volta è un 16enne ad avere la peggio, coperto di botte senza alcun motivo da un agente che si era innervosito. Giorni dopo, il ragazzino tenterà di sporgere denuncia contro l’agente, ma Gendrot e gli altri sono costretti a mentire per evitare al collega problemi disciplinari: è stato il ragazzo a provocare e insultare, scrivono sul verbale, anche se sanno che la verità è esattamente all’opposto. Gli agghiaccianti racconti delle violenze vanno avanti, una pagina dopo l’altra: un gruppo di migranti viene rinchiuso in un furgone della polizia, gli agenti li portano in aperta campagna, li coprono di botte e se ne vanno. I neri e gli arabi sono i “batards”, e subiscono ogni tipo di angheria: la regola è quella dell’omertà, una sorta di “Fight Club” in cui quel che succede su un’auto, su un furgone o in caserma non deve uscire dall’auto, dal furgone o dalla caserma. Sono le regole di una specie che si autogestisce, ma non tutti gli agenti sono così - ammette Gendrot - eppure la quasi totalità sa perfettamente cosa succede ma non parla perché ha paura di rimetterci il lavoro o subire rappresaglie.

Il momento peggiore, quando il giornalista viene scoperto casualmente: una sera, su “France 2” va in onda un’inchiesta sul lavoro precario a cui aveva collaborato mentre si fingeva un magazziniere della Lidl con una telecamera nascosta. “Ad un certo punto sono apparso in primo piano, perfettamente riconoscibile . Un agente della mia stessa squadra lo vede e mi chiede, “ma sei un giornalista o un poliziotto?”. Per una sorta di istinto di sopravvivenza, rispondo: “Queste sono le chiavi del mio armadietto: vai e controlla se ci sono telecamere nascoste”. Mi ha creduto, ma da quel momento ho dovuto fare estrema attenzione, perché ho notato che in molti iniziavano a guardarmi male. Nei due anni di servizio ricordo di aver provato enorme pena per un poliziotto del XIX arrondissement che si era tolto la vita: non faceva parte della mia brigata, ma quel giorno ho visto poliziotti grandi e grossi armati di tutto punto piangere disperati: nel solo 2019, i suicidi fra le forze dell’ordine sono stati 59, quasi tutti coperti dal silenzio”.

Gendrot ricorda l’arrivo alla stazione del XIX arrondissement: “Ci sono voluti tre o quattro mesi per integrarmi, ma prima era stato perfino peggio: sono arrivato all’infermeria psichiatrica della Questura di Parigi dopo un breve e approssimativo periodo di formazione. Continuavo a ripetermi che non ce l’avrei mai fatta e a chiedermi se fosse il caso di mollare, il piano era di fare tre mesi di corso e sei in una stazione di polizia, non avevo programmato di passarci così tanto tempo. Il mio obiettivo era sollevare i due grandi tabù di questa istituzione: volevo raccontare la vita quotidiana di un poliziotto in una stazione di polizia di un quartiere popolare. E ora so che si tratta di un lavoro niente affatto facile, devi essere psicologicamente solido, sapere affrontare la miseria umana e sopportare ogni giorno scene durissime che ti si piantano nel cervello. Spero che dopo tutto questo anche il ministro degli Interni si renda conto che la formazione degli agenti è un problema: dopo tre mesi di scuola ti danno un’arma e contrariamente a quanto accade in Gran Bretagna, in Francia sono gli agenti di polizia a controllare gli agenti di polizia, il che spiega perché si sentano al sicuro”. Per adesso, una reazione il ministro degli interni Gerald Darmanin, l’ha avuta: bollare il libro come “un’operazione commerciale”.

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