La Francia scopre “la truffa Le Drian”

| Fra il 2015 e l’anno successivo, una banda di abili truffatori ha sottratto 80 milioni di euro a imprenditori fingendo di essere il ministro degli esteri francese: il denaro sarebbe servito per liberare ostaggi nelle mani dei terroristi

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C’era un senso di inquietudine e di urgenza, nel tono di voce di colui che affermava di essere il ministro della difesa francese, Jean-Yves Le Drian: “Stiamo parlando della vita di cittadini francesi che vorremmo liberare. Se non agiamo in fretta aspettiamoci il peggio - raccontava al telefono - ho bisogno di sapere chi è disposto a unirsi a noi in questa missione, con l’obiettivo di portarla a termine. Se la risposta è sì, sarà mio compito avvertire la presidenza della possibilità che qualcuno può fare da mediatore”. All’altro capo del telefono c’era Olivier de Boisset, manager francese a capo di una società informatica con sede in Niger. A De Boisset è stato appena chiesto di inviare più di 2 milioni di dollari per aiutare a liberare gli ostaggi francesi detenuti dai terroristi in Mali. La voce al telefono raccontava che la Francia aveva necessità dell’aiuto di de Boisset per trasferire i fondi perché ufficialmente il paese segue la politica di non trattare con i terroristi e non pagare i riscatti, ma ufficiosamente lo fa, e attraverso la banca centrale francese rimborsa chi accetta di aiutare il Paese.

De Boisset nutriva qualche sospetto, ma non avrebbe mai potuto immaginare la portata della truffa in cui era appena stato coinvolto. Non solo non c’era alcun ostaggio francese in Mali, ma era appena diventato l’ultima vittima eccellente di una geniale trappola multimilionaria durata due anni che ha coinvolto più di 150 persone, tra cui l’Aga Khan, il primo ministro norvegese, l’arcivescovo di Lione, il proprietario dell’azienda vinicola “Chateau Margaux”, il re del Belgio, il direttore generale dell’UNESCO e numerosi amministratori delegati di importanti aziende. Ama sono solo alcuni dei nomi caduti nella rete, dopo diversi tentativi di coinvolgere ambasciate e governi di più di 50 paesi.

In Francia la chiamano “la truffa del secolo”, messa in moto abilmente impersonando l’ex ministro della difesa Jean-Yves Le Drian per accumulare 80 milioni di euro, ufficialmente “prestati” per pagare i riscatti che sarebbero serviti per liberare gli ostaggi francesi detenuti da terroristi islamici. Una parte del denaro è stata recuperata, del resto non c’è traccia.

Sei dei truffatori sono attualmente sotto processo a Parigi per “la truffa Le Drian”, mentre un settimo imputato è sotto processo per un complotto simile che ha come protagonista involontario di Alberto di Monaco.

Secondo molte delle vittime, per guadagnarsi la fiducia dei ricchi interlocutori, ad una prima telefonata seguiva una videochiamata su Skype in cui l’autore della truffa indossava una maschera di silicone del volto di Le Drian mostrandosi seduto in una replica perfetta dell’ufficio del ministro, con tanto di tricolore francese al fianco della bandiera dell’Europa alle sue spalle.

Un altro di personaggi presi di mira nel giugno 2016 è stato Bruno Paillard, proprietario di una prestigiosa azienda di champagne a Reims, nel nord della Francia. “L’immagine non era molto precisa e la voce un po’ strana: la scusa era che si trovavano in un bunker del ministero”.

Una truffa organizzata in modo maniacale: il falso Le Drian aveva fatto i compiti casa, sapeva perfino quanti figli aveva, e oltre alle chiamate su Skype, Paillard ha ricevuto lettere su carta intestata ufficiale del ministero, ma ancora non è bastato a convincerlo: ha preferito rivolgersi alla polizia per avere delucidazioni. “Come produttori di champagne rendiamo felici la gente, ma non siamo necessariamente bravi a salvare la vita di persone che sono detenute in paesi stranieri”. 

Il produttore di vino Guy-Petrus Lignac era altrettanto stupito di quanto i truffatori sapessero della sua vita: “Sapevano che in passato ero stato un agente di polizia, e non è una cosa che si sa in giro, non gira su Internet. Mi ha colpito”. Ma molte delle vittime erano scettiche e si sono rivolte al ministero della Difesa per denunciare le chiamate. Nell’estate del 2015 il ministero ha allertato i servizi segreti e gli investigatori e dopo mesi di indagini, nell’arile del 2016 è stata avviata un’indagine ufficiale. Pochi giorni dopo, le ambasciate francesi di tutto il mondo sono state avvertite del pericolo di una possibile truffa, ma il ministero ha anche ritenuto non necessario divulgare la notizia agli organi di stampa.

L’uomo d'affari turco Inan Kirac, è stato contattato nel novembre 2016 e nel giro di un mese ha consegnato 47 milioni di dollari attraverso nove bonifici su conti bancari in Cina, convinto che servissero per liberare due giornalisti francesi tenuti in ostaggio in Siria. Poco dopo si è reso conto di essere stato truffato e ha iniziato a registrare le conversazioni. In una si sente discutere con un uomo che definisce uno stretto collaboratore del ministro Le Drian: “Signor Kirac, prima di tutto volevo esprimere le mie condoglianze per l’attentato di Istanbul, ho saputo che due suoi amici sono rimasti feriti. Mi auguro che il 2016 sia l’anno che possa segnare la definitiva sconfitta definitiva del terrorismo”.

Delphine Meillet, l’avvocato che rappresenta il vero Le Drian, attuale ministro degli Esteri francese: “All’epoca, nel 2015, la tecnica era quella di giocare sui timori del terrorismo, in un momento in cui la Francia iniziava ad essere colpita in modo pesante. In più, quando lo Stato ti chiede di fargli un favore, di aiutarti a combattere il terrorismo, come puoi dire di no? Come si fa a dire di no a un ministro?”.

La voce del falso Le Drian sarebbe quella di Gilbert Chikli, un franco-israeliano accusato di essere la mente dell’operazione. È accusato di frode organizzata e usurpazione di identità: è un uomo di 54 anni descritto come un moderno Victor Lustig, il famigerato truffatore che nel 1925 riuscì a vendere la Torre Eiffel a un commerciante di rottami metallici, un emulo francese di Totò nel celebre film in cui vende la Fontana di Trevi ad un turista americano.

Un altro imputato nel processo, Anthony Lasarevitsch, è stato arrestato insieme a Chikli: sul suo cellulare, gli investigatori hanno trovato le foto di una maschera di silicone del Principe Alberto II di Monaco, scatenando un altro filone di indagine che non è ancora stato concluso.

Chikli stava scontando una pena a Kiev, in Ucraina, ma è stato estradato in Francia: ha ammesso di aver preso parte alla “la truffa Le Drian”, ma dice di non essere lui la mente. Il suo avvocato, Stephane Sebag, assicura che l’intera accusa si basa su una debole analisi dei campioni di voce e che le registrazioni “sono di scarsa qualità. Questo non basta a considerarlo colpevole”. Se condannato, rischia fino a 14 anni di carcere e una multa di 2 milioni di euro: il verdetto è atteso per il prossimo 11 marzo.

Lo scorso anno, il vero Le Drian ha reagito alla truffa: “Sono stati piuttosto convincenti e purtroppo ci sono state delle vittime. Sono costretto ad ammetterlo: hanno architettato una truffa enorme con grande maestria”.

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