La scomoda verità delle spettacolari residenze inglesi

| Dietro la bellezza a volte fiabesca di palazzi immersi nel verde, si nasconde il risvolto meno conosciuto dell’impero britannico, fra schiavitù e colonialismo. Luoghi che il “National Trust” ha censito, scatenando le polemiche

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Non sono solo i monumenti più iconici e la Royal Family, a rappresentare il fascino discreto ed elegante del Regno Unito. Grazie alla popolarità di serie di successo come “Downton Abbey”, ai turisti piace da impazzire scoprire l’architettura nobile e austera anglosassone, che si svela semplicemente vagando per le città: insieme ai nomi delle strade - per lo più declinate su “Royal” e “Queen” - sono l’ultimo residuato del periodo storico in cui Londra svettava senza rivali sul mondo intero.

È sufficiente svoltare un angolo per trovarsi immersi in zone che ricordano i paesini delle fiabe, con edifici pieni di torrette, finestre in legno e praticelli verdi perfettamente curati. All’interno, quando si ha la fortuna di visitarne qualcuno trasformato in museo, stanze piene di oggetti d’arte provenienti da tutto il mondo.

Ma c’è un lato più inquietante e meno conosciuto di quest’apparenza idilliaca: molte di queste tenute sono legate in modo indelebile al periodo della schiavitù e del colonialismo. E anche se le loro origini sono state trascurate, ora si ritrovano di fronte al dibattito che infuria di una Gran Bretagna costretta a fare i conti con il suo passato imperiale.

Al centro della controversia c’è un nuovo rapporto del “National Trust”, organismo patrimoniale creato nel 1895 per preservare luoghi di bellezza naturale e di interesse storico in Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord. Pubblicato questo mese, il rapporto individua 93 luoghi, circa un terzo di tutte le sue proprietà, che sarebbero stati realizzati grazie al bottino del periodo cupo della schiavitù e del colonialismo. Tra queste spiccano “Chartwell”, l’ex residenza di Winston Churchill, nella zona sudorientale del Kent, la spettacolare “Lundy Island” del Devon, dove i detenuti venivano usati come manodopera non pagata, e “Speke Hall”, vicino a Liverpool, il cui proprietario, Richard Watt, commerciava rum prodotto dagli schiavi e nel 1793 acquistò una nave negriera che portava migliaia di gente di colore dall’Africa alla Giamaica.

Si è scoperto che circa 29 proprietà hanno beneficiato di un indennizzo nel 1837, dopo che il possesso di schiavi fu abolito in Gran Bretagna, tra cui “Hare Hill” nel Cheshire, dove i proprietari, la famiglia Hibbert, ricevette l’equivalente di 7 milioni di sterline a titolo di compensazione per la perdita del business schiavista con cui aveva fatto fortuna.

Il National Trust ha scelto di non voler nascondere il problema a causa della crescente consapevolezza dell’opinione pubblica che, nel Regno Unito, ha fatto notizia con l’abbattimento a Bristol della statua che raffigurava un mercante di schiavi del XVIII secolo. “In un momento in cui c’è un enorme interesse per il colonialismo in senso lato e per la schiavitù in senso più stretto, ci è sembrato appropriato, dato che abbiamo a cuore tanti siti di interesse storico, commissionare un rapporto che sapesse guardare e valutare la portata dei retaggi coloniali che ancora oggi si riflettono su quei luoghi”, commenta John Orna-Ornstein, direttore culturale del National Trust.

Ma non tutti sono d'accordo, e in alcuni casi la risposta è stata di indignazione e di rabbia. Quando il National Trust ha svelato per la prima volta il rapporto in occasione della Giornata della Memoria della tratta degli schiavi e della sua abolizione da parte dell’UNESCO, c’è stato un inevitabile contraccolpo in tutto il Paese. Le risposte via social a immagini che raccontavano come il mogano abbattuto dagli schiavi fosse usato per costruire mobili per le case signorili nel XVIII secolo, hanno scatenato un’ondata di disprezzo. In tanti hanno cancellando il proprio “like” dal National Trust per protesta, dicendo che la storia non poteva essere cambiata e che gli edifici storici erano lì per essere goduti, e del loro passato non importava più niente a nessuno. L’ex redattore di “Specator” Charles Moore, ha accusato il Trust di aver creato un “manifesto vergognoso” che rifiuta l’obiettività a favore di un’interpretazione arbitraria della storia volta a “creare vergogna nell’essere britannici. Churchill è uno dei più grandi eroi della nostra storia, ha saputo riunire il mondo intero per sconfiggere il nazismo. Sorprenderà e deluderà la gente scoprire che il National Trust sembra farne oggetto di critiche e polemiche”.

Da parte sua, il Trust afferma che sta solo fornendo un contesto storico aggiuntivo: “Il nostro ruolo è molto chiaro ed è quello di essere il più aperti e onesti possibile, raccontando la storia completa e non di comodo dei luoghi e delle collezioni che ci stanno a cuore”. Per Trevor Burnard, professore specializzato in storia della schiavitù ed emancipazione alla “Hull University”, “Per molto tempo che la Gran Bretagna è stata pesantemente coinvolta sia nella schiavitù che nella sua abolizione, ma sono altrettanto convinto che abbiamo fatto molta strada per evitare di nascondere le pagine più infamanti del nostro passato”. Anshuman Mondal, professore di letteratura moderna all’Università dell'East Anglia, parla invece di una totale mancanza di alfabetizzazione razziale dei Paesi occidentali: “Quasi tutte le residenze di campagna costruite in quel periodo avevano un qualche rapporto con la ricchezza generata dalla schiavitù, dal colonialismo mercantile e dall’imperialismo territoriale. Dovremmo sentirci in imbarazzo e vergognarcene. Ma questo non significa che sia sufficiente non parlarne mai per cercare di dimenticare: la questione chiave è l’atteggiamento da assumere nei confronti del passato”.

Per tanti, il rapporto del National Trust, insieme al movimento “Black Lives Matter”, riflette un punto di vista più ampio: “Se si pensa ai legami indiretti con la schiavitù, tutta la nostra società è strutturata su questo. L’intera Rivoluzione Industriale è stata resa possibile grazie ai proventi della schiavitù”.

Il National Trust evidenzia anche un progetto già esistente, il “Colonial Countryside”, gestito in collaborazione con l’Università di Leicester, che mira a educare i giovani sui legami che corrono tra le colonie dell’Impero britannico, la schiavitù, l’oppressione e l’architettura residenziale.

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