L’Alta Corte australiana assolve il cardinale Pell

| Accusato da un uomo che afferma di essere stato violentato insieme ad un compagno di coro, morto suicida, l’alto prelato scagionato al terzo grado di giustizia. La sentenza non è appellabile

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Annullamento dei cinque capi d’accusa e immediata scarcerazione: si conclude con una sentenza dell’Alta Corte australiana che farà discutere a lungo, la vicenda che vedeva come unico imputato il cardinale George Pell, accusato di violenza e abuso su minori.

La sentenza, emessa dal giudice Susan Kiefel, mette fine ad una battaglia legale durata cinque anni e iniziata quando un uomo sulla trentina si è rivolto alla polizia sostenendo che Pell aveva abusato di lui quando era bambino, alla metà degli anni Novanta.

All’epoca, Pell era tesoriere del Vaticano, diventando il funzionario cattolico di più alto rango mai accusato di reati sessuali su minori. Pell non ha mai smesso di negare strenuamente le accuse a suo carico.

Nella sintesi della sentenza, l’Alta Corte ha affermato che la giuria “nutriva dubbio sulla colpevolezza per ciascuno dei reati, e in funzione di quello ha ordinato che le condanne fossero annullate con sentenza di assoluzione completa”. Il nome del cardinale sarà anche cancellato dal registro australiano delle persone segnalate per pedofilia.

In una nota rilasciata dal carcere di Victoria’s Barwon, Pell ha dichiarato di non nutrire alcun desiderio di vendetta nei confronti del suo accusatore: “Non voglio che la mia assoluzione aggiunga altro dolore e amarezza. Il punto era se avessi commesso o meno questi terribili crimini, e non l’ho fatto”.

L’accusatore di Pell non ha ancora commentato la sentenza, ma in una dichiarazione rilasciata l’anno scorso aveva assicurato che il processo lo riportava in luoghi che gli ricordavano “i miei momenti più bui, in credevo non sarei più tornato”.

Pochissime persone erano presenti nella piccola aula di Brisbane quando è stata letta la sentenza, in netto contrasto con le precedenti udienze, quando critici e sostenitori hanno formato lunghe code per assicurarsi un posto in aula. I confini dello Stato chiusi e le distanze sociali imposte a causa della pandemia hanno impedito a molti di raggiungere Brisbane, a due ore di volo da Melbourne, dove si sarebbero svolti i fatti.

Il verdetto di colpevolezza della giuria si basava sulle prove di un uomo che accusava l’allora arcivescovo Pell di aver abusato di lui e di un suo compagno di coro al termine di una messa nella Cattedrale di San Patrizio, a Melbourne. All’epoca, i due ragazzi avevano 13 anni. Ma il secondo uomo non ha mai raccontato a nessuno dell’aggressione e si è tolto la vita nel 2014, prima che le accuse venissero alla luce.

L’accusatore sosteneva che Pell li ha costretti in un angolo della sacrestia e costretti a compiere atti sessuali. Nessuno ha assistito alla presunta aggressione e non sono mai emerse prove fisiche: era solo la parola di un uomo contro quella di un altro. La testimonianza della presunta vittima non è mai stata divulgata completamente, ma la giuria l’aveva trovata così convincente da raggiungere un verdetto di colpevolezza all’unanimità. Durante il processo Pell non è mai salito sul banco dei testimoni, ma il suo avvocato ha ricordato alla corte che le accuse erano così poco plausibili che solo un “pazzo tenterebbe di violentare dei ragazzi” in un momento e in un luogo simile.

La sentenza dell’Alta Corte, che non può essere appellata, sarà accolta con sollievo dal Vaticano, che si era impegnato a condurre una propria indagine interna su Pell.

Secondo i legali, la sentenza rappresenta un duro colpo verso le vittime di abusi, la cui fiducia nel sistema legale era stata rincuorata dal primo verdetto di colpevolezza. Lo stesso presidente della Conferenza episcopale cattolica australiana, l’arcivescovo Mark Coleridge, ha riconosciuto che la sentenza sarà per alcuni “devastante”. Ma il verdetto non cambia l’impegno della Chiesa per una “risposta giusta e compassionevole ai sopravvissuti e alle vittime di abusi sessuali su minori”.

Lo scorso febbraio, dopo che la condanna è diventata pubblica, la Chiesa ha confermato che la posizione di Pell all’interno del segretariato per l’economia non era stata rinnovata. E, insieme ad altri due cardinali, aveva perso anche il suo posto nel piccolo concilio dei consiglieri del Papa.

Il cardinale era stato condannato nel dicembre 2018 dopo il secondo dei due processi tenutisi in segreto per non pregiudicare il terzo procedimento. Il primo si è concluso con la ricusazione della giuria, quando i 12 giurati non sono riusciti a raggiungere un verdetto dopo diversi giorni di camera di consiglio. Il secondo processo ha portato a una condanna a sei anni di carcere iniziata il 13 marzo 2019. A quel punto, il suo team legale ha portato il caso alla Corte d'Appello di Victoria, sostenendo che c’erano 13 ragioni per cui i giurati avrebbero dovuto nutrire un ragionevole dubbio sulla colpevolezza.

Pell ha trascorso poco più di un anno in prigione, in completo isolamento a causa dell’età, della salute precaria e per motivi di sicurezza. Dopo la sentenza dell’Alta corte, la polizia di Victoria ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che rispetta la decisione ma anche l’intenzione di sostenere i denuncianti coinvolti: “Continuiamo a indagare sui reati di violenza sessuale e a fornire giustizia alle vittime, non importa quanti anni siano passati”.

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