Mashrou’ Leila, la band che va fermata

| In Libano, una campagna per mettere a tacere un gruppo indie rock ha galvanizzato l’estrema destra cristiana del Paese. Un loro concerto è stato cancellato per le minacce “di una strage” giunte agli organizzatori

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Non sono solo canzonette, non in Libano. Ne sanno qualcosa i quattro musicisti che compongono i “Mashrou’ Leila”, band indie libanese che si è formata nel 2008 nel laboratorio musicale dell’Università Americana di Beirut. All’attivo hanno quattro album in studio e un EP, e fin dall’inizio sono diventati tanto acclamati dalla gente quanto indigesti al potere. Hanno iniziato come tutti, esibendosi in piccoli festival locali in giro per il Libano, ma si sono fatti notare per i loro testi, che parlano di storie d’amore “queer”, di corruzione politica e di settarismo religioso su melodie di ispirazione balcanica.

Il giro di boa al Byblos Festival del 2010, quando Hamed Sinno, la voce solista, gay dichiarato, ha accolto sul palco uno spettatore che gli ha consegnato la bandiera del gay pride: Sinno l’ha sventolata, guadagnandosi una standing ovation. È stata la prima volta che una bandiera arcobaleno è apparsa su un importante palcoscenico libanese. Il concerto è ripreso, e centinaia di giovani hanno cantato in coro le canzoni dei Mashrou’ Leila, dedicate alla corruzione politica e alla violenza della polizia. Fra il pubblico c’era anche Saʿd al-Dīn Ḥarīrī, il primo ministro, a cui la scena non è piaciuta per niente.

Per i Mashrou’ Leila è iniziata una corsa senza fiato verso il successo e la popolarità, ma anche contro l’ostruzionismo governativo. Un altro loro concerto, sicuri di fare il tutto esaurito, era in programma il prossimo 9 agosto, come ospiti dell’edizione 2019 del Byblos Festival. Ma l’evento è stato annullato: gli attivisti cristiani libanesi di destra, che accusano la band di “blasfemia”, hanno minacciato di fermare lo spettacolo “con la forza”, scatenando una violenta campagna social contro il gruppo. 

Ma era solo l’inizio della demonizzazione della musica dei Mashrou’ Leila: la band è stata interrogata dalla polizia e i componenti indagati per aver offeso la religione, anche se secondo il legale che li segue, al momento non esiste alcuna accusa penale a loro carico. Eppure gli organizzatori del festival hanno ceduto alle pressioni degli attivisti cristiani di destra cancellando l’esibizione della band, “per evitare lo spargimento di sangue”.

Una decisione che è trasformata in amarezza e delusione per coloro che durante il celebre concerto del 2010 si erano sentiti finalmente rappresentati da qualcuno: un minuscolo passo in avanti per minoranze che in Libano hanno vita non facile. “Sono in tanti odiarli, ed è per questo che la band è stata vittima di molte notizie false - ha commentato l’avvocato per i diritti umani Nizar Saghieh, che fa parte del team legale che consiglia il gruppo su come muoversi – in Libano non è la prima volta che un artista viene accusato di blasfemia”. Il fulcro della campagna si concentra soprattutto su due brani, “Djin” e “Idols”, entrambi caratterizzati da un gioco di parole (Djin è il diavolo, ma anche il gin).

I fans della band affermano che il significato delle parole è volutamente aperto all’interpretazione, e solo chi vuole vederci male ad ogni costo può pensare al peggio. “Ci sembra doveroso ricordare che abbiamo eseguito queste due canzoni in tutto il Libano dal 2015 in poi senza che nessuno avesse nulla da obiettare. E anche se l’inchiesta ha concluso che non abbiamo commesso alcun reato, l’attacco e le minacce nei nostri confronti hanno continuato ad aumentare”, ha commentato la band in un comunicato.

Per gli analisti e gli attivisti che seguono gli sviluppi politici libanesi, il caso Mashrou’ Leila è l’ennesima prova dell’ascesa di un nuovo tipo di populismo cristiano di destra, ispirato a fenomeni simili che interessano diversi Paesi del mondo.

“C’è nell’aria una sorta di fascismo in avvicinamento, terreno fertile per trovare qualsiasi scusa legata alla religione - ha commentato Rima Majed, professore di sociologia all’Università americana di Beirut – i Mashrou’ Leila sono libanesi: se fosse stata Madonna nessuno avrebbe detto nulla, ma loro sono un obiettivo più facile”.

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