UK, una campagna elettorale al veleno

| Ad una sola settimana dall段nizio della campagna per le elezioni del 12 dicembre prossimo, conservatori e laburisti hanno iniziato una guerra di nervi piene di colpi bassi

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Succede sempre così: quando i politici non riescono a mettersi d’accordo su qualcosa di importante, chiedono al popolo di farlo. Gli inglesi, impantanati nel guado della Brexit, al momento il più clamoroso autogol della gloriosa storia del Regno Unito, di fatto sono una sorta di referendum sulla data del 20 gennaio 2020, quella concessa da Bruxelles e di difficile attuazione, visto che di mezzo c’è il Natale e tutto quello che comporta.

Ma in compenso, l’aria a Westminster è ormai così tesa e confusa che la prima settimana di campagna elettorale si chiude lasciando intuire che non sarà facile arrivare al 12 dicembre integri, e soprattutto che saranno tante le teste che fino ad allora rotoleranno verso il Tamigi.

I conservatori, che guidano il governo, e i laburisti, all’opposizione, si leccano le ferite, facendo i conti con i candidati costretti alle dimissioni perché travolti da scandaletti e rivelazioni.

Per i Tory, il problema più grosso è l’antisemitismo: Kate Ramsden, candidata laburista in Scozia, è stata costretta a dire addio alla propria campagna dopo che il “Jewish Chronicle” ha scoperto un suo post del 2014 in cui paragonava Israele ad un “bambino maltrattato diventato un adulto violento”. A nulla sono valse le scuse: “Capisco che molti ebrei possano essersi sentiti feriti dalle mie parole. Non era mia intenzione e mi scuso senza riserve”.

Questo è successo pochi giorni dopo il caso di Zarah Sultana, un altro candidato laburista, costretta alle scuse per alcuni tweet del 2015, quando era ancora una studentessa, in cui affermava che avrebbe condannato a morte il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush e l’ex primo ministro britannico Tony Blair. Si è anche scusata per un post su Facebook in cui sosteneva il diritto dei palestinesi alla “resistenza violenta”.

“Non giustifico la violenza e non avrei dovuto esprimere la mia rabbia nel modo in cui l’ho fatto, per cui mi scuso”, ha commentato, anche se a differenza della Ramsden, lei non si è dimessa.

I conservatori, nel frattempo, hanno lottato contro rivelazioni altrettanto scomode su propri candidati e attivisti. Nick Conrad è finito nella tormenta per un’intervista con un conduttore radiofonico bollata come sessista: “Le donne devono anche capire che quando un uomo lancia certi segnali, e chi non è disposta a togliersi le mutande e finirci a letto farebbe bene a ignorarli”. Conrad si è scusato, ma la sua corsa segna il game over.

Tutto ciò poco dopo che il segretario gallese di Johnson, Alun Cairns, è stato costretto alle dimissioni perché sapeva che il suo ex assistente aveva alterato un processo per stupro. Cairns ha affermato di non sapere che l’assistente era stato accusato da un giudice di falsa testimonianza, ma è saltata fuori un’e-mail di un anno fa in cui Cairns discuteva del caso. L’aiutante, Ross England, è stato sospeso dal partito conservatore in attesa di un’indagine ma nega le presunte irregolarità.

“Ormai la battaglia politica si concentra sul punto più debole degli avversari - racconta John McTernan, un ex assistente senior di Tony Blair – sono tempi faticosi e i social media sono un ghiotto database della vita pre-politica di chiunque”.

“Lo fanno tutti - spiega Alex Dawson, ex direttore del Partito conservatore - se i partiti hanno fatto bene il loro lavoro, una volta che le nomine sono chiuse è facile veder sgorgare marea di storie di candidati di tutti i partiti, utili a far capire senza dirlo che inadatti a ricoprire la carica”.

Secondo alcune fonti, esisterebbe addirittura un gruppo conosciuto come “Labour Lie Unit”, una squadra d’attacco il cui unico compito è quello di cercare le possibili falle nell’esistenza dei candidati avversari. La ragione di questo atteggiamento è semplice: in qualsiasi tornata elettorale, gettare fango sugli avversari significa avere più spazio per andare avanti con la propria campagna elettorale. Una caratteristica insolita delle elezioni del 12 dicembre prossimo è il sincero disprezzo che i due principali leader dei partiti hanno l’uno per l’altro. Johnson sostiene che Jeremy Corbyn è un pericoloso marxista e una minaccia alla sicurezza nazionale: questa settimana l’ha paragonato a Stalin. E Corbyn, d’altra parte, sostiene che i conservatori di Johnson sono così ricchi, viziati e fuori dalla realtà che faranno a pezzi il servizio sanitario nazionale, mettendo a rischio la sussistenza di milioni di persone.

Se questa settimana si chiude così, con tante vittime e nessun vincitore, è facile immaginare che il tempo fino al 12 dicembre diventerà un gioco sempre più sporco e cattivo.

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