100 giorni di Brexit

| Sono soprattutto le aziende che prima esportavano con il mercato europeo a pagare le conseguenze più grandi di un accordo che considerano scellerato. E chiedono al Regno Unito e alla UE di tornare intorno ad un tavolo

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Il 24 dicembre scorso, quando il premier britannico Boris Johnson ha annunciato l’accordo finale sulla Brexit, ha aggiunto che avrebbe permesso alle aziende britanniche “di fare ancora più affari” con l’Unione europea. La Gran Bretagna, secondo le sue parole, andava incontro ad “un periodo di prosperità, dinamismo e soddisfazione” dopo aver completato l’uscita dall’Unione europea, finalmente libera di stringere accordi commerciali in tutto il mondo, pur continuando ad approfittare senza problemi del mercato europeo, un ghiotto bacino fatto da 450 milioni di consumatori.

Sono passati 100 giorni da quando il Regno Unito si è separato dal suo più grande partner commerciale, e la Brexit si rivela ogni giorno di più un disastro per molti britannici, che chiedono al governo di agire con urgenza per rattoppare un accordo che fa acqua da tutte le parti. “Chiediamo al Regno Unito e alla UE di tornare intorno ad un tavolo per individuare soluzioni che riducano le barriere commerciali e diano agli esportatori una possibilità di sopravvivere - ha detto il co-direttore esecutivo della “British Chambers of Commerce Hannah Essex” in una dichiarazione - le difficoltà che affrontano non sono “problemi di rodaggio delle nuove regole”, sono questioni strutturali che, se continuano a non essere affrontate, potrebbero portare ad una debolezza irreversibile nel settore delle esportazioni del Regno Unito”.

L’accordo si è rivelato assai negativo per il commercio, e ha anche contribuito alla crescente rabbia in Irlanda del Nord. Durante i negoziati sulla Brexit, il problema delle merci che si muovono tra l’Irlanda, membro dell’Unione europea, e l’Irlanda del Nord, che fa parte del Regno Unito, si è dimostrato ingestibile. Johnson ha accettato che l’Irlanda del Nord rimanesse soggetta alle regole del mercato della UE stabilendo un confine commerciale lungo il Mare d’Irlanda per sorvegliarle, facendo arrabbiare gli unionisti filo-britannici che si oppongono all’idea che l’Irlanda del Nord sia trattata diversamente dal resto del Regno Unito. Johnson aveva promesso che non ci sarebbero stati controlli sulle merci in movimento tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, ma non è andata così. I disordini e la violenza nelle strade di Belfast questo mese hanno alimentato i timori di un ritorno al tormentato passato irlandese.

Eppure il governo britannico non ha diffuso alcuna valutazione sulle ricadute economiche della Brexit, continuando imperterrito a propagandarne i presunti benefici. Secondo un portavoce del governo, l’accordo “protegge posti di lavoro e investimenti in tutto il Regno Unito e garantisce che le imprese continuino a commerciare in modo efficace con l’Unione europea”. Ma un sondaggio realizzato su oltre 1.000 dirigenti d’azienda britannici condotto dalla “EY” e dal gruppo “London First” ha rilevato che tre quarti di loro hanno vissuto brusche interruzioni dell’attività dopo la fine del periodo di transizione della Brexit, e la metà teme che continui all’infinito. Secondo l’Office for National Statistics, a gennaio le esportazioni del Regno Unito verso l’Unione Europea sono crollate del 41% rispetto a dicembre, e molte aziende dicono che la possibilità di continuare a commerciare con il blocco europeo è a rischio per colpa dell’accordo commerciale. Le imprese che prima potevano far entrare le merci in Europa entro poche ore dall’ordine, si trovano ad affrontare lunghi e costosi ritardi a causa dei nuovi controlli doganali e il rispetto delle norme sulla sicurezza alimentare.

Un sondaggio della “British Chambers of Commerce” realizzato su un campione di 2.900 esportatori britannici ha rilevato che il 41% delle imprese ha registrato un vistoso calo delle esportazioni nel primo trimestre. Gli esportatori britannici lottano per adattarsi ad “volume di scartoffie”, ma molti lamentano una mancanza di chiarezza intorno al pagamento delle tasse così come la confusione sulle nuove regole dei requisiti di origine che determinano dove sono state prodotte le merci, comprese le materie prime e i componenti.

“Il vero problema è che prima della Brexit le aziende che commerciano con la UE non avevano alcun bisogno di conoscere le imposizioni doganali. E non è stato messo in campo alcun supporto”, tuona Anna Jerzewska, fondatrice della società di consulenza sul commercio internazionale “Trade & Borders”. A pagare le conseguenze più pesanti sono le piccole imprese: un sondaggio ha rilevato che il 23% ha temporaneamente interrotto le vendite verso l’Unione europea, mentre il 5% si è arreso, chiudendo definitivamente.

Ieri, un gruppo formato da legislatori, imprenditori ed economisti ha annunciato una commissione indipendente che si assumerà il compito di esaminare nel dettaglio gli accordi commerciali della Gran Bretagna con l’Europa e il resto del mondo. La “UK Trade and Business Commission”, ha il compito di fornire al governo indicazioni su come migliorare gli accordi: “Guarderemo l’impatto della Brexit, in particolare sulle piccole imprese che stanno sopportando il peso della nuova burocrazia. Si tratta di mettere da parte l’ideologia e trovare un metodo di lavoro pragmatico basato su dati reali”.

La situazione è particolarmente urgente per i produttori alimentari, che hanno visto le esportazioni quasi cancellate dai nuovi accordi commerciali. Dal 1° gennaio, tutti i prodotti vegetali e animali che entrano nell’Unione europea necessitano di un certificato sanitario di esportazione (EHC) vidimato da esperti autorizzati dal governo. Questo ha impedito ad esempio alla “Cheshire Cheese Company” di arrivare sul mercato europeo perché il costo di un certificato supera spesso quello dell’ordine stesso. “Prima avevamo un oceano di opportunità, trattavamo con 27 paesi diversi, ora è finita”.

Le esportazioni britanniche di cibo e bevande sono crollate a partire da gennaio: le esportazioni di salmone hanno perso il 98%, il manzo è sceso del 92%, i mangimi dell’80% e il whisky del 63%. “La soluzione è ingoiare l’orgoglio e trovare un nuovo accordo. Senza questo avremo poche possibilità di ripresa”.

Ma ci sono molti altri settori che necessitano di attenzioni: ad esempio il riconoscimento delle qualifiche professionali per medici, contabili e architetti dev’essere ancora concordato settore per settore. Ma di fatto, le prospettive per un accordo che garantisca alla Gran Bretagna gli stessi diritti di accesso al mercato di alcuni altri paesi non UE sembrano assai scarse. Dal referendum in poi, le aziende di servizi finanziari hanno spostato attività per quasi 1,8 trilioni di dollari e trasferito 7.600 posti di lavoro dalla Gran Bretagna all’Unione europea: Amsterdam ha superato Londra come centro di scambio di azioni in Europa. E tornare indietro è ormai impossibile.

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