Brexit: meno di un mese per scrivere il futuro

| Gli equilibri mondiali dopo Covid-19 sono cambiati, e si teme possano mutare nei prossimi mesi. Johnson di fronte ad un bivio: tenere la mano ferma con l’UE, ma rischiare di trascinare il Paese in un'altra crisi dopo la pandemia

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È iniziato il mese più cruciale del primo tumultuoso anno da premier di Boris Johnson. Impantanato in uno scandalo che ha coinvolto il suo consigliere capo Dominic Cummings e di fronte alle difficili domande sul triste primato del Regno Unito, paese europeo con il più alto numero di morti per coronavirus, le prossime settimane di BoJo sono cruciali per riconquistare l’autorità di cui godeva all’inizio del 2020, solo pochi mesi fa.

Giugno è anche il mese del “make or break” nei negoziati post-Brexit con l’Unione Europea: Johnson, l’architetto dell’addio all’UE, ha assunto l’impegno granitico di non prolungare il periodo di transizione e non può permettersi alcuna capitolazione. La debolezza non è un’opzione.

Il Regno Unito ha formalmente lasciato l’UE il 31 gennaio scorso e da allora si trova in un periodo di limbo in cui è tenuto ad attenersi alle regole dell’UE in cambio di uno status quo in settori chiave, in particolare il commercio. Lo scopo del periodo di transizione era quello di creare uno spazio in cui entrambe le parti potessero negoziare in modo sicuro le loro future relazioni senza causare disagi alle imprese e ai cittadini. Tuttavia, il periodo termina il 31 dicembre ed entrambi concordano sul fatto che i negoziati non vanno granché bene.

La pandemia non ha aiutato una situazione di stallo: i team di negoziazione non hanno più potuto incontrarsi fisicamente affidandosi a videoconferenza, e la prossima tornata di colloqui virtuali inizia martedì, ma entrambe le parti hanno ammesso che questo ha danneggiato la qualità dei negoziati.

Johnson è quindi costretto ad un mese di super-lavoro, con un occhio alle complicate e difficili trattative con il più grande blocco commerciale al mondo, e l’altro a supervisionare la risposta alla peggiore crisi sanitaria degli ultimi decenni. Il Regno Unito e la UE hanno convenuto che il mese di giugno sarà utilizzato come periodo per riflettere su un possibile accordo, o se entrambi dovranno prepararsi allo scenario del “no deal”, opzione da tutti considerata la peggiore possibile. L’economia britannica dipende fortemente dalle importazioni dall’Europa e qualsiasi interruzione del commercio inciderebbe sulle catene di approvvigionamento, rendendo la vita difficile per aziende ma causando anche potenziali carenze di beni di prima necessità come cibo e farmaci. Numerosi studi lo confermano: sarebbe un disastroso colpo economico per un Paese che già naviga in cattive acque.

Malgrado né il Regno Unito né l’UE sostengano di puntare al no deal, i negoziatori temono che la situazione di stallo significhi che è sempre più probabile. “L’UE si sta comportando in modo irragionevole: in cambio di un accordo di libero scambio pretende che continuiamo a seguire le loro regole – commentano da Downing Street - sanno bene che non possiamo accettarlo: se lo facessimo, che senso avrebbe avuto la Brexit?”.

Le regole sono una parte particolarmente spinosa delle trattative, note come “level playing field”: si tratta essenzialmente di un accordo su alcune norme che mirano a fermare le imprese da un lato e dall’altro della Manica. Il mercato unico dell’UE è il più grande blocco economico del mondo e le sue condizioni sono controllate dai tribunali e dalle istituzioni europee, e se il Regno Unito auspica all’accesso senza tariffe doganali dopo il periodo di transizione, allora non c’è altra scelta che sottostare alle regole.

La parità di condizioni non è l’unica voce in cui Bruxelles e Londra non la vedono allo stesso modo: ci sono forti disaccordi sui diritti di pesca, sulla sicurezza, sulla governance e sulla questione Irlanda.

Il Regno Unito minaccia di abbandonare la richiesta di un commercio senza dazi doganali con l’UE a patto che questa limiti le sue richieste, ma all’UE la prospettiva non interessa, poiché ritiene che non ci sia abbastanza tempo per negoziare sulle tariffe. In teoria, Johnson ha tempo fino al 31 giugno per chiedere una proroga del periodo di transizione, ma sarebbe una magra figura politica che gli esperti sconsigliano vivamente. È questa tossicità del dibattito sulla Brexit che rende sempre più probabile il “No deal”, poiché qualsiasi capitolazione metterebbe Johnson nei guai. Inoltre, la pandemia ha stranamente creato l’opportunità di mascherare il notevole impatto negativo che un non accordo della Brexit potrebbe avere sull’economia del Regno Unito: “C’è una certa logica nell’affrontare entrambe le perturbazioni economiche in una volta sola - afferma Anand Menon, direttore di un think tank europeo - dalle catene di fornitura al modo in cui tutta l'economia è gestita, tutto sta per cambiare a causa del virus. Quindi, anche se le due cose non sono realmente correlate e potrebbero peggiorare, vedo una certa logica politica”.

Meglio ancora, la pandemia crea spazio per il governo per gettare soldi su qualsiasi ostacolo importante: “Alcune parti dell’economia saranno colpite sia dalla Brexit che dal coronavirus. Se Johnson ha pensato a investimenti per attenuare l’impatto in questi settori, potrebbe scoprire che c’è meno opposizione che se spendesse semplicemente i soldi per compensare il solo impatto della Brexit, dato che sull’argomento c’è un’unità molto maggiore rispetto alla necessità di spese per aiutare la ripresa dal Covid-19”.

A Bruxelles, gli Stati membri hanno fatto i conti con il dettaglio che alla fine dello scorso anno non c’è stato alcun accordo: “Non siamo più emotivamente investiti dalle decisioni del Regno Unito. Di fatto è un paese al di fuori dell’UE, e siamo concentrati sul pieno recupero dei danni lasciati dal coronavirus”. Una sensazione di sottostima confermata dall’alzata di spalle di un funzionario che lavora alle negoziazioni: “Il Regno Unito è libero di fare quello che vuole: Bruxelles è pronta ad una situazione di stallo”.

“L’UE sa di essere nella posizione più vantaggiosa: un eventuale no deal sarebbe un male anche per Bruxelles, ma molto peggiore per il Regno Unito”, afferma Thomas Cole, un ex negoziatore dell’UE. Naturalmente, entrambi ripetono di essere impegnate verso una soluzione reciprocamente vantaggiosa, ma se i colloqui crolleranno, entrambi finiranno per accusarsi. Un risvolto che potrebbe andare bene a livello politico a Johnson, impegnato nel ruolo di coraggioso leader che si oppone al bullismo europeo. Ma il mondo post-Covid si avvia a diventare un luogo disordinato e imprevedibile: “Tutti sono arrabbiati con la Cina, e Dio solo sa cosa succederà alle elezioni americane. Il Regno Unito vuole davvero litigare con l’Europa mentre esce dalla pandemia e si avvia verso il suo futuro? Sarebbe un enorme autogol”.

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