Brexit: the final countdown

| Il capo delegazione europeo Barnier è giunto a Londra per un fine settimana decisivo: ad attenderlo qualche spiraglio di buona volontà, ma posizioni ancora molto rigide

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È la stretta finale sulla Brexit, l’immenso calvario su cui entrambe le due sponde della Manica hanno almeno un pensiero in comune: bisogna chiuderla, in qualsiasi modo.

Saranno colloqui serrati e faccia a faccia quelli che aspettano Michel Barnier, capo delegazione UE, giunto a Londra per un fine settimana che si annuncia intenso, vista la scadenza incombente del 31 dicembre come data ultima entro cui tutto dev’essere fatto, ma soprattutto lasciando il tempo ai rispettivi Parlamenti di ratificarlo.

Poco prima di partire, Barnier – uscito da un periodo di autoisolamento dopo che un suo stretto collaboratore è risultato positivo al test - ha ammesso che “persistono le stesse significative divergenze nelle trattative”, aggiungendo l’intenzione di “lavorare con pazienza e determinazione”.

Boris Johnson, quasi a preparagli l’arrivo sul suolo inglese, non ha perso tempo insistendo sul fatto che la probabilità di un accordo dipende esclusivamente dalla UE, pur ammettendo che “sono rimaste differenze sostanziali e importanti tra le due parti”. All’apparenza più disponibile è apparso l’omologo britannico di Barnier, Lord David Frost, che si è impegnato a “fare del mio meglio per capire se un accordo è possibile. È tardi, ma continuerò a trattare fin quando non sarà chiaro che non è possibile raggiungere alcuna intesa”. In aggiunta una precisazione dai toni più acidi: “è chiaro che qualsiasi intesa deve rispettare pienamente la sovranità del Regno Unito, anche per quanto riguarda la pesca e il regime di sovvenzioni alle imprese: un accordo su qualsiasi altra base non sarà possibile”.

Resta da capire se si tratti della strategia cara a Johnson che si basa sulla possibilità di strappare accordi dell’ultimo minuto, quando ormai tutti sono sfiancati e sognano una camera d’albergo e una doccia. Ma qualche apertura da parte di Bruxelles potrebbe esserci: Barnier ha lasciato intendere di avere in borsa una bozza di proposta secondo cui tra il 15% e il 18% della quota di pesce pescato nelle acque britanniche dalle navi europee sia restituito al Regno Unito nell’ambito di un accordo di libero scambio. Un’ipotesi ha suscitato parecchi malumori nei corridoi della UE, specie da parte francese, direttamente coinvolta nella questione.

Ma qualsiasi cosa accada sulla spinosa questione della pesca - e per quanto Bruxelles sia consapevole di dover scendere a compromessi per arrivare ad un accordo - è assai improbabile che la UE arretri su altre due questioni spinose: le regole comuni sulla concorrenza e uno strumento per controllarle.

Alla domanda sulle reali possibilità di un’intesa, Johnson ha aggiunto che un accordo commerciale “andrebbe a beneficio delle persone da entrambe le sponde della Manica”, ma ha rialzato la posta insistendo sull’idea che il Regno Unito potrebbe “prosperare” perfino di più con un “no deal”.

Il Regno Unito ha ufficialmente lasciato la UE il 31 gennaio scorso, ma continua a seguire le regole del blocco fino alla fine dell’anno nell'ambito di un periodo di transizione stabilito in 11 mesi. Se per allora non sarà stata raggiunta un’intesa commerciale, le due parti si troverebbero di fronte a pesanti tasse d’importazione, e il Regno Unito non avrebbe accesso al mercato dell’energia della UE come a nessun trattato di cooperazione di polizia e giudiziaria. Londra e Bruxelles sono anche in disaccordo su quanto il Regno Unito dovrebbe seguire gli standard sociali, lavorativi e ambientali della UE dopo la transizione.

Messi tutti insieme, uno in fila all’altro, i problemi sembrano molti di più del tempo che resta per risolverli, e senza ammetterlo pubblicamente, a Londra come a Bruxelles c’è la sensazione che sia tutto inutile.

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