Chi di Brexit ferisce…

| divorzio tra Unione Europea e Regno Unito non ce l’ha ancora nessuno. Sicuramente aumenteranno i disguidi per chi dovrà viaggiare da e per le isole britanniche e anche per chi vive da espatriato

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di Marco Belletti

Mentre non trova una soluzione lo stallo parlamentare (per definirlo con un eufemismo) sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, sono in molti a chiedersi se si troverà un accordo per una soluzione congiunta della cosiddetta Brexit. E, soprattutto nel Regno Unito, sono in molti a chiedersi che cosa significherebbe una Brexit senza accordo per i cittadini britannici che si trovano all’estero nella UE.

Su “The Conversation” – il sito inglese che dà spazio ai commenti del mondo accademico su ogni genere di argomento – è recentemente comparso un articolo di Christian Kaunert, docente di “Policing and Security” all’Università del Galles Meridionale, che propone risposte ad alcune delle domande che più frequentemente vengono poste dall’opinione pubblica e alle quali molto spesso i politici (sia britannici sia europei) forniscono risposte del tutto errate.

Visti, roaming e sanità

Un cittadino inglese che si trova a viaggiare, per esempio, in Francia dovrà richiedere un visto? Più di uno se dovesse proseguire il viaggio in Italia?

Kaunert afferma che dipenderà dallo scopo del viaggio. I turisti non avranno bisogno di visto in caso di viaggi della durata inferiore a tre mesi. Infatti, a inizio aprile il Consiglio e il Parlamento europei hanno convenuto che dopo la Brexit i cittadini britannici in viaggio nello spazio Schengen per un breve soggiorno turistico sono autorizzati a viaggiare senza visto. In caso di persone che lavorano, invece il visto è necessario, con regole differenti secondo le legislazioni nazionali di ciascuno stato dell’Unione Europea.

Per entrambi i casi deve essere garantita la condizione di reciprocità e quindi il governo del Regno Unito deve accettare turisti senza imporre l’obbligo del visto a chi proviene da stati membri dell’UE. Al momento da Downing Street fanno sapere che non intendono richiedere il visto ai cittadini europei che soggiornano meno di tre mesi sull’isola. Nel caso ci fosse un cambiamento – da non escludere a priori, visto come si sta comportando la politica d’oltre Manica – gli stati membri dell’UE potrebbero revocare l’esenzione dal visto per i cittadini inglesi.

Un altro dubbio per il quale sono state fornite risposte poco chiare è la possibilità di guidare con le patenti guida dei rispettivi Paesi. Secondo The Conversation, dopo la Brexit i conducenti britannici potrebbero aver bisogno di uno o più permessi di guida internazionali per guidare all’estero. Se il Regno Unito lascia l’Unione Europea senza un accordo, i conducenti inglesi potrebbero anche aver bisogno di un permesso di guida internazionale e di documenti aggiuntivi per guidare nell’UE e nello Spazio economico europeo (SEE). Inoltre, chi possiede una patente inglese e risiede nell'Unione Europea o nel SEE, potrebbe dover conseguire una patente di guida locale e, siccome non ci sarà accordo, sicuramente dovrebbe sostenere un nuovo esame. Analoga situazione per gli europei che soggiornano o vivono nel Regno Unito.

Un argomento molto sentito è ovviamente l’assistenza sanitaria: dopo la Brexit che valore avranno le varie formule – differenti in realtà da Paese a Paese – di assicurazione malattia in caso di necessità di aiuto medico?

Quasi sicuramente se il Regno Unito dovesse lasciare la UE senza accordo sarà meglio controllare le coperture assicurative offerte dal pacchetto di viaggio. Se invece si dovesse trattare di una Brexit concordata, sarebbe attivo l’accordo per un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, durante il quale tutte le regole comunitarie (comprese quindi quelle di assistenza sanitaria) continueranno a essere applicate.

Un altro tema molto dibattuto è quello dei controlli alle frontiere. Kaunert è convinto che senza accordo è probabile ci siano lunghe code e conseguenti ritardi per i viaggi da e per il Regno Unito, con qualsiasi mezzo: auto, treno, aereo o nave. Il Regno Unito sarà trattato come un Paese extra comunitario e quindi saranno applicati nuovi regolamenti e più severi controlli di sicurezza alle frontiere, rendendo molto più difficoltosi i passaggi dei confini.

Un altro tasto dolente è il roaming telefonico: sarà ancora gratuito? Per il docente inglese dipenderà dalle singole compagnie telefoniche in quanto siccome il Regno Unito non applicherà più la legislazione europea, ogni operatore potrebbe essere autorizzato ad addebitare spese extra di roaming. Non è tuttavia ancora chiaro se e quali società potranno addebitare queste tariffe così come non è evidente se il governo del Regno Unito intende introdurre una legislazione nazionale per vietare alle compagnie telefoniche di addebitare tariffe di roaming. Analogo discorso per chi si reca in Gran Bretagna dall’Unione Europea.

E infine, che cosa accadrà dei britannici che vivono nelle varie nazioni europee? I loro diritti – secondo Kaunert – dipenderanno dalla legislazione nazionale di ciascuno stato membro dell’Unione Europea. Alcuni Paesi, come la Spagna, hanno già introdotto regole chiare che rendono relativamente facile per i britannici continuare a vivere lì. Altre nazioni non si sono ancora pronunciate e di conseguenza potrebbero esserci disuguaglianze molto evidenti nei 27 Stati membri dell’UE.

Invece, pur non essendoci ancora regole precise, con tutta probabilità per vivere nel Regno Unito un cittadino europeo avrà bisogno di un “Biometric Residence Permit”. Per gli italiani che già vivono in Gran Bretagna potrebbe essere un vantaggio l’iscrizione all’AIRE (Anagarafe italiani residenti all’estero) che permetterà di dimostrare che si era residenti nel Regno Unito già prima dell’uscita dell’Unione Europea. Tutti gli altri – anche chi vive da tempo in UK ma non ha sottoscritto l’AIRE – dovranno sottostare ai nuovi controlli sull’immigrazione, di cui al momento non sono chiari gli esiti.

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