Due mesi di Brexit

| Il governo di Boris Johnson sembra minimizzare i problemi di intere categorie a rischio, assicurando che fra 10 anni l’economia del Regno Unito sarà florida. Esperti e addetti ai lavori replicano: fra meno di cinque non esisterà più nulla

+ Miei preferiti
Sono passate sette settimane da quando il Regno Unito ha completato l’uscita dall’Unione Europea, accompagnato dall’entrata in vigore dell’accordo commerciale post-Brexit firmato da Boris Johnson. Un arco di tempo che gli esportatori britannici hanno trascorso lottando con le nuove barriere commerciali: in molti casi, gli ordini sono rallentati dalle scartoffie, in altri, i prodotti freschi non sono riusciti ad arrivare a destinazione per tempo, andando distrutti. Ed è solo il primo risultato diretto di quelli che continuano a definire la “nefasta” decisione di lasciare il mercato unico e l’unione doganale dell’UE.

Per le aziende che hanno costruito il loro business sul libero accesso a quel mercato, le nuove barriere – entrate in vigore da un giorno all’altro – si sono tradotte in enormi conseguenze, e anche se le aziende hanno avuto anni per prepararsi alla Brexit, l’accordo commerciale è stato concordato il 24 dicembre entrando in vigore il 1° gennaio, una manciata di ore dopo.

Dalla parte di chi vive questa situazione di incertezza, ci si aspettava che il governo facesse tutto ciò che era in suo potere per aiutare le imprese in difficoltà, ma sono in molti a credere che l’amministrazione Johnson stia nascondendo la testa sotto la sabbia.

“Solo poche delle criticità attuali potrebbero essere descritte come “problemi di avviamento – afferma Adam Marshall, direttore della British Chambers of Commerce - alcune aziende stanno affrontando le nuove procedure, ma altre vedono il loro modello di business messo a soqquadro, e la possibilità di commercio minacciata”.

Lo scorso fine settimana, il ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab, ha ammesso che alcune aziende stanno lottando per via del cambiamento improvviso, ma “se si prende una visione a 10 anni, le opportunità di crescita future arriveranno dalle economie emergenti e da nuove vie di sviluppo in tutto il mondo”.

Frasi non molto confortanti per le imprese che esportano prodotti freschi, come quella scozzese della pesca. “Per molte aziende, il commercio con la UE è diventata una scommessa rischiosa - aggiunge James Withers, amministratore delegato di “Scotland Food and Drink” - il sistema commerciale è diventato più costoso, complesso, lento e inaffidabile. Per i nostri clienti europei che hanno bisogno di garanzie sull’arrivo di prodotti come il salmone in un determinato momento, l’affidabilità è tutto”.

Sono le conseguenze delle nuove regole doganali che adesso impongono la certificazione dell’origine di un prodotto e standard sanitari più elevati. Nel caso delle aziende che importano parti dall’Europa prima di esportare prodotti finiti, la documentazione corretta è necessaria in ogni fase della catena di approvvigionamento. “Per un ministro, dire che dovremmo guardare all’impatto dell’accordo tra 10 anni, quando le persone stanno perdendo posti di lavoro e denaro, significa essere sordi e ciechi, soprattutto se si considera che avrebbe dovuto essere preciso compito del governo fornire una guida per consentire alle imprese di prepararsi”, tuona Anna Jerzewska, fondatore di “Trade and Borders”, una società di consulenza che assiste esportatori e importatori in tutta Europa.

E se la situazione attuale sembra terribile, alcuni sono convinti che peggiorerà ancora: i controlli sulle importazioni di cibo nella UE inizieranno ad aprile e le scorte si stanno esaurendo.

La brutta notizia è che al momento né il governo britannico né la UE sembrano in vena di riaprire l’accordo, dopo anni di dolorosi negoziati sulla Brexit. “Politicamente, il governo ha preso la decisione di dare la priorità all’autonomia normativa rispetto all’integrazione economica con l’Unione Europea”. Per il momento, i cambiamenti hanno colpito soprattutto coloro che cercano di esportare merci, ma c’è grande preoccupazione per l’impatto a lungo termine della Brexit sull’industria dei servizi del Regno Unito.

“Quando usciremo dall’emergenza sanitaria, e i musicisti come chi offre servizi professionali cominceranno a cercare ingaggi in Europa, si troveranno catapultati in un mondo di cui non si sono mai dovuti preoccupare prima, fatto di visti, permessi di lavoro e ambasciate”. Una delle maggiori paure di una hard Brexit era l’impatto che avrebbe avuto sulla città di Londra, l’hub finanziario che è stato l’invidia dell’Europa per decenni. Mentre Londra non ha visto la perdita di posti di lavoro che molti avevano previsto, miliardi di euro in scambi azionari dal primo gennaio sono passati ad Amsterdam. Questo non ha un grande impatto immediato, ma se la tendenza continua potrebbe minare lo status della Gran Bretagna come capitale finanziaria d’Europa e influenzare i futuri investimenti interni.

Si sapeva da tempo che i servizi finanziari non sarebbero stati coperti dall’accordo commerciale, e per certi versi, questo ha reso la vita più facile alle imprese. “Poiché si tratta di un settore pesantemente regolamentato, non ci sono state troppe interruzioni o perdite di posti di lavoro, anche se siamo convinti che l’impatto arriverà più avanti: se in futuro tenterai di vendere nuovi servizi finanziari in Europa, dove ti converrà avere la tua sede? Ad Amsterdam o Londra? La risposta è scontata”.

“Potrebbe esserci una cooperazione più stretta, ma al momento è difficile. Ciò che è più preoccupante è l’immobilismo del governo: non ammettono che si sono problemi, li minimizzano, dicono di aspettare 10 anni. E cosa dovrebbero fare le aziende in un periodo così lungo?”, si chiede Anand Menon, professore di politica europea al King’s College di Londra.

“In realtà, è del tutto plausibile che tra 10 anni il Regno Unito si sia orientato verso l’esportazione oltre l’Europa - dice Simon Usherwood, professore di politica all'Università del Surrey – ma la mia preoccupazione è che sarà una parte della riduzione generale del commercio, il che significa un’economia più piccola e la perdita di posti di lavoro”.

Alastair Campbell, ex direttore della comunicazione di Tony Blair, è meno comprensivo: “Mi fa ribollire il sangue: negano perché non sono in grado di gestire le conseguenze delle loro scelte. Stanno colpendo alcune delle nostre più grandi industrie e cercano di distrarre tutti scegliendo finte battaglie e iniziando guerre culturali”.

Diversi analisti, compresi quelli dello stesso partito di Johnson, hanno riferito di ricevere ancora molte e-mail da elettori immersi in mille problemi. “In molti casi, sanno che non possiamo fare nulla: i siti web del governo non sono molto utili e semplicemente non offrono l’aiuto di cui hanno bisogno. È una situazione difficile: c’è gente furiosa perché continua a ricevere cancellazioni di ordini”.

“I britannici non mangeranno mai abbastanza pesce per compensare la perdita del business europeo. Per ogni uomo in mare, sono a rischio altri 20 posti di lavoro a terra. Boris Johnson dice di voler investire milioni nella pesca nei prossimi cinque anni, senza capire che fra qui cinque anni potrebbe non esistere più nulla”.

Europa
100 giorni di Brexit
100 giorni di Brexit
Sono soprattutto le aziende che prima esportavano con il mercato europeo a pagare le conseguenze più grandi di un accordo che considerano scellerato. E chiedono al Regno Unito e alla UE di tornare intorno ad un tavolo
Parigi sommersa dai rifiuti, la sindaca Hidalgo nella bufera
Parigi sommersa dai rifiuti, la sindaca Hidalgo nella bufera
La prima cittadina al centro di una campagna che oltre a ricordarle le promesse elettorali di una Parigi più verde e pulita, mostrano lo stato di abbandono e sporcizia di quelli che tanti ormai chiamano l’ex Ville Lumière
Il Regno Unito si prepara alle riaperture
Il Regno Unito si prepara alle riaperture
Il ritorno alla normalità inizia il 12 aprile, per proseguire il 17 maggio e il 21 giugno. Ma Downing Street non abbassa la guardia promettendo test antigeni rapidi per tutti 2 volte alla settimana
Brexit, il pasticcio dell’estradizione
Brexit, il pasticcio dell’estradizione
Ben 10 Paesi europei hanno annunciato che rifiuteranno di estradare propri cittadini nel Regno Unito in quanto i trattati sono cambiati. È una delle tante conseguenze della Brexit
Boris Johnson propone i pub solo ai vaccinati
Boris Johnson propone i pub solo ai vaccinati
Un’idea durata solo poche ore, tempo di essere tempestato da insulti e proteste da cittadini, gestori, esercenti e associazioni di categoria. Il Regno Unito anche alle prese con un’aspra battaglia per i vaccini con la UE
La crisi della Gran Bretagna, partner inaffidabile
La crisi della Gran Bretagna, partner inaffidabile
La confusa gestione della pandemia, i continui strappi alle regole della Brexit, le accuse dei Sussex e il caso della giovane uccisa da agente di polizia stanno trascinando l’ex “Cool Britannia” verso la scarsa considerazione internazionale
UE, la rivolta dei vaccini
UE, la rivolta dei vaccini
L’Austria annuncia che non farà più affidamento sulla UE, scegliendo di collaborare con Israele per i vaccini di seconda generazione
L’isola di «Mediterraneo» è covid-free
L’isola di «Mediterraneo» è covid-free
I 1500 abitanti di Kastellorizo sono stati vaccinati: è il primo comune europeo e la decisione fa parte di una strategia del governo per rendere sicuri i luoghi turistici
Il più imponente sequestro di droga mai avvenuto in Europa
Il più imponente sequestro di droga mai avvenuto in Europa
Agendo in stretta collaborazione, la polizia in Germania e Belgio hanno messo a segno un sequestro record di cocaina arrivata in Europa via nave, nascosta in due container diversi. Il valore sul mercato è pari a diversi milioni di euro
Bruxelles, Londra e la guerra dei vaccini
Bruxelles, Londra e la guerra dei vaccini
La UE ha chiesto una perquisizione dei sito produttivo AstraZeneca per capire se i ritardi siano dovuti a problemi interni o se invece più dosi del previsto siano state inviate oltremanica