GB: la dura realtà della Brexit

| Crollo di importazioni ed esportazioni, livelli di burocrazia spaventosa e previsioni nefaste per il futuro. Le conseguenze della tanto agognata uscita dalla UE iniziano a farsi sentire, e non sono affatto piacevoli

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Dato fondo all’entusiasmo di Boris Johnson, tornato a Londra alla vigilia di Natale stringendo fra le mani un accordo commerciale con Bruxelles, le ineluttabili conseguenze di aver lasciato il territorio doganale e normativo dell’Unione Europea iniziano a farsi sentire. Un accordo concordato solo una settimana prima della sua entrata in vigore ha portato ad una pericolosa interruzione del traffico per molte aziende che fino ad allora si erano affidate a collaudate catene di approvvigionamento.

Nonostante le ripetute affermazioni di Johnson, secondo cui la Brexit è una grande opportunità per l’economia britannica, capace di portare ad rinascita del libero scambio, la realtà è molto diversa: si dice che il pesce appena pescato venga lasciato marcire perché gli esportatori non riescono a portarlo nella UE, mentre le aziende di logistica sono scettiche sul fatto che sia l’importazione che l’esportazione saranno percorribili nel medio e lungo termine. Secondo i dati pubblicati venerdì da “IHS Markit”, le conseguenze della Brexit e della pandemia stanno spingendo l’economia britannica verso una forte contrazione nel primo trimestre dell’anno, il che significa una forte recessione quasi certa.

Mentre per il premier dovrebbe essere una fonte di imbarazzo scoprire che il suo accordo ha reso la vita difficile per molte aziende, nelle dichiarazioni pubbliche si intuisce che Johnson è del tutto ignaro della realtà a cui ha costretto molti. Quando è stato chiesto un commento sulle conseguenze immediate delle barriere commerciali implementate come risultato dell’accordo, un portavoce del governo britannico ha insistito: “Fin dall’inizio siamo stati chiari sul fatto che avremmo lasciato l’unione doganale e il mercato unico, il che significava che ci sarebbero stati nuovi processi dopo la fine del periodo di transizione. Questi sono stati ampiamente comunicati attraverso una campagna di informazione pubblica”.

Ma non è bastato. L’esempio più crudo viene dall’industria della pesca scozzese. Nonostante le affermazioni del governo durante i negoziati, che aveva messo la pesca in cima alle priorità, c’è il timore che l’intero settore possa crollare nel giro di poche settimane. “Abbiamo un sistema completamente nuovo per gli esportatori che non era mai stato testato. Il risultato è che ha cominciato ad andare male fin dall’inizio – aggiunge James Withers, amministratore delegato di Scotland Food and Drink - non si tratta di un semplice guasto informatico da sistemare: nel giro di pochi giorni siamo passati dall’essere in grado di inviare cibo fresco a Madrid con un solo foglio di carta a 26 documenti per ogni transazione. Una follia”.

L’impatto nel mondo reale di tutto questo significa che alcuni esportatori si sono trovati con il mercato europeo tagliato fuori nel giro di una sola notte. Quasi ogni giorno, sui social media circolano immagini di mercati del pesce praticamente vuoti e racconti di barche scozzesi che navigano 48 ore per raggiungere la Danimarca, solo per portare il loro stock nel mercato unico. In un’industria dove i margini di profitto sono spesso molto sottili, ogni ora rubata dalla burocrazia è un’ora persa nella freschezza del prodotto.

Incalzato sulla questione, Johnson è ancora convinto che si tratti di problemi iniziali, sommati ai ristoranti chiusi forzatamente per via del lockdown, rifiutando di pensare che la colpa sia del suo accordo e delle nuove barriere che ha creato. Il portavoce del premier ha anche spiegato che il governo sta per iniettare 23 milioni di sterline (32 milioni di euro circa) per facilitare il passaggio alle nuove norme.

Denaro che secondo i rappresentanti delle categorie non è sufficiente e soprattutto non porterà a nuovi accordi con la UE: “questo commercio potrebbe non essere più sostenibile: quasi certamente porterà alla rovina le stesse persone che il premier ha detto di voler difendere”.

Le conseguenze della Brexit stanno esacerbando un rallentamento doganale causato anche dalle restrizioni pandemiche, con conseguente allungamento dei tempi di consegna. Mentre il 33% dei produttori collegano il calo alla pandemia, circa il 60% ritiene che il peggio sia colpa della Brexit. E tra le aziende della logistica c’è una palpabile preoccupazione che le cose peggioreranno molto nei mesi a venire. Diverse fonti interne ai settori colpiti sono convinte che i consumatori britannici non avvertiranno ancora carenze, perché gennaio è un mese tipicamente tranquillo nei porti e il Regno Unito ha fatto scorte di merci per prepararsi ad una possibile Brexit no-deal. Ma questo potrebbe cambiare nei prossimi mesi con l’aumento dei volumi commerciali, mettendo sotto pressione i sistemi ai confini, un’eventualità che potrebbe per i britannici comportare una graduale riduzione della varietà di prodotti freschi: “Nel breve termine, mentre le catene di approvvigionamento cercheranno di riparare i meccanismi, si potrebbe assistere ad un approccio più stagionale alla spesa o ad una gamma più limitata tra cui scegliere”. Dopo decenni di frutta e verdura fresca in ogni periodo dell’anno, gli inglesi potrebbero iniziare a vedere le fragole solo come una delizia estiva, per esempio.

La regione in cui la carenza di cibo potrebbe rapidamente diventare un problema è l’Irlanda del Nord, dove le immagini degli scaffali dei supermercati vuoti circolano da giorni sui social. A causa della sua posizione, il Paese è divisa dal resto del Regno Unito ed è rimasto all’interno del mercato unico UE, rendendo molto più difficile importare cibo dalla Gran Bretagna. Secondo Simon Coveney, ministro degli esteri irlandese, le immagini che mostrano gli scaffali vuoti nei supermercati nordirlandesi sono “chiaramente una conseguenza della Brexit”.

Gli esperti sono preoccupati per il graduale declino del commercio fra UE e Regno Unito, per certi versi più pericoloso delle carenze alimentari. David Henig, direttore del Centro europeo per l’economia politica internazionale, si dice preoccupato: “Il mio pensiero va alle aziende che esportano i loro prodotti, che non sono in grado di soddisfare gli ordini e perdono clienti o semplicemente rinunciano: le conseguenze a lungo termine potrebbero essere disastrose”.

Ci sono domande legittime sul perché le cose stiano andando così male, malgrado il Regno Unito abbia avuto anni per prepararsi: “Oggi, ottenere una risposta a una domanda di natura tecnica può richiedere fino a 48 ore, il che è ovviamente un problema per i prodotti freschi. Gli addetti ai call center possono solo indicare linee guida che non servono più a nulla. Per l’economia è uno shock, e per chi già lavora con margini di profitto sottili, un paio di punti percentuali in più potrebbero essere la fine”.

Molti nel partito di Johnson tentano di capire come rispondere ai loro elettori: “Ci hanno fornito alcune pagine da leggere quando l’accordo è passato, presentandolo come un enorme successo, ma col passare del tempo è chiaro che ci sono un sacco di brutte sorprese in un vaso di Pandora che è stato appena scoperchiato”.

Altri dicono che le piccole imprese locali sono in rivolta perché hanno scoperto che se vogliono viaggiare in Europa per vendere le loro merci, necessitano di un permesso di lavoro o di documenti particolari che consentano loro di spostare merci entro i confini dell’Unione europea, e non c’è molto ottimismo che le cose possano migliorare. Molti sono anche preoccupati sul graduale declino causato dalla Brexit, che darà via libera all’Europa per attirare la gallina dalle uova d’oro della Gran Bretagna: la City di Londra, che ospita alcune fra le più grandi banche del mondo. “Una volta che la nebbia della pandemia si solleverà, le imprese di servizi finanziari che cercano di espandersi a livello globale si renderanno conto che abbiamo rinunciato a un bel po’ del nostro vantaggio competitivo”. L’accordo commerciale firmato da Johnson bizzarramente non ha affrontato nessuno di questi temi, malgrado rappresentino una fetta enorme dell’economia britannica.

A marzo, l’Unione europea e il Regno Unito dovrebbero raggiungere un accordo sui servizi finanziari, ma attualmente l’umore sia da Londra che da Bruxelles lascia intuire tempi difficili. In patria, un vento polemico inizia a soffiare verso i “Brexiteer”, coloro che volevano l’uscita dalla UE ad ogni costo, anche e perfino più dura di quella ottenuta da BoJo: ora è una classe politica che inizia a faticare, dovendo spiegare ai propri elettori perché hanno incoraggiato il premier a inseguire una Brexit così dura malgrado i tanti avvertimenti sulle conseguenze.

La domanda che conta di più è quanto male debbano andare le cose prima che coloro che hanno sostenuto a gran voce la Brexit siano disposti ad ammettere la verità: lasciare il più grande blocco commerciale del mondo ha e avrà conseguenze nefaste per lungo tempo.

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