La città divisa in due dal coronavirus

| Uno dei più complicati casi europei: una città belga all’interno dei confini olandesi. Ma se prima della pandemia era un’attrazione turistica, ora il lockdown da una parte le riaperture dall’altra creano non pochi fastidi

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Baarle-Hertog – o Baarle_Nassau, dipende da che parte lo si guardi, è sempre stato un caso imbarazzante per l’Europa. Per la geografia è una città di 2.337 abitanti delle Fiandre, in Belgio, ma divisa in 24 enclavi: al suo interno 3 zone entro il confine belga, e 20 in quello olandese.

Tutto nel 1843 inizia con il Trattato di Maastricht che tentava di stabilire con esattezza il confine fra Belgio e Paesi Bassi, buoni propositi arenati di fronte a 50 km, fra i cippi 214 e 215, su cui non fu possibile trovare alcun accordo. Anni di discussioni e frotte di legali e topografi dopo, i due Paesi erano giunti alla sardonica conclusione di attribuirsi la sovranità dividendosi le 5.732 parcelle del territorio comunale, creando di fatto la nascita di exclavi racchiuse in appena 8 km. Da allora, i paradossi sono diventati una consuetudine: anni fa, quando l’Olanda prevedeva la chiusura dei ristoranti per una certa ora e il Belgio no, i clienti di alcuni locali a metà della linea di confine venivano semplicemente invitati a cambiare sala.

La stessa cosa si sta ripetendo adesso, come ennesimo effetto collaterale della pandemia: Baarle Hertog, in Belgio, è in lockdown come il resto del Paese, colpito duramente dal Covid-19, mentre Baarle-Nassau, nei Paesi Bassi – dove il coronavirus ha fatto meno danni, è pronta a riaprire. Il risultato è il solito, da secoli: i bar belgi chiusi e i pub olandesi aperti.

“Non mi è permesso aprire – commenta il titolare di un bar del centro - ma a 50 metri, dall’altra parte della strada, caffè e ristoranti apriranno il primo di giugno. Ma io non potrò andarci, perché vivo in Belgio”.

L’altra anomalia è quella dei negozi olandesi, rimasti aperti per tutto il tempo della crisi, al contrario di quelli belgi, che hanno potuto aprire soltanto questa settimana, ma con il paradosso che ai belgi è stato proibito di fare shopping oltre il confine, anche se questo significa solo attraversare i ciottoli bianchi che punteggiano il centro della città.

“Ne è nata una discussione in cui i residenti hanno deciso di confrontarsi senza aspettare che se ne occupino i politici, tentando di adottare le misure più sensate. Ma non è semplice, visto che perfino l’Europa ha un approccio fai-da-te a riaperture e chiusure. La stessa Commissione europea ha annunciato delle linee guida per rendere possibili gli spostamenti all’interno dell’area Schengen e che i controlli alle frontiere interne danneggiano lo stile di vita europeo. E nessuno più di noi ne è convinto”.

Al momento, le strade locali che attraversano il confine tra Olanda e Belgio, a breve distanza da Baarle, restano chiuse e delimitate con blocchi di cemento. Julien Leemans, 63 anni, sorride: per lui il confine non è un’astrazione, ma passa esattamente dentro casa sua. “Il 90% del mio appartamento è olandese, il 10 è belga. Non vorrei essere scortese, ma mangio in Olanda e vado in bagno in Belgio”.

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