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| Le lacrime di Theresa May, la premier inglese che dopo tre anni di trattative sulla Brexit ha ammesso di aver fallito. Nella rosa di chi la sostituirà tre personaggi molto meno accomodanti di lei: Johnson, Corbin o Farage

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Per la storia, Theresa May rimarrà probabilmente nel ruolo della vittima più illustre della “Brexit”, lo sciagurato referendum che il 23 giugno 2016 ha convinto i cittadini del Regno Unito ad uscire dall’Unione Europea. In diretta mondiale, davanti al portone scuro al numero 10 di Downing Street, Theresa si è arresa all’evidenza, annunciando fra le lacrime di voler lasciare la guida “del paese che amo, con il rammarico che durerà per tutta la vita di aver fallito lo scopo di portare la Brexit a compimento”. Una missione in nome e per conto del suo Paese, visto che lei stessa – per quanto in una posizione assai tiepida – aveva scelto il “Remain”.

Eppure Theresa ce l’ha messa tutta, mostrando quanto meno la straordinaria capacità di saper incassare una pioggia di schiaffoni (ovviamente politici) che avrebbero piegato un lottatore di Sumo: le ha prese da Bruxelles, dove ogni volta la rispedivano a casa con le spalle basse, ma le ha incassate anche dall’opposizione e perfino dal fuoco mica tanto amico dei suoi.

Le dimissioni diventeranno esecutive il prossimo 7 giugno, ma la May rimarrà come reggente almeno fino al 20 luglio, quando sarà eletto il suo successore che secondo i rumors si giocherà fra il biondo Boris Johnson, il leader del “Brexit Party” Nigel Farage e il laburista Jeremy Corbin. In mezzo, agli inizi di giugno, la visita ufficiale di Donald Trump, l’ultimo impegno della carriera politica di Theresa May.

Il referendum, quello, l’aveva indetto James Cameron, ma non aspettandosi la vittoria a sorpresa dei “Leave”, era stato lesto a dare le dimissioni, intuendo un pasticcio politico dalle proporzioni enormi e dagli esiti incerti. È andata esattamente così per Theresa May, il suo successore, leader del Partito Conservatore arrivata a Downing Street sulla spinta di un’indole tranquilla, sobria e per nulla avvezza al gossip che aveva fatto sognare gli inglesi, pensando ad una nuova Margareth Thatcher.

Figlia di un pastore anglicano, laureata in geografia ad Oxford, è entrata in politica nel 1997: dieci anni dopo è chiamata a sostituire James Cameron, e si trova ad affrontare problemi enormi come l’allarme terrorismo e l’emergenza immigrazione.

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