Niente lingue straniere, siamo inglesi

| Il fatto che tutto il mondo impari la loro lingua, di fatto rende complicato ai britannici imparare quelle degli altri. Un’indagine universitaria dimostra che è la complessità delle altre parlate a rendere difficile lo studio

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Di Marco Belletti
“Noio volevàn savuar” è il manifesto italiano della disponibilità a parlare una lingua non nostra anche in condizioni di scarsa conoscenza. Ma potrebbe anche essere l’esempio emblematico della nostra disposizione a imparare comunque una lingua diversa dall’italiano, senza pregiudizi di sorta.

Pregiudizi che invece sembrano averne, e molti, i cittadini inglesi quando si apprestano a parlare un idioma che non sia il loro. Michelle Sheehan è docente di linguistica e lingua inglese all’Anglia Ruskin University e grazie ad alcuni finanziamenti (dalla British Academy e dalla Philological Society) ha avviato una approfondita ricerca su questo e altri temi simili strettamente collegati allo studio delle lingue straniere da parte degli inglesi, pubblicando una sintesi dei risultati su “The Conversation”, il sito che raccoglie testimonianze dal mondo universitario internazionale.

La Sheehan è partita da un’indagine coordinata dalla commissione europea secondo la quale l’80 per cento dei giovani europei tra i 15 e i 30 anni è in grado di leggere e scrivere almeno una lingua straniera. Questo valore scende a un “misero” 32 per cento tra i giovani britannici. Allargando l’indagine a chi sa leggere e scrivere almeno tre lingue, il Regno Unito è ancora più indietro: solo l’8 per cento dei giovani inglesi è in grado di fare ciò che fa tranquillamente l’88 per cento dei lussemburghesi, il 77 per cento dei lettoni e il 62 per cento dei maltesi. La conclusione più semplice cui giungere è: siccome tutto il mondo parla inglese perché sforzarsi inutilmente a imparare un’altra lingua? In realtà non è solo questa la motivazione e Michelle Sheehan ha ricercato e studiato le difficoltà incontrate dai britannici nell’imparare altre lingue.

Il primo ostacolo, difficile e bizzarro per gli inglesi, è che in quasi tutte le lingue non solo europee gli oggetti inanimati hanno un genere: possono essere maschili, femminili, solo a volte neutri. Oltretutto senza logiche apparenti, lo stesso termine può essere di generi diversi secondo la lingua. Il latte è maschile in francese, italiano e portoghese, femminile in spagnolo e tedesco. In spagnolo, italiano e portoghese, il genere è solitamente indicato dalla parte finale delle parole, fatto che rende più semplice la comprensione, mentre in altre lingue come il francese parole scritte diversamente e dai significati molto differenti si pronunciano allo stesso modo. Tu es (you are) si pronuncia come tué (killed): una versa sfida per gli inglesi, ma non solo per loro.

Non appena lo studente inglese ha memorizzato che in italiano la casa è femminile e il caso maschile, ecco che deve affrontare un nuovo problema: l’accordo. Per parlare correttamente un’altra lingua europea deve cioè assicurarsi che articoli, aggettivi, pronomi si accordino con la parola che descrivono o a cui sono legati, sia per quanto riguarda il genere sia il numero (singolare o plurale). In pratica “my beautiful horse” per diventare plurale aggiunge semplicemente una “s” (my beautiful horses) e il gioco è fatto. Ben diverso da “il mio bel cavallo” e “i miei bei cavalli”. E se abbiamo anche la necessità di passare al femminile l’essenziale “my beautiful mare” che al plurale semplicemente diventa “my beautiful mares” in italiano è un po’ una corsa a ostacoli: “la mia bella cavalla, le mie belle cavalle”.

Sia l’accordo sia il genere sono concetti che esistevano in Inghilterra prima dell’avvento nel XVI secolo del cosiddetto Modern English oltre che del Great Vowel Shift, il grande spostamento vocalico, cioè la profonda alterazione fonetica della lingua inglese che portò alla pronuncia attuale. Ma cinquecento anni per la linguistica sono davvero molti e queste nozioni sono semplicemente andate perse a parte qualche eccezione come nell’esempio “this sheep is lonely but these sheep are not”.

E poi c’è una questione che potremmo definire di educazione. In buona parte delle lingue europee (ma non solo, anche in basco, indonesiano, mongolo, persiano e turco) esiste la cosiddetta “distinzione T-V”, ereditata dal latino tu/vos che permette di parlare all’interlocutore in modo colloquiale o formale. Tu/vous in Francia, tu/lei/voi in Italia, du/Sie in Germania, tu/usted in Spagna… In inglese esiste solo you e siccome all’avvio di una conversazione può essere fondamentale scegliere il giusto pronome per non offendere l’interlocutore, gli inglesi madrelingua si trovano in difficoltà in quanto non esistono regole precise tra il you informale e il you formale. Anche in questo caso, prima dell’avvento del Modern English esisteva la differenza thou/you (“Thou art more lovely and more temperate” scriveva Shakespeare) ma oggi non più. E per ovviare al problema, se si è formali si usa il cognome, altrimenti si utilizza il nome di battesimo. E quando parlano a più persone, gli inglesi utilizzano formule come “you all”, “you guys”.

I maestri delle declinazioni erano naturalmente greci e latini che hanno lasciato questa importante eredità ai tedeschi. Il fin troppo semplicistico “the” inglese, in Germania ha un’ampia gamma di sfumature: der/die/des/dem/den/das. Il tedesco declina l’articolo in modo diverso se è singolare o plurale ma anche secondo la sua funzione in una frase: soggetto, complemento oggetto, possessivo…

Nell’inglese questa ricchezza di possibilità si è mantenuta solo nei pronomi per far sì che “I love him” possa diventare “He loves me”, con un ben diverso significato. Anche in questo caso, l’inglese era molto simile al tedesco – fatto che probabilmente permetteva in epoca shakespeariana ai britannici di imparare più facilmente le lingue – ma ha poi perso la maggior parte del suo sistema di casi.

Dopo aver seminato il panico tra gli inglesi che vorrebbero studiare lingue, Michelle Sheehan dà il colpo di grazia parlando di verbi. In inglese esistono per i verbi regolari quattro forme: per esempio jump/jumps/jumping/jumped che si combinano con i verbi ausiliari per offrire un’ampia gamma di significati, come “I have been jumping”. Già solo con il presente indicativo questa quantità è superata dall’italiano (salto/salti/salta/saltiamo/saltate/saltano) e praticamente da tutte le altre lingue, con picchi fin oltre le 50 forme. In spagnolo, italiano e francese, i verbi non cambiano solo il tempo (come del resto anche in inglese), ma anche la durata dell’azione nel tempo e il numero delle persone che svolgono l’azione. Senza dimenticare forme come il congiuntivo, particolarmente difficile da assimilare per i britannici, che non hanno dubbi ma solo certezze…

Le conclusioni di Michelle Sheehan offrono comunque una ventata di ottimismo, in quanto la docente afferma che se c'è la volontà di imparare, i britannici un modo per farlo lo trovano: lo sta a dimostrare quel 2 per cento in grado di leggere e scrivere più di tre lingue straniere. Il commento di Sheehan dimostra che il livello di garbata ironia e sottile umorismo degli inglesi è difficilmente raggiungibile e comprensibile per le altre popolazioni.

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