Un disastro chiamato Brexit

| Tutto è ancora possibile, ripetono gli analisti politici: a quasi quattro anni dal referendum sull’uscita dalla UE, la Gran Bretagna è sempre più nel caos

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Nessuno poteva prevedere che a quasi quattro anni dal referendum che ha chiesto l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea che regola l’uscita di un paese membro, la Brexit finisse in un caos di tale portata. La peggior crisi dopo il Big Ben, per parafrasare il titolo di una canzone di qualche anno fa, utile a spiegare che mai, a memoria d’uomo, la fiera e nobile Gran Bretagna si era infilata in un pasticcio politico e istituzionale che la sta sgretolando dall’interno. Un pasticcio, va detto, in cui i sudditi di Sua Maestà si sono infilati da soli con tutte le scarpe il 23 giugno 2016, quando i “Leave” superarono i “Remain”.

Sull’altare della Brexit ci ha rimesso la carriera e la faccia Theresa May, e rischia di fare lo stesso – perfino più velocemente – il nuovo premier Boris Johnson, che ancora si tiene stretta la fama di duro e puro, malgrado i pesanti sganassoni che il parlamento di Westminster gli ha appioppato nei giorni scorsi.

L’ultima a mettergli il bastone fra le ruote, proprio in queste ore, è Amber Rudd, fedelissima e ministro del lavoro, che ha presentato le dimissioni dal Partito Conservatore. Non è che il nome più recente di una lunga serie di espulsioni e dimissioni che oltre ai celebri 21 parlamentari allontanati dal partito, include anche Jo Johnson, il fratello di Boris che malgrado la parentela stretta non ha potuto fare a meno di dichiararsi in totale disaccordo con il fratellone, con cui divide gli stessi capelli in tinta Trump.

Boris resiste, tira dritto malgrado il crollo della sterlina e l'impazienza delle borse: giura che non ha intenzione di dimettersi e neanche di partire con il cappello in mano con destinazione Bruxelles, come aveva fatto più e più volte la May, tornando ogni volta al di là della Manica con la schiena piegata dal muro di gomma messo in piedi dai 27.

Boris tornerà in aula domani, per l’ennesima volta e prima della contestatissima sospensione del parlamento controfirmata dalla Regina, che si appresta anche a mettere l’autografo sulla legge che impedisce il “no deal”, con l’idea di presentare una mozione del tutto simile a quella rigettata o con una proposta di elezioni anticipate che per essere approvata avrebbe bisogno della maggioranza dei due terzi del parlamento, in base a quanto prevede la confusionaria legge britannica.

Di mezzo c’è il temuto “no deal”, la potenzialmente disastrosa uscita senza accordo della Gran Bretagna dal circolo della UE che Johnson ha preso di petto giurandola fin dal suo insediamento. Ma sembra l’unico a crederci: i suoi colleghi a Westminster, probabilmente dopo aver letto le ipotesi di scenari apocalittici in cui cadrebbe il Paese, non hanno alcuna voglia di entrare nelle pagine di Wikipedia come coloro che affossarono la Gran Bretagna.

I tabloid inglesi puntano forte sulla crisi dei “Tories”, il partito conservatore, rappresentanza del centro destra anglosassone, considerato uno dei più di successo del mondo intero: erano stati loro, negli anni Settanta aveva proposto e ottenuto dal premiere Margaret Thatcher l’ingresso del Paese nell’Unione Europea. 

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