"Denunciare e allontanarsi
dall'uomo violento e ossessivo"

| Nella giornata dedicata alle donne vittime di violenza, l'avvocato Maria Luisa Missiaggia spiega strategie e comportamenti da seguire quando un rapporto matrimoniale è al capolinea. Nel 2018, 130 femminicidi

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Di Floriana Naso

Il 25 novembre 2018 è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La cronaca ci riporta quasi ogni settimana un caso di femminicidio o di violenza contro una donna: impossibile dimenticare i casi di attacchi con l’acido ai danni di Lucia Annibali o di Gessica Notaro, e i casi di omicidio le cui vittime sono state 130 nell’ultimo anno: Desiree Mariottini e Roxana Karin Zentero sono le ultime in ordine cronologico.

Nel mezzo ci sono storie quotidiane di fidanzate, mogli e figlie che subiscono vessazioni e abusi, sia fisici che psicologici quotidianamente tra le mura domestiche, oppure stalking e minacce qualora decidano di interrompere i rapporti conflittuali. Questi fenomeni sono in aumento e spesso si verificano da parte di uomini che mirano ad esercitare il controllo totale sull’altra persona in quanto insicuri e deboli, come spiega l’avvocatessa Maria Luisa Missiaggia.

Perché, secondo lei, è in aumento il fenomeno del femminicidio?

Le cause sono complesse e vanno ricercate in vari fattori. Sicuramente un coerente sviluppo adulto dell’uomo è la prima causa. A questo si aggiunge una mancanza di autonomia psicologica e un controllo ossessivo sull’altra da sé che favorisce la perdita del controllo. L’uomo violento attraversa varie fasi prima di arrivare all’evento patologico della violenza e questo la donna spesso lo sottovaluta. È sicuro che inasprire le pene non è servito a tutelare le donne alle quali è necessario anche fornire un protocollo per conoscere e prevenire il fenomeno violenza.

È ancora così difficile denunciare per una donna? Se sì, perché?

Ahimè, è proprio così. È sconcertante rilevare quanto siano ancora troppo poche le donne che, a seguito di un episodio di violenza, denuncino gli abusi alle autorità competenti.  Il numero dei casi di violenza aumenta ed è preoccupante. Ma altrettanto preoccupante è il fatto che le donne in molti casi non denuncino l’accaduto. Forse perché ancora oggi viene percepita la mancanza di un’effettiva tutela da parte delle istituzioni. La paura di essere lasciate sole e la mancanza di cultura ed autonomia nella coppia spesso spingono le donne a restare nella medesima situazione anche se pericolosa.

Perché, a suo avviso, per certi uomini è difficile accettare che la donna scelga un’altra vita? 

Quanto più la donna, in una relazione “malata” cerca di affermarsi come eguale in dignità, valore e diritti all'uomo violento, tanto più lo stesso nega l’altra imponendo la sua finta forza e potere. In realtà stiamo parlando solo di uomini insicuri e privi di valori. L'uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Poco importa il lavoro che fa o la posizione sociale che occupa. Si tratta di uomini che non accettano l'autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, negano la malattia di cui sono affetti come nel caso di un dipendente alcolista con l’alcool o con la droga. Accusano le donne considerandole responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita, la cercano, la minacciano, la picchiano, e ormai il più delle volte la uccidono.

Cosa accade, giuridicamente, quando la separazione non è consensuale?

Con la separazione consensuale marito e moglie, di comune accordo, decidono di separarsi. È consensuale perché prevede il consenso espresso di entrambi i coniugi che giungono ad un accordo che prevede norme sul mantenimento per i figli ed il coniuge e su tutte le questioni connesse ai beni.

La separazione consensuale non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi per ogni aspetto. Ed in questo caso sarà un soggetto terzo, dunque un giudice, a stabilire le condizioni della loro separazione.

Quali sono i problemi che più spesso riscontra durante una separazione o un divorzio “problematico”?

I coniugi discutono quasi sempre di temi economici relativi al mantenimento dell’altro e dei figli. Il tema casa è quasi sempre risolto da un’assegnazione in favore del coniuge collocatario, ovvero la mamma nel 90% dei casi, assegnazione che va nell’interesse dei figli. Altro tema caldo è l’assegno divorzile che ora è più difficile da ottenere per la donna perché i parametri di valutazione per l’ottenimento si restringono. D’altra parte solo nel caso di mancata capacità di guadagno e tempi di matrimonio lunghi appare più probabile l’ottenimento. Anche in caso di disparità di redito c’è speranza.

Cosa può fare una donna che si sente minacciata dal marito e ha dei figli da proteggere?

Denunciare e prima ancora osservare il comportamento dell’altro. Proteggersi evitando conflitti in luoghi non protetti, evitare di entrare in comunicazione. Contemporaneamente andare da un professionista del settore della famiglia specializzato ed attivare una strategia per l’allontanamento.

L’abbandono del tetto coniugale cosa comporta e in quali circostanze è legale ai fini di non compromettere i diritti durante la separazione e divorzio?

La convivenza, è uno dei doveri coniugali stabiliti dal nostro codice civile.

La legittima interruzione della convivenza dei due coniugi, per l’ordinamento, può avvenire solo nei casi in cui sia già venuta meno la comunione materiale, morale e spirituale tra i coniugi, o in caso di eventi che possono essere considerati gravi.

L’obbligo di coabitazione, quindi, presuppone che i coniugi vivano sotto lo stesso tetto, e la sua violazione comporta conseguenze sia dal punto di vista civile che penale.

Sotto il primo profilo, in sede di separazione, potrà essere il presupposto della pronuncia di addebito, e di conseguenza comporta la perdita del diritto all’assegno di mantenimento e quindi di percepire somme che non siano necessarie per la sussistenza.

Sotto il punto di vista penale, invece, sussiste una responsabilità, ai sensi dell’art. 570 c.p., ma, unicamente in determinate circostanze.

Difatti, la norma citata, ritiene penalmente rilevante la condotta dell’abbandono del tetto coniugale solo quando oltre all’abbandono, l’agente si sottrae agli obblighi di assistenza morale e materiale inerenti alla responsabilità genitoriale e /o di coniuge.

Sono molti i casi affrontati dal team di Studiodonne, e spesso i nostri clienti agiscono d’impulso ed abbandonano la casa coniugale ancor prima di pianificare la separazione.

 

Il consiglio che diamo sempre è quello di non lasciare il tetto coniugale fino a che non venga formalizzata all’altro coniuge la volontà di concludere la relazione coniugale.

È poi chiaro che, bisogna valutare attentamente ogni singolo caso, ci sono delle situazioni in cui l’abbandono immediato della casa coniugale è la soluzione migliore per tutelarsi; difatti, è considerata prevalente la tutela del coniuge eventualmente vittima di episodi di violenza, che si tratti di violenza psicologica o fisica. In questo casi, diventa fondamentale far prevalere il diritto del soggetto ad allontanarsi dalla fonte della violenza, rappresentata dall’altro coniuge.

In ogni caso è bene seguire un’altra indicazione per non rischiare di “passare dalla parte del torto”. Il coniuge che si allontana con i figli deve obbligatoriamente indicare all’altro coniuge sia il suo nuovo l’indirizzo, sia i suoi recapiti telefonici. Questo perché, colui che si allontana non può impedire all’altro coniuge di vedere e/o sentire i propri figli, e viceversa. La violazione di quando detto comporta delle conseguenze gravi anche dal punto di vista penale. I coniugi poi devono sapere esattamente quando possono lecitamente abbandonare il tetto coniugale. Ebbene, dal momento in cui è stata presentata domanda di separazione o di annullamento del matrimonio, si può legalmente abbandonare la casa coniugale senza subire conseguenze di tipo civile o penale. Non è, quindi, necessario attendere il provvedimento del Presidente del Tribunale che autorizza i coniugi a vivere separatamente. Il medesimo discorso vale anche per le nuove modalità di separazione e divorzio offerte dal nostro ordinamento (la negoziazione assistita da avvocati ed cd. “il divorzio fai da te” dinnanzi al Sindaco).

Bisogna tuttavia ammettere che, nella prassi, i Tribunali, si sono dimostrati molto comprensivi delle eventuali ragioni che hanno portato all’allontanamento dal tetto coniugale.

Esistono diverse motivazioni che possono giustificare l’allontanamento dal tetto coniugale. Tra le quali, come sopra accennato, la necessità di tutela da condotte violente, ovvero nel caso di infedeltà provata dell’altro coniuge. Tuttavia, in ambito processuale sarà la parte che si allontana a dover dimostrare la sussistenza di una giusta causa per allontanarsi dal tetto coniugale.

Una donna convivente, quindi non sposata, in che modo può tutelarsi ed eventualmente rivalersi se vittima di abusi fisici o psicologici? I due aspetti comportano iter diversi?

Il nostro ordinamento non prevede alcuna differenza in merito a ciò.

Se una donna che denuncia, teme per sé e la propria prole e non vuole tornare a casa, che soluzioni avrebbe?

La vittima dopo la denuncia viene messa in contatto con i centri antiviolenza che predispongono ambienti protetti e case famiglia ad hoc.

Cosa occorrerebbe fare, secondo lei, per arginare questo fenomeno?

Arginare il fenomeno è uno degli obiettivi della Onlus Studiodonne che ho creato nel 2017, Associazione già riconosciuta con oggetto la difesa delle donne e la cura degli uomini violenti attraverso il percorso dei 12 passi. Ne parleremo a Palermo il 22 nelle scuole e il 25 nella giornata internazionale delle donne.

 

Femminicidi
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