Vivere come Epicuro, per pensare senza paura alla morte

| È difficile accettare l’idea di essere vivi e un attimo dopo non esserlo più. Per superare il terrore della morte si può credere a vite ultraterrene come promesso da alcune religioni, oppure convincersi che morire non è un problema

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Di Marco Belletti
Epicuro è stato il primo a dirlo e ne era sicuro: non c’è ragione di temere la morte. Del resto la sua spiegazione era inoppugnabile, in quanto affermava che quando si è vivi la morte non è nulla e quando si è morti è la vita a non contare più nulla. Il filosofo greco argomentava in questo modo soprattutto per alleviare la paura della morte ai suoi concittadini e permettere loro di godersi meglio il tempo trascorso in vita. Ma senza esagerare, perché eliminare del tutto la paura della morte porta all’eccesso opposto, ossia di non tenere in nessuna considerazione la vita, come purtroppo hanno dimostrato numerosi fanatismi religiosi nel corso della storia dell’umanità.

È la filosofia lo strumento principale con cui si può pensare alla propria morte senza temerla, ma al tempo stesso essere consci che la vita è un bene prezioso e irrinunciabile. La rivista on line “Psyche” ha affrontato questo tema partendo da un assunto certo: la fine della nostra esistenza è inevitabile. Per poi porre ai lettori a una domanda: dobbiamo temere o no, la morte?

Certo, la nostra scomparsa è inevitabile, è sperabile solo che non si tratti di uno choc troppo doloroso. Un aspetto piuttosto fastidioso con cui bisogna fare i conti è la brevità dell’esistenza, mentre uno positivo è che l’ineluttabilità della fine torna a palesarsi solo in particolari momenti – almeno se non si hanno particolari patologie o stati depressivi acuti – per cui siano consci di avere un destino inevitabile, ma la certezza aleggia nel nostro cervello senza darci troppo fastidio. Almeno fino a quando non diventa certezza anche per quanto riguarda la data, nel qual caso la “vaga consapevolezza” diventa sicurezza non procrastinabile.

In realtà esistono momenti particolari delle nostre vite in cui la realtà della morte si fa particolarmente evidente: salvarsi per caso da un incidente e la morte di una persona cara, stanno a ricordarci quanto la caducità dell’esistenza. In questi momenti la morte non è soltanto vaga consapevolezza, il senso della propria fine si percepisce in modo evidente e in questo stato d’animo il terrore della morte si insinua impossessandosi della mente e rilasciando la sensazione di inutilità e impotenza.

Si tratta della paura della morte a livello esistenziale, generata dall’idea altrimenti remota che c’è e ci sarà sempre. Questo tipo di terrore nei confronti della morte è la sconvolgente consapevolezza che una volta passati a miglior vita non si è davvero più nulla, nient’altro che un niente nella quasi infinita storia dell’universo.

Per il filosofo Thomas Nagel la morte è la grande privazione, e siccome ci rendiamo conto che vale la pena vivere la vita, è doloroso e spiacevole doverci rinunciare.

Un giorno si spera lontano, durante un pranzo di Natale in famiglia ognuno di noi sarà forse ricordato i con affetto, ma tutti quelli rimasti continueranno comunque a mangiare e scherzare. Oppure in occasione del funerale, quando saranno tutti molto contriti almeno fino al giorno dopo, quando la vita pretenderà giustamente di andare avanti: è questo un aspetto che pesa, che si immagina come un grosso problema.

Se questa paura è il problema, come si può superarla? Una strategia potrebbe essere convincersi che esiste un seguito a questa vita terrena, sicuramente più felice. Un simile pensiero aiuta molte persone, e diverse religioni – o anche solo scuole filosofiche – abbracciano la teoria della resurrezione e del tempo ciclico che si ripete. La morte diventa così una semplice fase di passaggio tra due esistenze.

Ma se scartiamo ogni possibilità di vita dopo la morte, quello che resta è l’abisso del “una volta c’ero e ora non esisto più”: come evitare questa ossessione?

Ritornando a Epicuro – il cui obiettivo è raggiungere la felicità in vita – egli ritiene che la paura della morte sia controproducente per godere la vita, e quindi prendere coscienza del fatto che si tratta di un terrore infondato, ci permette di vivere bene.

Secondo il filosofo di Samo per superare il problema è necessario immaginare noi stessi morti, ma per farlo dobbiamo essere necessariamente vivi, in quanto da morti non potremmo esistere e quindi pensare. Non possiamo immaginare come sarebbe la morte perché essere morti è l’assenza di esistenza, il nulla non può essere immaginato e quindi essere defunti non è un’esperienza: la morte non è niente per noi.

Un discepolo celebre della scuola epicurea è il poeta latino Lucrezio, che nel suo “De rerum natura” propone un’idea opposta, cioè cercare di ricordare com’era l’esistenza prima della nascita. Non è qualcosa a cui si può pensare, incontriamo esattamente la stessa difficoltà (o meglio impossibilità) a immaginare che cosa significhi essere morti. Lucrezio afferma che prima della nascita o dopo la morte sia lo stesso concetto che comporta l’assenza di noi. Ecco quindi un altro motivo per cui non temere la morte.

Epicuro e Lucrezio sono d’accordo nell’affermare che non esistono buoni motivi per essere terrorizzati dal dovere di morire, anche se il primo ha riconosciuto che il suo ragionamento non ci libera completamente dal timore di dover dare l’addio alla vita. A meno che non si cada in qualche fanatismo estremo, il pensiero di Epicuro è – come afferma il filosofo contemporaneo James Warren – parte di una “terapia cognitiva” utile ad affrontare meglio la vita. Permette in pratica di allievarci (anche solo temporaneamente) dalla paura di morire per aumentare (anche solo leggermente) il piacere di vivere.

Il celebre fumetto argentino di fantascienza “Gilgamesh”, ideato da Lucho Olivera e Robin Wood nel 1969, narra la vita di un antico sumero re di Uruk, al quale un astronauta alieno in visita sulla Terra regala il dono dell’immortalità. Gilgamesh vive così tutte le epoche storiche dell’umanità, cercando di rendere la Terra un luogo migliore ma senza troppo successo, fino ad arrivare alla guerra finale che distrugge tutti gli esseri umani e l’intero pianeta. Per esigenze di marketing gli autori proseguono la storia con una seconda serie in cui l’immortale scopre 12 neonati ibernati pronti a creare un nuovo mondo e il protagonista ha così un nuovo ideale di vita per fare crescere una nuova umanità.

In realtà, senza la necessità di accontentare i fan che volevano sempre nuove storie di Gilgamesh, per gli autori la storia sarebbe finita con il solo Gilgamesh sopravvissuto all’umanità e una morale assai semplice: senza la morte la vita è una terribile ripetizione, inutile e priva della parola fine. Molto probabilmente vivere milioni di anni ci impedirebbe di godere le esperienze e gli attimi che invece apprezziamo nella nostra breve e inutile esistenza.

Forse è questa la consapevolezza che può aiutare ad affrontare la fine, perché senza la morte la nostra vita avrebbe molto meno senso.

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