«Quando Ivanka era la mia migliore amica»

| “Vanity Fair” America pubblica il racconto di Lysandra Ohrstrom, una giornalista che ha diviso con la “First Daughter” gli anni della scuola: sembrava voler incarnare il volto meno arrogante e sfacciato della dinastia Trump. E invece…

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Quand’erano solo due ragazzine, Lysandra e Ivanka erano inseparabili: dove andava una, c’era l’altra. Si erano conosciute all’inizio della terza media alla “Chapin”, un’esclusiva scuola femminile nell’Upper East Side di Manhattan frequentata anche da Jackye Kennedy che pullulava di giovani ragazze di sangue blu o magari non nobili ma ugualmente ricche, antipatiche e altezzose come se lo fossero.

Quando Lysandra Ohrstrom arriva in classe, scopre che a governare tutto è Ivanka, una ragazzina bionda a capo di una “banda” formata da altre cinque adolescenti selvagge, titolate e assai precoci. Vivevano tutte in palazzi esclusivi tra la Fifth e Park Avenue, e nei fine settimana sparivano con le famiglie nelle residenze di campagna. “All’inizio io e Ivanka ci frequentavamo occasionalmente, poi ho ricevuto un invito per la festa del suo tredicesimo compleanno, dove circa 15 di noi sono state portate per il fine settimana al “Taj Mahal” di Atlantic City da tre limousine, e continuamente controllate da due agenti di sicurezza del padre. Ai tempi Donald lo ricordo poco e anche lui mi riconosceva a malapena, ma quando ci incontrava, a tutte noi chiedeva in continuazione se Ivanka era la più bella e popolare ragazza della nostra classe: ricordo di aver risposto che probabilmente era tra le prime cinque. Lui mi ha fulminata con lo sguardo: “E chi sarebbe più carina di Ivanka?”. Anche se non ricordava mai il mio nome, sembrava avere una memoria eccezionale per i cambiamenti che subiva il mio corpo durante l’adolescenza”.

Lysandra e Ivanka avevano legato prima del liceo, quando un gruppo di ragazze della Chapin era andato a Parigi in gita scolastica, il primo di molti viaggi fatti insieme: “Avevamo deciso di svegliarci all’alba, prendere l’Eurostar e passare la giornata a Londra tornando in tempo per il coprifuoco delle 23, ma alla fine nessuna ha avuto il coraggio di farlo, tranne me e Ivanka. Da quel giorno siamo diventate inseparabili, trasformandoci una per l’altra in sorelle più che semplici amiche per oltre un decennio. Amava parlare di sé ed era spudoratamente vanitosa, ma era anche divertente, leale e sfacciata. Dopo il college abbiamo iniziato a muoverci su strade diverse: io sono andata a Beirut per il mio primo reportage, mentre lei ha sperimentato una forma di ribellione post universitaria: faceva la pendolare a Brooklyn per un lavoro con il promotore immobiliare “Forest City Ratner”. Poi nel 2009, dopo essere stata una delle due damigelle d’onore al suo matrimonio, la nostra amicizia si è definitivamente spezzata”.

Passano sette anni e nel 2016, l’immagine di Ivanka irrompe con fragore nelle cronache di tutto il mondo: suo padre è appena diventato presidente degli Stati Uniti d’America e per lei gli esperti si aspettano un ruolo di primo piano alla Casa Bianca.

“Ero sicura che avrebbe tentato di moderare le tendenze più regressive e razziste del padre, non tanto per un impegno morale, ma perché ingabbiare i bambini sudamericani e stracciare gli accordi sul clima non era un bello spettacolo. In fondo, la Ivanka che conoscevo aveva trascorso la vita tentando di incarnare il ramo più raffinato e intellettuale dell’impero Trump: una doppia personalità che da un lato le permetteva di essere accolta nei giri più esclusivi del jet-set mondiale e di passare le vacanze sugli yacht dei miliardari della Silicon Valley, e dall’altra di essere un esempio per le casalinghe della classe media a cui vendeva i capi del suo marchio di moda. Invece ho visto come Ivanka ha sprecato l’immagine a cui aveva lavorato duramente: ho avuto innumerevoli conversazioni con amici cresciuti con lei e tutti erano sconvolti dal fatto che non si sia mai opposta pubblicamente a nessuna delle politiche ripugnanti di suo padre. Qualche settimana fa, dopo aver votato in anticipo per Joe Biden, ho iniziato a scrivere della mia amicizia con Ivanka senza alcun interesse verso un’eventuale pubblicazione, ma più scrivevo, più diventavo sicura di non doverle più il mio silenzio”.

A stupire Lysandra è il cambiamento radicale della sua ex amica, diventata un’altra persona quando oltre ai soldi ha accarezzato il fascino sottile del potere. “Mentre raccontava le conquiste dell’amministrazione Trump per la classe media, mi è venuto in mente che intorno a 20 anni Ivanka mi chiedeva spesso consigli su qualche libro da leggere: le avevo raccomandato “Empire Falls”, il romanzo di Richard Russo vincitore del premio Pulitzer 2001 che racconta la vita di un manager di una tavola calda in una comunità operaia del Maine. “Ly, perché mi hai detto di leggere un libro sulla fottuta povera gente? – mi aveva detto lei - quale parte di te pensa che mi interesserebbe?”. Quando andavamo al cinema, Ivanka sottolineava sempre le incongruenze tra il mestiere di un personaggio e il suo stile di vita: “Da quando un insegnante può permettersi una BMW?” chiedeva sgranocchiando i popcorn ricoperti di sale, o ancora: “Perché un poliziotto vive in una casa come quella?”.

In realtà, non c’era voluto molto tempo, perché Ivanka si lasciasse affascinare dalle ricchezze di famiglia. “Durante le estati del liceo veniva a trovarmi a Newport, dove sono cresciuta in una comunità di Waspy Beach, e aveva conquistato tutti: era educata, raffinata, divertente, e in tanti si meravigliavano di come fosse diversa dai suoi genitori. In realtà aveva lo stesso radar dei Trump per lo status, i soldi, il potere e l’istinto di suo padre di gettare gli altri sotto un autobus pur di salvare se stesso. 

Uno dei primi ricordi che ho di Ivanka risale a quando ha convinto me e qualche altra ragazza a mostrare il seno fuori dalla finestra della nostra classe. Era successo un putiferio, ma Ivanka si era dichiarata innocente cavandosela senza problemi, mentre tutte noi eravamo state sospese”.

Nello stesso periodo in cui Ivanka stava gettando le basi per conquistare Manhattan, Lysandra Ohrstrom viveva una nuova realtà in Libano, Paese scosso da una guerra devastante con Israele. “Il divario tra noi diventava sempre più evidente: durante i miei primi due anni a Beirut, Ivanka mi mandava regolarmente messaggi del tipo: “Quando riporti il tuo culo a New York?”, e ricordo che era l’unica persona che conoscevo a non avermi chiesto com’era la guerra vista da vicino. Quando tornai a casa, aveva già iniziato a frequentare Jared Kushner e tutti e due hanno spesso cercato di propormi scapoli d’oro, che proprio non mi interessavano: ero ormai lontana da un mondo che non mi apparteneva più”.

Oggi, Lysandra Ohrstrom è una giornalista di 38 anni che scrive per “The Observer” e “Huffington Post”, e di quegli anni non rimpiange nulla.

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