Asta, la prima diva del cinema europeo

| Nata in Danimarca, dopo duri anni di gavetta nel teatro, la Nielsen conosce il successo in Germania con una serie di melodrammi che la consacrano. Con il sonoro si ritira a vita privata e muore 90enne dimenticata dallo star system

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Di Marco Belletti
I soldati della prima guerra mondiale avevano la sua fotografia nel portafogli: ritagliato da qualche giornale o rivista, il volto sorridente dell’attrice danese Asta Nielsen alleviava le lunghe permanenze nelle trincee di tutti i fronti, perché la donna era una delle più famose artiste cinematografiche dell’epoca e aveva fan in ogni nazione d’Europa. Asta era amata dai soldati francesi e tedeschi, da quelli inglesi e austriaci, la sua bellezza e il suo fascino superavano ogni barriera e ogni confine.

Nata l’11 settembre 1881 a Copenaghen in un’umile famiglia e restata presto orfana di padre, la piccola Asta abbandona la scuola sapendo solo leggere e far di conto e – nonostante la madre la voglia commessa – tenta la carriera di attrice. Nel 1899 la sua voce da tenore attira l’attenzione dell’attore Peter Jerndorff, che le paga lezioni di recitazione, di eloquenza e danza e le trova un posto al “Danish Royal Theater” nell’autunno del 1900. Purtroppo, la nascita della figlia illegittima Jesta nel luglio 1901 – quasi certamente di Jerndorff – fa perdere il posto alla donna.

Dopo aver rifiutato il matrimonio riparatore, Asta trova nuovamente un lavoro in teatro qualche anno dopo, tuttavia senza mai ottenere un ruolo da protagonista fino al 1911, quando la sua vita cambia radicalmente. Grazie alla lungimiranza di Urban Gad – un regista quasi debuttante, anche lui danese – Asta Nielsen recita nel suo primo film (“Afgrunden”, L’abisso) ottenendo subito un enorme successo.

Realizzato con un budget estremamente ridotto e girato in una sola settimana, il film viene proiettato per la prima volta a Copenhagen il 12 settembre 1910 e nel breve volgere di qualche giorno diventa uno dei più celebri melodrammi erotici, un genere in quegli anni molto seguito in tutta Europa. Asta Nielsen interpreta la rispettabile e borghese insegnante di musica Magda Vang che si fidanza con il figlio di un pastore ma scappa invece con Rudolph, un circense che la tradisce, la obbliga a esibirsi nei caffè chantant per mantenerlo, cerca di estorcere denaro al suo ex fidanzato e tenta di strangolarla. Alla fine Magda si ribella e lo pugnala a morte con un coltello da tavola per venire poi portata via dalla polizia, stordita ma senza versare una sola lacrima. 

Al pubblico piace molto la recitazione essenziale di Asta che contrasta con le esagerazioni delle altre attrici dei film muti: a lei bastano gli occhi straordinariamente espressivi e la sua sensualità provocatoria, ma trattenuta, per entusiasmare il pubblico.

Gad è nipote del pittore Paul Gauguin, ha un paio d’anni in più di Asta e ben presto i due si innamorano, si sposano nel 1912 e si trasferiscono in Germania dove la loro carriera decolla, rendendo la donna una star di prima grandezza – è soprannominata la “Duse del cinema” – e l’uomo uno dei registi più richiesto.

Nei quattro anni successivi la coppia lavora insieme in 32 film e la Nielsen grazie al suo successo ha la piena libertà artistica nella scelta delle sceneggiature, dei costumi, degli attori non protagonisti e – forse il fatto più importante di tutti per lei – il diritto di essere diretta esclusivamente dal marito. Inoltre, la donna impone alla produzione di barattare lo stipendio annuo garantito di 80 mila marchi tedeschi, in un terzo degli incassi dei suoi film. 

In questo modo, al contrario di quasi tutte le altre star dell’epoca, Asta Nielsen può gestire la sua immagine sia sulla pellicola sia nella vita reale, con Gad accreditato come sceneggiatore e regista in quasi tutti i loro film ma probabilmente con ben poco margine decisionale. In un’intervista rilasciata in quegli anni, Asta afferma comunque che le sceneggiature del marito sono tele parzialmente completate che le lasciano molto spazio per l’improvvisazione.

Durante la prima guerra mondiale il sodalizio si rompe e dopo la separazione dal marito nel 1919, la Nielsen si sposa nello stesso anno con il costruttore navale svedese Freddy Windgardh e dà vita a una sua casa di produzione a Berlino: molte delle sue pellicole dell’epoca sono purtroppo andate distrutte da un incendio nel magazzino della società.

L’attrice nel 1921 realizza il suo film forse più innovativo, “Amleto”, in cui interpreta il principe di Danimarca in abiti femminili. Nel 1923 Asta conosce l’attore russo Gregori Chmara e se ne innamora: lascia il marito e con lui inizia una relazione che terminerà solo alla fine degli anni Trenta.

La donna continua a lavorare nell’industria cinematografica berlinese fino al 1932, recitando in film acclamati dalla critica come “Die freudlose Gasse” (La via senza gioia) nel 1925 e “Dirnentragödie” (Tragedia di prostitute) nel 1927, nei quali interpreta il ruolo di un’anziana prostituta. Nel primo recita anche Greta Garbo che anni dopo confessa: “Non ho mai capito il mio grande successo visto che non ero nulla al confronto con Asta Nielsen”.

Sempre più ai margini delle grandi produzioni, con l’avvento del sonoro la Nielsen deve fare i conti con uno stile di recitazione completamente diverso e soprattutto con una nuova e agguerrita generazione di attrici. E così, dopo “Unmögliche Liebe” nel 1932, decide di dedicarsi esclusivamente al teatro. Invitata da Joseph Goebbels (qualcuno dice dallo stesso Hitler) a tornare sugli schermi, la donna preferisce declinare l’offerta e torna in Danimarca dove – durante la seconda guerra mondiale – sostiene gli ebrei perseguitati, inviando cibo nel campo di concentramento di Theresienstadt.

Dopo il conflitto scompare dalla vita pubblica fino al 1970, quando si sposa con un uomo di 13 anni più giovane di lei conosciuto qualche tempo prima, con un grande risalto sui media che riscoprono la sua fulgida carriera. La felicità dei due sposi dura ancora un paio d’anni, fino al 24 maggio 1972, quando Asta Nielsen – Fru Nielsen, come la chiamano i suoi concittadini – muore a 90 anni.

Di lei resta quanto affermato dalla critica cinematografica tedesca Lotte Eisner, che l’ha definita (per i suoi occhi brillanti e la frangetta) un Pierrot lunare che ha attraversato oltre 20 anni di storia del cinema con la violenza di una frana e la luminosità di una stella.

 

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