Dreyer, uno dei più grandi registi della storia

| Autore dimenticato di film austeri dal ritmo maestoso, il regista danese Carl Theodor Dreyer parla di donne e innocenti, di repressione e intolleranza, di ineluttabilità del destino e di morte, del potere del male nella vita terrena

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Di Marco Belletti

Una carriera lunga 50 anni, e sebbene i film diretti siano meno di 15 (oltre a una decina di cortometraggi), Carl Theodor Dreyer è uno dei registi di maggior spessore nella storia del cinema mondiale. I suoi pochi lavori si spiegano per la riluttanza dei produttori nell’utilizzarlo e concedergli fiducia a causa della cura meticolosa con cui Dreyer prepara ogni suo film, su cui lavora per anni prima di girare il primo ciac. La sua bravura tuttavia è innegabile e delle sue opere restano le inquadrature indimenticabili di volti femminili e la rappresentazione di amori e passioni, come ben rappresentano due dei suoi film più significativi: “La passione di Giovanna d’Arco” del 1928 e “Gertrud” (1964) fonte di ispirazione per tutti i registi e il cinema moderno.

Per buona parte della vita, Dreyer mantiene il segreto sulle sue origini: nato a Copenaghen il 3 febbraio 1889, è figlio naturale di Josephine Nillson, una governante che lo abbandona e morirà due anni dopo durante un aborto. Viene dato in adozione dal padre naturale, Jens Christian Torp, un agricoltore danese, datore di lavoro della madre. Il piccolo Carl trascorre i primi due anni di vita in orfanotrofio fino all’adozione, nel 1891, da parte del tipografo Carl Theodor Dreyer e della moglie Inger Marie, che gli danno nome e cognome del padre adottivo. Sembra che i nuovi genitori siano stati emotivamente freddi e la sua infanzia è in gran parte infelice. Da adulto il regista ricorda: “mi facevano sempre sapere che dovevo essere grato per il cibo che mi veniva dato e che non avevo assolutamente alcun diritto su nulla”. Pur allontanandosi presto dalla famiglia adottiva – a 17 anni, quando scopre le sue origini e di essere stato adottato – molti dei rigidi insegnamenti ricevuti influenzeranno i temi trattati nei suoi film.

Tra il 1906 e il 1912 Dreyer svolge diversi lavori per sopravvivere, tra cui quello di giornalista: firma articoli in cui elogia Griffith e i cineasti svedesi Victor Sjöström e Mauritz Stiller per criticare la mediocrità del cinema danese. Nel 1912 è assunto dalla “Nordisk Films Kompagni” come montatore di sottotitoli, ma ben presto diventa sceneggiatore (una quarantina i film cui collabora) e montatore. Risale al 1918 la sua prima regia (“Il presidente”, che uscirà solo due anni dopo) e prima del 1925 dirige altri sette film. Di questa sua prima fase artistica Dreyer non dà valore a nessuna opera – tranne a “Mikaël” (1924), una commedia sull’ambiente artistico berlinese del Novecento – tuttavia è grazie al successo di pubblico de “Il padrone di casa” del 1925, che è invitato a lavorare in Francia dal vicepresidente della “Société Générale de Films”, il duca di Ayen. Gli viene assegnato il compito di realizzare un film su Giovanna d’Arco, canonizzata nel 1924, basato sul testo dello scrittore Joseph Delteil. Dreyer prepara la sceneggiatura con l’ambizione di non realizzare semplicemente un film in costume, anzi studia a fondo i documenti storici sulla pulzella per dare vita a una sorta di “inno al trionfo dell’anima sulla vita”. Come protagonista il regista esita tra Lillian Gish e Madeleine Renaud, ma alla fine sceglie Renée Falconetti, una stella del teatro, e valuta la giusta interprete per le sue piccole rughe sul volto (segno per Dreyer che ha molto sofferto in passato) e quindi perfetta per recitare la passione di Giovanna e rappresentare il volto dell’umanità sofferente. 

La stilizzazione delle inquadrature, l’astrazione dei set ridotti all’essenziale, la caratterizzazione dei volti, la forza emotiva del montaggio con scene che si susseguono fra vittima e torturatori… ogni dettaglio voluto da Dreyer contribuisce a rendere il film (uscito nel 1928) unico nel suo genere.

L’avvento del sonoro trova pronto il regista danese – al contrario di molti colleghi che ritengono la nuova tecnologia possa provocare la fine del cinema – e ben presto dimostra (con “Vampyr”, nel 1932) che il suono non toglie nulla al cinema, anzi aggiunge qualcosa al suo potere di suggestione. Vampyr, come “La passione di Giovanna d’Arco”, tratta di dannazione o salvezza dell’anima, ma con l’ossessione del regista per l’immaterialità delle immagini cinematografiche. Dreyer mostra un grande virtuosismo tecnico con immagini sovraesposte e velate, interni contrastati, ombre in movimento, immagini rovesciate, sovrapposizioni… Il film diventa famoso per la sequenza del funerale filmato dal punto di vista del morto.

I dieci anni successivi sono molto difficili per Dreyer: si rifiuta di lavorare per la Germania nazista che gli offre alcune opportunità, cade in depressione in seguito all’interruzione di alcuni progetti che ha a cuore e abbandona la carriera di regista dedicandosi esclusivamente al giornalismo. Torna dietro la telecamera nel 1943 quando gira “Il giorno dell’ira”, un’altra opera storica in cui una giovane del Settecento si confronta con l’intolleranza e il fanatismo, con l’iniziale scena del processo per stregoneria che cita apertamente quella girata per Giovanna d’Arco.

Purtroppo per Dreyer, Vampyr e Il giorno dell’ira sono accolti freddamente dal pubblico e il regista non riceve altre offerte importanti di lavoro. Decide così di dedicarsi unicamente alla realizzazione di cortometraggi, tranne alcune regie di opere meno significative.

Anche “Gertrud”, l’ultimo film del regista, ottiene un’accoglienza fredda alla sua uscita. Adattato da un’opera teatrale di Hjalmar Söderberg, il film presenta l’interessante personaggio di una donna alle prese con tre uomini: un poeta, di cui era l’amante ma che non ama più, un politico austero, che ha sposato ma che non ha mai amato, e un giovane musicista, di cui si innamora e che diventa il suo amante. Gertrud viene abbandonata dal mascalzone di cui è innamorata, rifiuta il suo vecchio amore e fugge dal marito. Nell’epilogo, originale rispetto all’opera teatrale, Dreyer la mostra invecchiata ma non triste: “Non importa, perché ho amato”.

Realizzato quando già i cineasti della “Nouvelle Vague” stanno cambiando il modo di fare cinema, Gertrud appare come un film da studio decisamente superato, anche se qualche critico lo rivaluta, come Jean-Luc Godard che scrive: “Ricorda in follia e in bellezza le ultime opere di Beethoven”. Di fatto il film è il testamento artistico dell’autore, il quale nella storia della donna che non biasima le scelte fatte, racconta un po’ la sua vita.

Dreyer muore a Copenaghen per una polmonite quattro anni dopo, il 20 marzo 1968 a 79 anni, senza aver potuto terminare un progetto sulla vita di Cristo cui stava lavorando.

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