Gene Tierney, la diva tormentata

| All’apparenza destinata a una lunga carriera a Hollywood, dopo la nascita della prima figlia fortemente disabile e alcune sfortunate relazioni sentimentali, l’attrice sprofonda in una malattia mentale che la segna per il resto della vita

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Di Marco Belletti
Appartamento di Laura Hunt: fuori piove e il tenente Mark McPherson (interpretato da Dana Andrews) sta indagando sull’omicidio della ragazza, uccisa con una fucilata. Un ritratto della donna sul camino attira l’attenzione del poliziotto che tuttavia ha bevuto troppo e si addormenta. Quando Laura rientra in casa, vestita di un impermeabile bianco, a McPherson sembra un sogno, come se il suo desiderio di vederla e conoscerla l’abbia fatta tornare in vita.

Si tratta della pellicola di Otto Preminger “Vertigine” del 1944 e la comparsa di Laura – interpretata da Gene Tierney, allora 24enne – avviene a oltre metà del film, eppure la scena è mitica e con quell’apparizione l’attrice fa il suo ingresso nella storia di Hollywood.

Nonostante l’apprezzamento di critica e pubblico, la carriera della Tierney non decolla e sebbene reciti con partner eccezionali come Tyrone Power, Henry Fonda, Rex Harrison, Clark Gable o Humphrey Bogart, non riesce a raggiungere le vette del successo che meriterebbe. Inoltre, come se non bastasse, la sua vita è contrassegnata da amori sfortunati e da una fragilità emotiva e caratteriale che dalla metà degli anni Cinquanta la costringono a numerosi ricoveri in cliniche per malattie mentali.

Gene Tierney raggiunge facilmente i set cinematografici in quanto fin da adolescente fa parte delle “Fox Girls” con Linda Darnell, Anne Baxter, Maureen O’ Hara e Betty Grable: la sua bellezza ambigua e innocente piace subito, fin dai film che interpreta all’inizio degli anni Quaranta, come “La via del tabacco” di John Ford, “I misteri di Shanghai” di Josef von Sternberg o “Il figlio della furia” di John Cromwell, in cui interpreta ruoli di selvaggia, mezzosangue o indigena di volta in volta disinibita, esotica o sensuale.

Ma è proprio Preminger che riesce a valorizzare le doti e le caratteristiche fisiche della Tierney in una trilogia composta dal già citato “Vertigine”, da “Il segreto di una donna” del 1949 (in cui l’attrice è bersaglio di oscure e ossessive minacce) e da “Sui marciapiedi” del 1950, di nuovo con Dana Andrews in una New York fatta di bische clandestine, palestre piene di corruzione, gangster e poliziotti collusi. Un vero noir, insomma.

Gene Eliza Tierney nasce il 19 novembre 1920 a Brooklyn, figlia di Howard – broker di successo di origine irlandese – e Belle Lavina Taylor, insegnante di educazione fisica. Viene chiamata Gene in onore di suo zio, morto in guerra. Dopo aver frequentato diverse scuole negli Stati Uniti e aver vissuto due anni in Svizzera, durante una visita agli studi della Warner viene notata dal regista Anatole Litvak che le chiede di diventare attrice, offrendole un ricco contratto.

Debutta a Broadway nel 1938 e risale all’anno successivo la sua prima apparizione a Hollywood nel western “Il vendicatore di Jesse il bandito”, di Fritz Lang. L’apice della carriera arriva nel 1943 quando è la protagonista di “Il paradiso può attendere” di Ernst Lubitsch, anche se il suo ruolo più celebre e apprezzato è quello di Laura Hunt. Nel 1946 ottiene una nomination all’Oscar come miglior attrice protagonista.

Nel frattempo, nel 1941 sposa lo stilista Oleg Cassini, dal quale ha due figlie, Daria e Cristina. Purtroppo, a causa della rosolia che la Tierney contrae durante la gravidanza, Daria nasce parzialmente sorda, cieca e con un serio ritardo mentale: questa tragedia segna profondamente l’attrice facendola cadere in una grave forma di depressione.

Solo dietro le forti pressioni della “20th Century Fox” e del suo proprietario William Fox, Gene Tierney torna a recitare e ad apparire alle feste e ai cocktail mondani, ma da allora è costretta per il resto della vita a ricorrere alle cure di psicanalisti e psichiatri. La figlia disabile, dopo il divorzio dei genitori nel 1952, viene ricoverata in un istituto per ragazzi affetti da disturbi mentali in quanto la separazione da Cassini è per la madre un secondo fortissimo trauma.

L’attrice si consola ben presto con il principe Alì Khan – appena divorziato da Rita Hayworth, conosciuto in Argentina dove la Tierney sta girando un film – ma la loro relazione sentimentale è discussa dai media e tormentata: dopo averle promesso di sposarla, il principe si rimangia la parola e tronca bruscamente il legame con l’attrice che nuovamente sprofonda in una crisi depressiva.

La disgrazia della figlia, il divorzio da Cassini e la nuova umiliazione subita da Alì Khan compromettono seriamente l’equilibrio psichico di Gene. E mentre i gossip la deridono per non essere stata in grado di sostituire Rita Hayworth nel cuore del principe, la Tierney incontra sempre più difficoltà a memorizzare i copioni, a essere puntuale sul set, a tollerare i pettegolezzi. Nel marzo 1956 ha un crollo particolarmente grave, tanto da essere ricoverata in una clinica psichiatrica, dove rimane per sei mesi.

Un po’ di sollievo arriva alla fine degli anni Cinquanta quando conosce il petroliere Howard Lee (fresco di divorzio da Hedy Lamarr) che sposa nel 1960 e che la convince a tornare sul set. L’attrice lo fa nel 1962 con il regista di fiducia Otto Preminger che la dirige in “Tempesta su Washington”, pellicola che non ottiene un particolare successo. Le richieste dei registi di Hollywood di averla come interprete non arrivano più e la Tierney si dedica per un paio d’anni a due produzioni televisive prima di ritirarsi definitivamente dalle scene nel 1964. Complessivamente sono 39 i film nei quali ha recitato in 24 anni di carriera.

Abbandonato il cinema, la Tierney si appassiona al bridge, diventando un’esperta giocatrice, e nel 1979 pubblica l’autobiografia “Self-Portait” – che riscuote un grande successo tra i suoi fan, ancora piuttosto numerosi – in cui affronta e descrive i periodi bui della sua malattia mentale.

L’attrice si trasferisce a Houston (nel Texas) dove muore il 6 novembre 1991 – pochi giorni prima di compiere 71 anni – a causa di un enfisema polmonare. Se ne va senza aver mai del tutto superato le crisi depressive, ma lasciando comunque il segno (con la sua interpretazione in “Vertigine”) nel cuore di molti fan, tra cui il regista David Lynch, che quando deve scegliere il nome della protagonista de “I segreti di Twin Peaks” non ha dubbi, e la chiama Laura.

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