L’uomo che inventò Hollywood

| Irving Thalberg è sicuramente uno dei nomi più importanti della cinematografia statunitense. Ha trasformato il modo di lavorare dei primi anni del muto in una colossale macchina da soldi, con film apprezzati dal pubblico di tutto il mondo

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Di Marco Belletti
In qualità di potente e ricco componente delle comunità ebraica e tedesco-americana di Los Angeles – oltre che fondatore della “MGM” – il borghese Irving Thalberg è stato spesso identificato come il “più raffinato” rispetto agli immigrati ebrei che hanno fatto fortuna con l’industria cinematografica statunitense. In qualità di responsabile della produzione MGM, il lavoro di Thalberg ha consistito nel plasmare la cultura e la filantropia nella Los Angeles degli anni Venti e Trenta, periodo in cui, come “minoranza modello” di quegli anni, ha sfidato i pericolosi stereotipi etnici e religiosi dell’epoca, nascondendo il mito della dominazione dei media ebraici in un’America in via di industrializzazione.

Irving Grant Thalberg nasce il 30 maggio 1899 a Brooklyn, e diventa uno dei più importanti produttori cinematografici dei primi anni del cinema. Viene chiamato “Boy Wonder” perché già da giovane mostra una grande capacità nel selezionare le sceneggiature, scegliere gli attori, riunire lo staff di produzione e realizzare film redditizi, come “Grand Hotel”, “Sui mari della Cina”, “La tragedia del Bounty” o “La buona terra”. Il suo biografo Roland Flamini, affermerà dopo la morte del produttore che i suoi film “proiettano un’immagine seducente della vita americana, traboccante di vitalità e radicata nella democrazia e nella libertà personale”.

Secondo i medici che lo curano da bambino per una malattia cardiaca congenita, Thalberg avrebbe dovuto morire prima dei 30 anni e forse questa maledizione lo spinge a bruciare le tappe. Dopo il diploma di scuola superiore lavora come commesso in un negozio e frequenta un corso di dattilografia, trovando poi impiego come segretario nell’ufficio di New York degli “Universal Studios”: fa presto carriera tanto da diventare direttore della sede di Los Angeles, dove supervisiona la produzione di un centinaio di film – tra cui “Il gobbo di Notre Dame” nel 1923 – nei tre anni trascorsi alla Universal.

Contribuisce a creare la “Metro-Goldwyn-Mayer” di cui nel 1925 (a soli 26 anni) viene nominato capo della produzione: è grazie al suo contributo che la MGM diventa lo studio di maggior successo di Hollywood. Nei 12 anni trascorsi alla MGM produce 400 film e in tutte le attività della casa di produzione lascia il segno: inventa le conferenze stampa con gli autori, promuove le anteprime per ottenere un feedback il più anticipato possibile da parte del pubblico, incoraggia le innovazioni nelle riprese per migliorare i film, spinge per la realizzazione di film horror ed è coautore del “codice di produzione”: le linee guida per la moralità dei film, seguite presto da tutti gli altri studi cinematografici.

È ancora merito suo se tra gli anni Venti e Trenta unisce il mondo del teatro, quello dei classici e quello di Hollywood, facendo nascere dei veri capolavori. Inoltre, contribuisce non poco al mito di numerose star dell’epoca, tra cui Lon Chaney, Joan Crawford, Clark Gable, Jean Harlow, Greta Garbo, Lionel Barrymore e Norma Shearer, che diventa sua moglie il 29 settembre 1927, in quello che viene definito dai cronisti “il matrimonio dell’anno”. Norma, per poter sposare Thalberg, si converte al giudaismo e ha due figli: Irving Thalberg Jr e Katherine.

Con la capacità di combinare qualità e successo commerciale, Thalberg ha saputo anche adeguare il cinema alle mutate esigenze del pubblico, tanto che gli altri produttori di Hollywood affermeranno, dopo la sua morte prematura, che è la “figura più importante nella storia del cinema”.

A suo nome creano l’Irving Thalberg Memorial Award, conferito periodicamente dall’Academy ai produttori capaci di mantenere costantemente elevati livelli di qualità nelle loro opere.

Nel 1933, per un grave attacco cardiaco, Thalberg prende un lungo periodo di riposo abbandonando di fatto il comando della MGM che passa a Mayer, con il quale i rapporti sono tutt’altro che sereni a causa di un’annosa questione sulla suddivisione dei profitti divisi in modo non equo. Durante l’assenza forzata di Thalberg, si mette in mostra un altro grande produttore hollywoodiano, David Selznick, che di fatto esautora il predecessore, costretto a rinunciare alla supervisione di tutti i film prodotti.

Dopo essere stato in vacanza in Europa ed essersi parzialmente rimesso in salute, Thalberg torna al lavoro ma gli viene affidata una sola unità produttiva con Mayer che gli porta via tutte le star che avevano lavorato nelle sue produzioni. Il giovane produttore non si scoraggia e, anche grazie all’aiuto della moglie, torna presto in auge. Sono Clark Gable e Charles Laughton nella “Tragedia del Bounty”, del 1935, a farlo tornare stella di prima grandezza tra i produttori. Il fiuto di Thalberg non è andato perso: lo stesso anno ingaggia i fratelli Marx la cui carriera teatrale è ormai in declino e produce “Una notte all’opera”, che li rilancia e ottiene uno strepitoso successo commerciale. L’anno successivo è Margherita Gauthier a sbancare il botteghino con la diva Greta Garbo affiancata dall’ennesima scoperta di Thalberg, che diventerà una star della MGM: Robert Taylor. Mentre lavora a “La buona terra” con Luisa Rainer e Paul Muni, Thalberg viene colpito da un nuovo attacco di cuore che questa volta non gli lascia scampo.

Muore il 14 settembre 1936, a soli 37 anni – strappando più di sette anni alle previsioni dei medici – e lascia a Hollywood un vuoto senza precedenti, secondo qualche critico mai più colmabile. Ironia della sorte, La buona terra è il più grande successo commerciale della sua carriera: ottiene premi e ovazioni in tutto il mondo, ma Irving non l’ha mai saputo.

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