Quando Hollywood non era bigotta

| Dorothy Burgess, scomparsa 54enne il 21 agosto 1961, è stata una delle attrici degli anni Trenta che interpretarono senza pudore ruoli di donne emancipate e libere sessualmente in commedie frizzanti. Ma il codice Hays cancellò tutto…

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Di Marco Belletti
Era il 1934 quando entrò in vigore il codice di condotta per le produzioni cinematografiche di Hollywood. Infatti, quell’anno l’associazione dei produttori e distributori cinematografici (Motion Picture Producers and Distributors of America, MPPDA) decise che era giunto il momento di intervenire per evitare il rischio che le storie narrate cadessero nell’immoralità e fossero quindi censurate. Venne pertanto stilato un elenco di concetti da evitare assolutamente: scene di passione troppo evidenti, adulterio, schiavitù bianca (quella nera era accettata), uso di alcool, danze con movimenti indecenti… Queste norme furono poi chiamate “codice Hays”, dal nome del presidente dell’associazione Will Hays, anche se fu Joseph Breen – capo della Production Code Administration – a farle applicare e a gestirle. Con lui il controllo raggiunse livelli di moralismo esasperati: per esempio decretò che in tutti i film le coppie sposate dovessero dormire almeno in letti separati (se non addirittura in camere diverse) e deliberò che nei bagni non comparissero mai i sanitari. Inoltre, da fervente cattolico e razzista, oltre a bandire baci e alcool, dispose anche di non dare spazio agli ebrei e di evitare contenuti che potessero essere offensivi per il nazismo. Quest’ultima regola durò molto poco…

Fino a quel momento il cinema hollywoodiano e i suoi attori non avevano avuto problemi nel rappresentare sul grande schermo la sessualità e a esaltare l’emancipazione delle donne. Purtroppo se da un lato gli Stati Uniti viaggiavano veloci verso una prima rivoluzione sessuale e il diritto di voto anche per le donne, dall’altro guadagnava potere il “temperance movement”, sostenuto delle associazioni cattoliche che promuovevano l’astinenza e la morigeratezza dei costumi, ottenendo un vasto seguito soprattutto sull’opinione pubblica, che considerava i film prodotti a Hollywood un pessimo esempio, per il troppo alcool e le donne troppo disponibili, sempre pronte a fare sesso anche al di fuori del matrimonio, oltre che essere autonome e a pensare alla propria carriera.

Uno degli ultimi film a non finire sotto gli artigli dei bigotti censori del codice Hays fu “What Price Decency” del 1933 la cui trama parla di Norma, una giovane donna dal passato oscuro che si reca ai Tropici, dove sposa un brutale commerciante di perle, per poi innamorarsi di un altro uomo, finendoci a letto. Protagonista di questa pellicola – scritta e diretta da Arthur Gregor, alla sua ultima prova come regista – fu Dorothy Burgess, nata nel 1907 e che sarebbe poi morta 54enne il 21 agosto 1961 per tubercolosi. La Burgess fu introdotta nel mondo della recitazione dalla zia premio Oscar Fay Bainter, tanto che non ancora ventenne recitava già in importanti compagnie teatrali di Broadway e nel 1928 in quella del famoso produttore George Cukor. Passò in fretta al cinema interpretando una ragazza messicana in “The Broken Wing” e replicò questo ruolo in numerosi altri film (principalmente commedie), dalla fine dell’era del muto fino ai primi anni Quaranta. Scura di capelli, seducente e dallo sguardo profondo, Dorothy Burgess comparve in parcecchie pellicole a basso costo prima come semplice caratterista, quindi con ruoli di una certa rilevanza. Divenne quindi un’attrice della Fox Film e nel 1928 debuttò nel suo primo film sonoro, una storia d’amore nel Far West intitolata “In Old Arizona”, realizzato con il sistema audio Movietone: le critiche dell’epoca affermano che la voce della Burgess era piacevole.

Nel maggio 1929 mentre l’attrice – appena ventiduenne – stava lavorando in uno studio cinematografico della Fox, due grandi lampade a incandescenza montate su un treppiede le caddero addosso, tagliandola profondamente sopra l’occhio sinistro: portata in ospedale, le furono dati diversi punti di sutura che da quel momento in avanti fu costretta a mascherare con un trucco più pesante.

Forse fu questo il motivo che la spinse ad accettare un contratto con la Warner, ma negli anni Trenta recitò anche con altre “majors” ed ebbe un’attività davvero frenetica tanto che fino al 1935 sono ben 39 i film in cui compare il suo nome come protagonista, 14 solo nel 1933 (tra cui il perduto “What Price Decency”) e 10 nel 1934. In tutti i ruoli Dorothy Burgess interpreta la parte di una ragazza disinibita, che accetta di utilizzare il suo corpo per fare carriera, oltretutto mostrandolo generosamente alla macchina da presa. La sua iper-attività molto probabilmente fu causata dalle conseguenze di un grave indicente automobilistico in cui fu coinvolta il 23 dicembre 1932.

Una notte, mentre la Burgess era sola a bordo della sua vettura a San Francisco, si scontrò contro l’auto condotta dallo studente universitario diciottenne Andrew Salz: l’urto fu particolarmente violento e provocò la morte di Louise Manfredi, diciassettenne seduta di fianco al ragazzo, e il ferimento dell’altra ragazza sull’auto di Salz, la nuotatrice Betty Lou Davis. L’attrice fu trasportata sotto choc in ospedale, da dove dichiarò che la responsabilità dell’indicente era di Salz. Ma la Burgess fu accusata di omicidio colposo e pochi giorni dopo fu citata in giudizio dai genitori della ragazza morta che le chiesero un risarcimento di 25 mila dollari. La causa proseguì fino ad agosto quando la corte suprema di San Francisco stabilì un indennizzo di 6.150 dollari per Louise dopo che ne erano stati stabiliti 6 mila per i danni provocati a Betty Lou.

Fu quasi certamente questo doppio indennizzo da pagare il motivo per cui l’attrice recitò in 25 pellicole nell’arco di una ventina di mesi.

Senza mai sposarsi, l’attrice ebbe una relazione nel 1932 con il regista Clarence Brown, che la diresse in “Volo di notte”, dal 1934 con il facoltoso gioielliere di New York Jules Galenzer e quindi con l’attore bisessuale Richard Cromwell, che l’avrebbe poi lasciata per sposarsi con Angela Lansbury, giovane ventenne non ancora diventata famosa come la signora in giallo Jessica Fletcher.

Già da qualche anno affetta da tubercolosi, nel maggio 1961 fu costretta a lasciare la sua casa a Palm Springs e fu ricoverata nel Riverside County General Hospital dove il 21 agosto morì in seguito a un peggioramento della salute.

È sepolta nell’Olivewood Memorial Park di Riverside, dove qualche anno più tardi sarebbe stato sepolto anche il regista Del Lord che l’attrice aveva incontrato a Hollywood senza tuttavia mai lavorarci insieme.

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