Caso Epstein: il MIT di Boston nell’occhio del ciclone

| Per anni, il celebre ateneo del Massachusetts ha ricevuto denaro dal multimiliardario pedofilo, registrando le donazioni come anonime. Ronan Farrow, il giornalista dello scandalo Weistein, ha scoperto tutto

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Ronan Farrow è tornato all’attacco: uno dei più temuti reporter d’America, colui che nell’ottobre del 2017 ha portato sotto gli occhi del mondo il “sistema Weinstein” che da decenni si reggeva su abusi sessuali che hanno coinvolto mezza Hollywood e provocato un autentico maremoto nel mondo del cinema e dello spettacolo, ha concentrato le proprie forze su un altro caso scottante e pericoloso: quello di Jeffrey Epstein. Il multimiliardario che amava le ragazzine morto suicida lo scorso luglio nel carcere di Manhattan, lasciando a sbrigarsela una scia di amici ricchi, nobili e potenti che adesso tentano inutile di prenderne le distanze.

Sulle colonne del “New Yorker”, Farrow – figlio dell’attrice Mia, ex moglie di Woody Allen – ha messo le mani su alcuni documenti inediti che dimostrerebbero altri risvolti inquietanti nella vita di Epstein, e soprattutto che – come dicevano gli antichi romani – “peculia non olent”, il denaro non puzza.



Dai documenti, emergerebbe che il “M.I.T. Media Lab”, celebre e stimatissimo laboratorio di ricerca del Massachusetts Institute of Technology abbondantemente finanziato da Epstein, fosse perfettamente a conoscenza delle sue denunce e le condanne per reati sessuali, contrariamente a quanto dichiarato. Non solo: il laboratorio del M.I.T. avrebbe avuto rapporti ancora più profondi con Epstein, e in questi mesi ha tentato in ogni modo di nascondere quanto estesi e continui fossero i contatti.

Decine di pagine di e-mail e documenti ottenuti da “The New Yorker” rivelano che, sebbene Epstein fosse bollato come “non gradito” nel database ufficiale dei finanziatori, il Media Lab ha continuato ad accettare denaro, lo ha coinvolto sull’uso dei fondi e, segnando i suoi contributi come anonimi, ha evitato di rivelarne l’intera portata, sia pubblicamente che all’interno della stessa università. Il dettaglio più delicato è che Epstein sembra fosse l’intermediario tra il laboratorio e altri ricchi donatori: era lui a sollecitare donazioni milionarie da parte di filantropi come Bill Gates e l’investitore e collezionista d’arte Leon Black. Secondo i documenti, a Epstein sono stati accreditati almeno 7,5 milioni di dollari in donazioni, di cui due da Gates e 5,5 milioni di dollari da Blac:, donazioni che le e-mail descrivono come fatte su sua richiesta. Lo sforzo di nascondere i contatti del laboratorio era così ampiamente conosciuto che alcuni membri dello staff dell’ufficio di Joi Ito, il direttore del laboratorio, si riferivano a Epstein come “l’innominabile”.

Il groviglio finanziario rivelato dai documenti va ben oltre quanto descritto nelle dichiarazioni pubbliche del M.I.T. e di Ito. Ufficialmente, l’Università ha ammesso di aver ricevuto nel corso di vent’anni ottocentomila dollari dalle fondazioni di Epstein, e si è scusata per aver accettato la somma. Il presidente dell’ateneo di Boston, L. Rafael Reif, ha commentato: “Con il senno di poi, riconosciamo con vergogna che abbiamo permesso al MIT di contribuire ad elevare la sua reputazione, che a sua volta serviva a distrarre l’opinione pubblica dai suoi misfatti”. Reif si è impegnato a donare i fondi a un ente di beneficenza per aiutare le vittime di abusi sessuali. E mercoledì scorso, Ito ha rivelato di aver ricevuto altri 1,2 milioni di dollari da Epstein per i fondi di investimento sotto il suo controllo, oltre a 525mila dollari donati al laboratorio.

Eppure, i documenti e le fonti suggeriscono che in questa storia c’è molto di più: dimostrano che il laboratorio era a conoscenza delle ben note vicende di Epstein fin dal 2008, quando si è dichiarato colpevole di prostituzione minorile, facendo automaticamente scadere il suo status di finanziatore dell’ateneo. Dimostrano anche che Ito e gli altri dipendenti del laboratorio hanno messo in atto numerose misure per evitare che il nome di Epstein fosse associato alle donazioni. Sul calendario di Ito, che elenca i nomi completi dei partecipanti alle riunioni, Epstein è identificato con le iniziali e i suoi contributi registrati come anonimi. Nel settembre 2014, Ito ha scritto a Epstein sollecitando del denaro per finanziare un ricercatore: “Potresti inviare altri 100mila dollari per poter prolungare il suo contratto per un altro anno?”. Epstein rispose di sì. E inoltrando la risposta a un membro del suo staff, Ito scrisse: “Assicurati che questo risulti come anonimo”. Anche Peter Cohen, all’epoca direttore dello sviluppo e della strategia del M.I.T. Media Lab, ribadiva: “Il denaro di Jeffrey deve risultare anonimo. Grazie”.

Anche il ruolo di Epstein nel sollecitare i contributi esterni è stato corretto a dovere. Nell’ottobre 2014, il Media Lab ha ricevuto una donazione di due milioni di dollari da Bill Gates e in una e-mail interna Ito scriveva: “Questo è un regalo di 2 milioni di dollari da Bill Gates”. La risposta di Cohen: “Non menzioneremo il nome di Jeffrey”. Nella registrazione obbligatoria della donazione depositata sui registri dell’università si legge solo che “Gates ha deciso la donazione su invito di un suo amico che desidera rimanere anonimo”. La conoscenza del ruolo di Epstein era solitamente mantenuta in un ristretto giro di persone. Commentando il deposito, Cohen scriveva ai colleghi: “Non mi sono reso conto che questo sarebbe stato inviato a decine di persone. Epstein non è nominato, ma mi mette a disagio sapere che questo documento sia stato divulgato così ampiamente, è pericoloso”.

Un portavoce di Bill Gates ha scritto alla direzione del Media Lab, dichiarando che Gates desiderava tenere il suo nome fuori da qualsiasi discussione sulla donazione, commentando poi pubblicamente che “qualsiasi affermazione che Epstein abbia gestito sovvenzioni personali per conto di Bill Gates è completamente falsa”. Una fonte vicina a Gates ha riferito che il fondatore della Microsoft ha un rapporto di vecchia data con il laboratorio e le donazioni anonime, sia personali che attraverso la sua fondazione, non sono per nulla atipiche. Gates ha anche negato di aver richiesto servizi di consulenza finanziaria a Epstein, ma lo scorso agosto la CNBC ha riferito che i due si sarebbero incontrati nel 2013 a New York per discutere “i modi per aumentare la filantropia”.

Ito, nelle sue dichiarazioni pubbliche, ha minimizzato la vicinanza con Epstein, affermando che “Purtroppo, nel corso degli anni, il laboratorio ha ricevuto denaro attraverso alcune delle fondazioni che controllava”, e riconosciuto di averli autorizzati personalmente. Ma le e-mail mostrano il contrario: Ito si sarebbe consultato con Epstein cercando attivamente di ottenere anche altre donazioni.

Signe Swenson, ex collaboratrice dello sviluppo e coordinatrice del laboratorio, nel 2016 si è dimessa per il senso di disagio di dover lavorare con i soldi di Epstein. Secondo il suo racconto, la direzione del laboratorio ha esplicitamente ordinato che le donazioni di Epstein fossero tenute segrete. Ma lei aveva visto che il nome di Epstein era stato inserito nel database centrale dei donatori dell’università come non gradito: “Sapevo che era un pedofilo e l’ho fatto notare”.

Jeffrey Epstein vantava amicizie con una serie di personaggi di alto profilo e molto influenti: nel 2008, in Florida, una condanna per adescamento di minori e istigazione alla prostituzione si era conclusa con un controverso patteggiamento che lo ha protetto dall’accusa federale e gli ha permesso di scontare meno di tredici mesi, gran parte dei quali trascorsi fuori dal carcere. Alexander Acosta, il procuratore responsabile di quel patteggiamento, ha fatto carriera diventando segretario al lavoro del presidente Trump, ma si è dimesso dall’incarico lo scorso luglio, travolto dalle ciclone scatenato dal caso Epstein. Quello stesso mese, il miliardario è stato arrestato a New York con l’accusa di pedofilia e traffico sessuale.

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