Golden Globes, in nero
contro il "metodo Weinstein"

| Raccolto l'appello di chi ha voluto testimoniare in favore degli attori molestati sessualmente da produttori e registi di fama. Lo ha ribadito Oprah Winfrey in un intervento "memorabile". E la black list intanto si allunga

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Di Germano Longo

Golden Globes 2018, 75esima edizione: il tempo dei molestatori, come ha ricordato Oprah Winfrey ricevendo il premio "Cecil B. De Mille Award", è finito. Hollywood lo dice con forza arrivando persino a trasformare quella che solitamente è una cerimonia all’insegna dello stile casual e dai toni irriverenti (molto più che agli Oscar) in un momento “istituzionale” sobrio e pacato. A partire proprio dal red carpet, che ha visto sfilare le star vestire di nero a sostegno del movimento #MeToo.

Riguardo ai risultati della serata alcune certezze e alcune, ad esempio lo “strapotere” della corazzata “Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, pellicola protagonista della serata con cinque statuette conquistate. A creare qualche problema ci hanno provato “Lady Bird” e "The Shape of Water” di Guillermo del Toro che ha conquistato la statuetta come miglior regista. Se qualcuno può recriminare qualcosa, quella è l’Italia, rimasta all’asciutto malgrado “Call me by your name”, pellicola di Luca Guadagnino, “Ella & John – The Leisure Seeker” di Paolo Virzì e perfino per Jude Law, candidato come miglior attore per “The Young Pope” di Paolo Sorrentino.

L’archivio Allen

Magari Woody pensava di passare alla storia come un benefattore, quando ha deciso di donare alla Princeton University ben 56 scatoloni pieni di appunti e copioni. Materiale che copre un periodo calcolato in 57 anni, rimasto per lungo tempo nella sezione libri rari della “Firestone Library” del prestigioso ateneo americano, su cui da pochissimo è riuscito a mettere occhi e mani Richard Morgan, giornalista free lance del “Washington Post”. Il contenuto di centinaia fra appunti privati, idee per sceneggiature mai diventate film e bozze di copioni, si è trasformato in un lungo articolo che dimostra l’unica, vera, grande ossessione della vita di Allen: le adolescenti.

Una mole di materiale “pieno di misoginia e riflessioni lascive”, così l’ha elegantemente definito il reporter del WP, che racconta di sceneggiature freudiane in cui si ripete un cliché che il regista newyorkese, oggi 82enne, ha spesso utilizzato come base di partenza dei suoi film: un rapporto sentimentale logoro letteralmente sconvolto dall’arrivo sulla scena di una giovane donna.

Tante le rivelazioni inedite, come il primo bacio di Mariel Hemingway, rubato da Allen sul set di “Manhattan” quando lei aveva solo 16 anni, e ancora il commento su Janet Margolin, attrice morta nel 1993 che ha recitato in “Io e Annie”, su cui Woody appunta: “Sono stato costretto a fare l’amore con lei per ottenere una performance decente: ho fatto quel che dovevo, ma in modo professionale”. Per finire - si fa per dire - con Nati Abascal, modella e socialite spagnola ingaggiata per “Il dittatore dello stato libero di Bananas”, a cui Allen allunga le mani sulle cosce e vedendosi respinto parte all’attacco: “Le ho ricordato l’obbligo sessuale che fa parte del contratto di ogni attrice che ha lavorato con me”.

Il materiale - definito “Woody Papers” - restituisce bozze di pellicole e racconti che descrivono vicende di uomini maturi affascinati da giovanissime, come nel caso delle studentesse del “City College” di New York, con a fianco un appunto cancellato malamente che suona come una clamorosa autodenuncia di Allen: “C’est noi”. Sono io.

O ancora un breve racconto (“By Destiny Denied: Incidental at Entwhistle’s”), che ha come protagonista un uomo ricco, istruito e rispettato che vive con una donna di 21 anni di origini indiane. Nelle correzioni a margine, la donna diventa prima una diciottenne, e subito dopo addirittura si sdoppia in due ragazze appena maggiorenni. In un altro racconto (“Consider Kaplan”), un uomo di 53 anni concupisce in ascensore una sua vicina di casa adolescente.

In effetti perfino “A rainy day in New York”, film di Allen di prossima uscita con Selena Gomez ed Elle Fanning fra le protagoniste, sembra ripetere per l’ennesima volta lo stesso copione: la stramba relazione fra un uomo maturo e un’adolescente.

“Allen, molto semplicemente, rivela ripetutamente la sua misoginia. Lui, che è stato nominato per 24 Oscar, vincendone quattro, non ha mai avuto bisogno di altre idee per i suoi film, oltre a quella dell’uomo lascivo e della sua conquista: è un concetto attorno al quale ha girato film a Parigi, Roma, Barcellona, Manhattan, su giornalismo, viaggi nel tempo, rivoluzione comunista, omicidio, romanzi, cena del Ringraziamento, Hollywood e molto altro. Perché su quell’idea ha fondato la sua carriera”.

Comunque sia pellicole che, dati alla mano, si sono spesso trasformate in autentici successi al botteghino, ma che in diverse occasioni hanno mostrato qualche crepa. Vale il commento di Ellen Page, nel 2012 diretta in “To Rome with Love”, che ha liquidato l’esperienza con Allen “Il più grande rimorso della mia carriera”.

Su Woody Allen, non giova ricordare il clamoroso caso del 1992, quando Mia Farrow, allora compagna del regista, scoprì casualmente alcune foto pornografiche della figlia adottiva, Soon-Yi Farrow Previn, scattate da Woody qualche mese prima. La relazione fra i due si concluse in modo burrascoso, con una durissima battaglia legale in cui fece scalpore anche la testimonianza di Dylan Farrow, di 7 anni, che accusava il patrigno di violenza sessuale. Anche se il team di periti escluse lo stupro, fu costretto ad ammettere “Un problema di confini nei rapporti di Allen con la figlia Dylan”. Il 22 dicembre del 1997, Soon-Yi è diventata la terza moglie di Woody Allen.

Sull’entourage del regista, nel frattempo è calato il silenzio assoluto: perfino Leslee Dart, il suo storico e fidato addetto stampa, rifiuta ogni richiesta di commento sull’articolo del Washington Post. In compenso è arrivato quello di Rose McGowen, attrice fra le più attive del movimento #MeToo: “Finalmente Woody è stato smascherato”.

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