Viaggio nella clinica di Weinstein

| I trattamenti e la vita monacale a cui sono obbligati gli ospiti del rehab in Arizona in cui per un certo periodo si è rinchiuso l’ex produttore. Una struttura esclusiva che vanta una clientela di ricchi e famosi

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Di Germano Longo
È grande e grosso, e la sua faccia rimbalza senza sosta sui media di tutto il mondo dallo scorso mese di ottobre, quando il nome di Harvey Weinstein si è trasformato nel simbolo assoluto del sex scandal che ha fatto vacillare Hollywood. Ma lui, con un tempismo da primatista mondiale, è riuscito a svanire nel nulla, facendo perdere le sue tracce. A scovarlo è stato il “New York Times”, che ha individuato nel “Gentle Path at the Meadows” il rehab a cui Harvey ha chiesto aiuto per guarire dalla voracità sessuale.

Un’esclusiva clinica per soli uomini creata dal dottor Patrick Carnes, uno dei più grandi luminari sul trattamento della tossicodipendenza, le dipendenze sessuali e i disturbi dell’alimentazione. Una struttura faraonica, immersa nel verde di Wickengurg, nei dintorni di Scottsdale, in Arizona, che si estende su 150 mila metri quadri e dal costo esorbitante: 47mila euro per 45 giorni di terapia. Gli ospiti sono costretti ad una vita monacale: sveglia alle 6:30 e meditazione, alle 7:15 colazione bio a base di yogurt, cereali e frutta, un’ora dopo inizio dei programmi, con riunioni e terapie di gruppo. Pranzo dalle 12:00 alle 13:00, con pesce e insalate, quindi appuntamenti individuali con psichiatri, psicologi e terapisti. Fra i trattamenti più curiosi quello dell’orsacchiotto di peluche da portare ovunque con sé, per liberare il “bambino che vive in ognuno di noi”.

Dalle 15:00 alle 17:00 la possibilità di chiudere la giornata con attività ausiliarie rilassanti come yoga, tai chi o agopuntura. Alle 19 una cena frugale e poi via in camera, senza televisioni, riviste e nemmeno connessioni wi-fi per rifarsi gli occhi. Un posto esclusivo, con appena 28 posti letto, che vanta clienti illustri come Kevin Spacey, Tiger Woods, Kate Moss, Donatella Versace, Elle McPherson e Selena Gomez.

Weinstein, a questa vita monacale pare abbia resistito molto poco: lo scorso mese di gennaio, un avventore dell’Elements Restaurant di Paradise Valley, zona residenziale a pochi passi da rehab, ha riconosciuto e assalito Harvey. E la sua presenza fissa nei ristoranti di Scottsdale e Phoenix è diventata un fastidio per i residenti, che hanno lanciato una campagna sui social per pretenderne l’allontanamento. Il motivo delle uscite pubbliche, per quanto sotto traccia, la saturazione di Weinstein, che non riusciva più a vivere di succhi di frutta disintossicanti al cavolo e cetriolo, rinchiuso in un appartamento di 1.700 mq con un compagno di stanza afflitto dalle stesse dipendenze. Una costrizione che l’ha convinto a chiedere di passare ad un programma di trattamenti ambulatoriali frequenti e cadenzati, ma comunque in grado di concedergli il tempo di pianificare il contrattacco con la sua squadra di avvocati, capitanata da Blair Berk a Hollywood e Benjamin Brafman a New York, al lavoro sulla notizia circolata nei giorni scorsi che vuole ormai imminente l’arresto dell’ex produttore hollywoodiano. Professionisti celebri e principi del foro che vanno pagati, e anche molto bene, che rappresentano la probabile causa del lento disfacimento dell’impero Weinstein: la sontuosa abitazione newyorkese al West Village, dove viveva con la moglie e i figli, si mormora sia in vendita, mentre il “West Hollywood Tudor Cottage” in California è stato affittato per 7.495 dollari al mese. Venduto per un paio di milioni di dollari, al contrario, un altro dei pezzi pregiati dei suoi possedimenti: un attico sul lungomare di Amagansett, nel nord dello stato di New York. Tutto questo senza contare la milionaria cifra di risarcimenti concordata con i legali di Georgina Chapman, l’ex moglie più veloce del west.

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