Il mostro confessa:
ho colpito Maelys più volte

| Nordahl Lelandais torna sul luogo del delitto con gli investigatori e mima la scena finale con un manichino. Aveva fracassato a pugni il volto della vittima. Dove nascose il cadavere e il rientro nella sala per crearsi un alibi

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Nordahl Lelandais, l’assassino della piccola Maelys e del caporale 23enne Arthur Noyer, ha rivissuto ieri, attimo per attimo, sotto lo sguardo degli investigatori - ma anche dei genitori di Maelys, prostrati dal dolore - la notte tra il 26 e il 27 agosto 2017, quando uccise la bambina. E cambia versione. Non più “un solo manrovescio, mentre la piccola piangeva” ma almeno quattro, cinque colpi, inferti con spaventosa violenza, provocandole la frattura del cranio e della mascella. L’ex militare ha mimato la scena del delitto, utilizzando un manichino. Dopo averla uccisa non ha portato il cadavere a casa, a Domessin, come aveva sostenuto in un primo momento (“Ho nascosto il cadavere in un capanno, poi mi sono cambiato maglietta e bermuda sporchi di sangue”, aveva confessato) ma lo ha lasciato dove era morta la piccola. Quindi era tornato nella villetta di famiglia, passando accanto alla stanza dove dormiva la madre Christine, s’è lavato e cambiato e infine era tornato nella sala delle feste di Pont-de-Beauvoisin per “costruirsi un alibi”, dove gli ospiti del matrimonio e la Gendarmerie avevano già avviato le ricerche. Non fu dunque, come ha sostenuto sino a ieri, un omicidio preterintenzionale (“Non volevo ucciderla, è stato un incidente”, diceva singhiozzando) ma un delitto nato dall’esigenza di eliminare il testimone della sua violenza di natura sessuale. Un pedofilo assassino che, 7 giorni prima, aveva molestato una cuginetta, filmando con il telefono le varie sequenze, ospite con i genitori della sua famiglia. Un predatore di bambini, prigioniero delle sue devianze omicide.

E’ stata una lunga giornata. Prelevato dalla sua cella nel carcere di massima sicurezza di Saint Quentin De Fallavier, il 35enne, circondato da un agente schieramento della Gendarmerie, che ha chiuso strade e tenuto lontano i giornalisti, si è confrontato con i magistrati della procura di Grenoble che hanno coordinato l’inchiesta. Ha usato la sua solita tecnica: ammettere via via quello che le indagini hanno scoperto in modo inoppugnabile. Se no resta ancorato alla sua versione, sempre con lo scopo di salvarsi da un doppio ergastolo. “Era visibilmente tranquillo, come se fosse sotto l’effetto di tranquillanti”, racconta un testimone del sopralluogo. Ha indicato con sicurezza le varie tappe di una notte maledetta, quando ha convinto Mlaelys ad “andare a vedere i suoi pastori Malinois”, ad appena 9 km di distanza dalla discoteca. Poi la violenza, con la bambina che s’è disperatamente difesa. Lui aveva segni di graffiature sulle braccia e sulle gambe. Dopo, ha raccontato Lelandais, aveva abbandonato il cadavere, localizzato in territorio di Attignat-Oncin, non distante da una specie di piccolo burrone pieno di alberi e arbusti. L'ex militare ha di nuovo indicato il punto dove aveva sepolto la bambina. A tarda sera è stato riportato in carcere. Ora le verità sembra più vicina, dopo i primi mesi di bugie e omissioni, smascherate con enorme fatica e impegno dagli investigatori. “E’ un muro di gomma - spiegano - lucido, indifferente, scaltro nell’eludere i quesiti ancora irrisolti, che sono ancora tanti”.

Il fratello Sven, tempo fa, dopo un lungo periodo di silenzio seguito all’arresto per il primo e il secondo delitto, ha intanto denunciato di “essere discrimato, con la sua famiglia, dalla comunità locale, nessuno ha più voluto dargli un lavoro”. E poi la difesa: “Non è un assassino, non voleva uccidere e quello che è strano è che non può avere fatto tutto da solo, le indagini sono state a senso unico, lui ama i bambini, non è possibile sia un serial killer”. La madre lo va a trovare regolarmente in carcere. Solo la sorella più grande, che abita a Parigi, ha preso le distanze in modo netto, chiedendo perdono ai genitori degli uccisi con una lunga lettera.

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