Un anno fa spenta la vita di Maelys

| Il 27 agosto 2017 un ex militare di 34 anni uccise in modo atroce una bimba di 9 anni, Maelys de Arauyo, oggi la "marcia bianca" in suo ricordo organizzata dai familiari della piccola. Un incubo non ancora finito

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Scrive Jennifer, la madre di Maelys de Arauyo, 9 anni, uccisa esattamente un anno fa a Pont-De-Beauvoisin da un pedofilo reo-confesso, l’ex militare Nordahl Lelandais, in carcere da quasi un anno. E intanto oggi pomeriggio a Pont-de-Beauvoisin la "marcia bianca" in ricordo della piccola.

“E’ passato un anno da quando la nostra vita è crollata, dopo un giorno che doveva essere di festa e si è trasformato in un incubo. Un mostro ha deciso di prendere brutalmente la tua vita, piccolo pulcino mio e bimba innocente che aveva davanti tutta la avita.

Avrei voluto che Maelys avesse visto la Francia diventare campione del mondo, ctifare insieme a lei per il mio calciatore preferito. Avevamo avuto tanto da vivere, ma il  killer ha deciso altrimenti, Perché? Con tanta e tale crudeltà: domande senza risposta per 12 mesi...

Affondiamo nel dolore, manchi così tanto a papà, a Colleen, nonna, nonno, Severine, Guénaelle, Jordan... niente sarà mai più lo stesso senza il tuo raggio di sole, le nostre vite sono in frantumi e ci mancherai per sempre. 

Sii certa, sarà fatta giustizia, questo mostro non farà mai più soffrire nessuno e spero che rimarrà in prigione fino alla fine dei suoi giorni.

Mia piccola guerriera, lotteremo per te fino alla fine. Forza e Onore per te mio angelo.

Ti amo con tutto il cuore.

💖💖💖💖 uniti per l’eternità”.

 

Erano più uno meno passate le 3 di notte, quando il DJ che stava trasmettendo musica da ballo nella sala delle feste del Comune di Pont-de-Beauvoisin, spense di botto gli amplificatori. Disse poche parole, nell’improvviso silenzio: “Non si trova una bambina, ci fermiamo qui, chiediamo a tutti di dare una mano a cercarla”. L’incubo inizia così, in quella festa di matrimonio a cui erano state invitate circa 200 persone che in parte si conoscevano, e in parte no. Tra gli invitati dell’ultima ora qualche imbucato, come un ex militare, addestratore di cani senza lavoro e con precedenti penali per spaccio e incendio doloso. Si chiama Nordahl Lelandais, ha 34 anni, e abita con i genitori e il fratello a Domessin, un paese lontano 9 km dalla sala. 

Di Maelys nessuna traccia. Gl invitati la cercano nella sala, che ospita anche uffici e ha un soppalco, dove una baby sitter aveva sorvegliato i bambini degli invitati sino alle 3 del mattino. 

C’è un uomo che prima sparisce e poi ricompare all’improvviso, è Lelandais. Finalmente arriva la Gendarmerie e le ricerche iniziano con metodo all’indomani mattina. Il paese si mobilita. Si avverte per istinto che deve essere accaduto qualcosa di grave. Quell’uomo che finge di avere un malore e sembra totalmente disinteressato alla sparizione della bimba, ed è proprio Nordahl. Se ne andrà più tardi, alla guida della sua Audi A3 grigio metallizzato. 

Gli investigatori scoprono che costui aveva familiarizzato con la bambina durante la serata. Ha saputo che lei ama i cani alla follia, ne ha tre a casa, e lui le mostra sul display dello smartphone le immagini dei suoi pastori malenois: dei video in cui mostrano un alto livello di addestramento. La convince a seguirlo nel parcheggio, con una bugia, perché i due cani sarebbero nell’auto. Poi la invita ad andare nella sua casa. Lei accetta. Quello che accade da lì in avanti non è chiaro. E’ certo solo Maelys viene uccisa con un pugno al volto, così stabilisce l’autopsia, ma non è stato possibile accertare (il corpo era scheletrizzato) se abbia subito violenze o no.

Il killer viene fermato una prima volta perché cade in forti contraddizioni. “La bimba? Le ho parlato ma poi l’ho persa di vista”. Viene rilasciato. Ma gli investigatori della polizia scientifica scoprono una piccolissima traccia di Dna di Maelys sulla sua auto che lui, l’indomani, aveva lavato per 2 ore e 37 minuti in un lavaggio pubblico utilizzando prodotti chimici. La traccia è sul tasto dell’autoradio. Ha una tecnica, nega sino a quando più farlo, risponde e spiega quando gli contestano fatti concreti. “E’ vero, Maelys è venuta nel parcheggio, volevo fumare una sigaretta, con lei c’era un bambino biondo, volevano vedere i cani, sono entrati e dopo qualche minuto se ne sono andati. Non ho parlato per paura, visto il clamore del caso”.

Ma questa volta i giudici non gli credono e va in carcere. Tace per mesi, con l’aiuto del suo avvocato di fiducia, che sceglie una linea di difesa assai spregiudicata. Tenta di avvalorare l’ipotesi di un’altra pista, legata alla presenza di pregiudicati per pedofilia fra gli invitati. Per i genitori di Maelys è una lunga sessione di insostenibili torture psicologiche e morali. Nel frattempo, l’Audi viene smontata pezzo per pezzo e solo il 13 febbraio, gli investigatori informano l’avvocato dall’ex militare che una striscia di sangue di Maelys è stato trovata sotto i rivestimenti del bagagliaio. Subito il colloquio in carcere, drammatico, e Lelandais confessa: “E’ morta per un incidente, non volevo ucciderla, s’è messa a piangere in auto, l’ho colpita con un manrovescio in faccia, non respirava più”. E in effetti, un’immagine della videosorveglianza del ponte del paese aveva ripreso la sua auto, sul sedile anteriore si intravvedeva “un’ombra bianca”. Era Maelys, negli ultimi istanti di vita.

L’indomani, il 14 febbraio, Lelandaisaccompagna i gendarmi nella zona, non distante, dove ha gettato il corpo della bimba, nascosto con delle frasche. E’ ridotto a uno scheletro, ma ha un’evidente frattura alla mascella. Lui cade in ginocchio nella neve, minaccia il suicidio, viene ricoverato in un istituto psichiatrico per detenuti a Lione. Solo a luglio viene ricondotto in un carcere normale. Agli psichiatrici incaricati delle perizie racconta di una dissociazione: “Una voce mi diceva di farlo, un’altra di non farlo, una persona estranea a me, ho obbedito come in tranche….”. Non convince gli esperti che lo definiscono totalmente capace di intendere e di volere.

Per i genitori, che possono almeno accompagnare Maelys al cimitero dopo mesi atroci, si apre il capitolo della giustizia, e la speranza che sia fatta. Vogliono l’ergastolo, il massimo della pena. Il killer elabora strategie per contenere il costo giudiziario del suo delitto. 

Ma a settembre, in un vallone non distante dal punto in cui vengono ritrovati i resti di Maelys, i gendarmi avevano trovato il cranio di un uomo. Solo a gennaio, dopo le analisi, si accerta che apparteneva al caporale dell’Esercito Arthur Noyer, 23 anni, scomparso nell’aprile 2017 a Chambery. Spuntano dalle immagini videoregistrate del quartiere dove il caporale fu visto l’ultima volta, alle 4 di mattina, intento a fare autostop per tornare in caserma dopo una serata in discoteca, in cui compare l’auto di Lelandais. I tabulati dei telefoni risolvono il caso. Le tracce sono parallele, e quello di Noyer si spegne all’improvviso. Lelandais alla fine ammette: “L’ho ucciso io, gli ho dato un passaggio, abbiamo litigato, ci siamo picchiati, l’ho colpito con un pugno, è caduto all’indietro, ha battuto la testa ed è morto”. Di nuovo una corsa nella notte, verso i paesi di montagna, per far sparire il cadavere. 

Oggi c’è il forte sospetto che le vittime di Nordahl Lelandais, figlio di un ex funzionario di una multinazionale innamorato delle culture nordiche (l’altro figlio si chiama Sven) e di una casalinga dai modi miti, che ha dato fiducia sino all’ultimo al figlio sbandato ma “tanto amante dei bambini e dei cani”, siano di più. Un’unità speciale della Gendarmerie, l'Ariane, sta valutando i contatti e i movimenti dell’ex militare negli ultimi dieci anni nelle regioni limitrofe alla Savoie. Ci sono già 11 fascicoli di scomparsi riaperti. La casa è una villetta modesta, alla periferia del paese. Il corpo di Maelys era stato nascosto in un capanno degli attrezzi, prima dell’ultimo viaggio verso il burrone diventato la sua tomba. Recentemente, Lelandais è stato accusato di un altro caso di pedofilia. Ha aggredito una cugina di 7 anni, ospite dei genitori, riprendendo tutto con il telefono. Gli investigatori hanno trovato il video nella memoria del suo telefono. Le inchieste continuano.

 

 

 

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