Barack Obama, il presidente che credeva nell’America

| Esce “A promise land”, il primo dei due libri di memorie del primo presidente di colore della storia, colui che è stato amato da una parte dell’America e odiato da chi pensava che per un nero era troppo

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Quando è entrato alla Casa Bianca, nel 2009, aveva 48 anni, i capelli nerissimi e la pelle lucida. Era il primo presidente afroamericano: per il mondo uno straordinario esempio destinato ai libri di storia, per l’America più bigotta una sorta di insulto. Barack Obama ne è uscito otto anni dopo, nel 2017, con i capelli grigi e l’aria stanca: nei suoi due mandati aveva assistito alla morte di Bin Laden, firmato un negoziato con l’Iraq sulle armi nucleari, riaperto le frontiere con Cuba e lanciato la riforma sanitaria che porta il suo nome, l’Obamacare.

Sembra passato un secolo, ma tutti concordano che l’America fino al 2017, quando Barack ha lasciato il timone a Donald Trump, era un’altra cosa. E per la prima volta, l’ex presidente ha deciso di raccontare tutto in un libro, “A promise land”, la terra promessa, che uscirà nei prossimi giorni in America, per poi arrivare ovunque.

Arriva nelle librerie a giorni di distanza dalle elezioni, e ancora di più dai tomi che negli ultimi quattro anni hanno tentato di mettere Trump alla gogna, perché non è una manovra politica, ma il racconto di una vita. È la storia, avvincente e personale, di un presidente che aveva un solo obiettivo: convincere il mondo del sacrosanto valore della democrazia.

Il racconto di Barack parte dall’inizio, dall’odissea di un giovane avvocato di colore di Chicago alla ricerca della propria identità finito - neanche lui sa come - per diventare l’uomo più importante del mondo. E lo raccontando con uno stile molto personale le prime aspirazioni politiche, l’emozione del novembre 2008, quando viene eletto 44esimo presidente, e i momenti salienti dei suoi due mandati. 

I pochi media che hanno ricevuto il libro in anteprima concordano: per cominciare, Barack Obama è un ottimo scrittore. Il suo non è un trattato politico difficile da leggere, ma un racconto piacevole, scritto con una prosa fluida capace di sottolineare i dettagli senza abbondare con gli aggetti. Secondo i piani editoriali è il primo di due volumi, e inizia ricordando con nostalgia la sua famiglia, la mamma che succhiava cubetti di ghiaccio per una sete che non finiva mai a causa delle ghiandole distrutte dal cancro. Ma anche i valori che gli hanno trasmesso i suoi genitori, gli stessi che lui e Michelle hanno tentato di passare alle loro due figlie, Malia e Sasha. C’è spazio anche per loro, con i ricordi di un padre che vede due bambine diventare donne e passare dalle bambole ai collant e dalle amichette ai fidanzati. E poi Michelle, che ancora oggi si addormenta sulla sua spalla, e il suo straordinario rapporto con i giardinieri della Casa Bianca, “sacerdoti di un ordine buono e tranquillo”. Poi i ricordi, le emozioni come quella di Oslo, quando si affaccia dalla finestra di un hotel e vede una folla di migliaia persone con in mano delle candele che gli rendono omaggio in silenzio, un’immagine più commovente della stessa cerimonia del premio Nobel per la pace.

Ammette anche i suoi errori, come la perplessità di fronte allo slogan della sua campagna elettorale, “Yes, We Can”, un’idea di Axelrod che lui considerava un po’ troppo sdolcinata, finché Michelle non l’ha convinto del contrario. Aveva ragione lei, ha pensato guardando le lacrime del reverendo Jesse Jackson nella notte sua vittoria: era il primo afroamericano ad arrivare così in alto nella storia degli Stati Uniti d’America. Un sogno, un segnale, forse una svolta.

Barack riconosce a Michelle e alle sue figlie i sacrifici, le privazioni le pressioni che hanno dovuto sopportare negli anni alla Casa Bianca. Quando si incontrano per la prima volta, lei era “un frizzante avvocato di successo concentrata sulla sua carriera, che non aveva tempo per le sciocchezze e le smancerie”. 

Ma sa anche bene che per una parte di americani, la Casa Bianca consegnata per otto anni ad una famiglia di colore è una ferita che resta aperta. Quand’era candidato ha sentito più volte gente commentare “voterò per il nero”, e probabilmente erano gli stessi americani inorriditi su cui Trump ha costruito la sua vittoria del 2016: “Per milioni di statunitensi terrorizzati da un uomo nero alla Casa Bianca, Trump promise di essere l’elisir contro l’ansia razziale. La mia presenza aveva innescato un profondo panico, il senso che l’ordine naturale delle cose fosse stato sovvertito. Trump se n’è accorto, sondando il terreno con affermazioni come quella secondo cui non sarei nato negli Stati Uniti e di conseguenza ero presidente illegittimo”.

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