Siamo tutti “uomini bianchi”

| Intervista a Ezio Mauro sul libro-inchiesta “L’uomo bianco”: la radiografia dei cambiamenti della normalità italiana e i germi di un’insofferenza sempre più diffusa

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Di Germana Zuffanti
L’ennesima morte senza un perché: l’omicidio a Torino di un ragazzo di 33 anni, Stefano Leo, ammazzato perché considerato un ragazzo “troppo felice” dal suo omicida, Said Mechaquat. L’autore del delitto ha poi confessato l’intento colpire un “uomo bianco” per fare scalpore. Cosa intendeva dire con il termine “uomo bianco”: un uomo qualsiasi diverso da lui? Un uomo dal colore della pelle diversa dalla sua? Sembra di tornare ai tempi bui dell’America della segregazione razziale, in cui si uccideva semplicemente perché colpevoli di appartenere ad una razza diversa dalla propria. Eppure il nostro è un paese “democratico”. Cosa si cela dietro questa ventata di rabbia e di odio? Perché non si sopporta la “felicità”altrui?

L’espressione riferita al colore della pelle evoca il titolo di un libro-inchiesta, “L’uomo bianco”, realizzato da Ezio Mauro, un giornalista e scrittore piemontese tra i più noti e apprezzati.

Già direttore responsabile del quotidiano “La Repubblica” dal 1996 al 2016 e prima de “La Stampa”, Ezio Mauro, ne l suo nuovo libro, edito da Feltrinelli, ha affondato l’analisi socio-politica nella “normalità” italiana: una normalità politica ma ancor prima di costumi, nonché nel profondo mutamento sociale. Per fare questo, l’autore parte dall’episodio della tentata strage di Luca Traini, il neonazista vicino alla Lega di Salvini, che, per vendicare Pamela Mastropietro, si è armato per “sparare ai negri”.

Gli uomini cambiano, si spogliano delle connotazioni più svariate per arrivare ad un’essenza primordiale legata a tre fattori primari: la carne, il sangue ed il colore della pelle.



Chi è l’uomo bianco di cui Mauro parla nel libro? E’ l’uomo che colpisce “i negri” colpevoli solo di rappresentare il “nemico” o il ragazzo che passeggiava con aria felice a Torino ed ignaro di finire nel mirino di un “negro” problematico? Questi episodi sono davvero isolati o sono frutto di una stessa logica e del disagio sociale che ha portato a quella “mutazione” di una società senza più modelli da seguire?

“L’uomo bianco siamo noi, vittime o colpevoli. È la nostra natura, qualcosa che non abbiamo scelto, ciò che noi siamo e che non rinneghiamo: non potremmo, non vogliamo. Ma l’uomo bianco è anche ciò che non ci siamo mai accontentati di essere, aggiungendo a quell’identità originaria tutto ciò che abbiamo incontrato, per cui abbiamo vissuto, che ci ha appassionato, ciò che abbiamo imparato. Nessuno di noi si definisce rispetto agli altri come un uomo bianco: questo ritorno al colore della pelle, al sangue, alla presunta razza è una regressione, non un punto d’arrivo. Gli episodi di cui parliamo sono certo estremi (e ci mancherebbe altro), ma non sono più isolati. Si spara per il colore della pelle come se fosse una colpa, un marchio, un bersaglio da colpire”.

In politica si assiste a continui fenomeni di “mutazione” che non sempre corrispondono a fasi di maturità collettiva, ma che spesso nascondono problematiche irrisolte e paure che riportano indietro negli anni, quasi che la storia e le sofferenze nulla abbiano insegnato al genere umano. L’uomo bianco è un fantasma che si sta incarnando in un’Italia in cui i problemi veri e le ossessioni hanno preso il sopravvento e fatto rifugiare nel rancore o nella disperazione che genera delitti incredibili. Siamo una civiltà ferita, che grida al moderno ma torna al medioevale. Lei dice che la crisi è il vero attore sociale, quello che sta provocando il mutamento?

“Abbiamo vissuto la crisi più lunga del secolo, più pesante anche di quella del ’29, quella di “Furore” di Steinbeck, che incubò la Grande Depressione. Lo sbaglio più grande che abbiamo fatto è raccontare il passaggio nella crisi come un tunnel, scrutando soltanto se si vedeva l’uscita. Un errore perché nel tunnel basta moderare la velocità, accendere le luci e avere pazienza, e si esce intatti, uguali a come si è entrati. La crisi al contrario è un attore sociale, modifica, separa, agisce in alto e in basso, riconfigura il sociale. Soprattutto, trasforma le disuguaglianze in differenze. È uno scarto fondamentale. Perché le differenze sono ineliminabili, probabilmente non fanno piacere alla democrazia che dice spesso alla politica di provare a ridurle con gli ammortizzatori sociali, con il welfare, con la sanità pubblica, con l’istruzione. Dunque la democrazia con le disuguaglianze può convivere, provando a governarle. Ma con le esclusioni no, perché una democrazia o vale per tutti oppure perde il suo senso. E gli esclusi, i tagliati fuori, possono dirle: tu sei un insieme di grandi principi e di belle parole, che però valgono soltanto per i garantiti, non per me”.

La politica non sembra fare più il suo mestiere di interprete e modulatore di paure e disagi sociali, in un mondo in cui i populismi hanno fatto leva proprio sui “forgotten men”, in cui il sapere viene considerato come nemico: qual è la prospettiva di crescita? Lei afferma che il governo ha portato l’attenzione sul popolo dimenticando il civis e portando ad una percezione di invasione del corpo e dello spazio da parte dell’Europa e del mondo intero: qual è allora la democrazia che ci si può aspettare? Sappiamo ancora cos’è la democrazia?

“I partiti prosperano e declinano come tutte le costruzioni umane. Il problema è il venir meno delle culture politiche, che facevano da argine allo scioglimento della società, traducevano il rancore, lo filtravano, separando la critica dalla rabbia, la spinta al cambiamento dal risentimento, elaborandolo in politica. Oggi spesso il potere cerca il rancore, fiuta l’odio, non li elabora per usarli in forma incandescente, non li traduce in politica ma li trasforma direttamente in antipolitica, contro il sistema. In questo quadro l’élite è l’ordine costituito, quindi è il nemico, con tutto quel che segue: il sapere viene rifiutato perché sa di casta, l’esperienza e la conoscenza perdono ogni valore, conta di più venire dalla luna, anche se sei totalmente impreparato. Siamo a un passo dal dire che l’ignoranza è garanzia di innocenza”.

Nel libro si ravvisa anche un decadimento generale, lo si vede oggi nel linguaggio che si è involuto in segni e simboli. Uno stemma su una divisa indossata da un Ministro della Repubblica o un post su Facebook “parlano” agli italiani più che mille programmi politici e discorsi. Immagini e simboli che arrivano ai sentimenti di un popolo e provocano reazioni forti che non siamo più in grado di interpretare, perché non ne abbiamo i mezzi. In vista delle elezioni europee, cosa dobbiamo aspettarci oltre che slogan e alleanze?

“Il cittadino non si sente rappresentato, per la crisi evidente della politica, le difficoltà delle istituzioni, il deficit di governo delle società moderne, attraversate da problemi sovranazionali (il terrorismo, la crisi del lavoro, le grandi migrazioni) che non si possono governare nella dimensione dei singoli Stati. Le due reazioni tipiche della fase sono il rifugio nella contro-politica, e il rifiuto di partecipare al voto, inteso non soltanto come disinteresse, ma come ribellione. Solo che mentre il cittadino si allontana dallo Stato, non si accorge che anche lo Stato può fare a meno di lui: perché nel momento in cui si chiude in casa, i suoi problemi individuali non si sommano a quelli degli altri, non formano una “causa”, non diventano politica, e lo Stato può disinteressarsene, accontentandosi di scrutinarlo ogni cinque anni in una cabina elettorale. È il vero problema della democrazia nella fase che stiamo vivendo: Stato e cittadino che vivono separati in casa, con ogni passione spenta”.

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Il personaggio
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