«Sono stata in quarantena a Pechino, Tokyo e Hong Kong»

| La CNN ha pubblicato l'interessante diario di una ragazza orientale che, a patto di mantenere l’anonimato, ha raccontato le sostanziali differenze di tracciamento, controlli e severità di tre grandi città di due Paesi asiatici

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Degli ultimi 150 giorni della mia vita, quasi un terzo li ho trascorsi in quarantena: ho iniziato a Pechino, mi sono spostata a Hong Kong e ora sono a Tokyo. Per ogni destinazione, sono stata costretta a 14 giorni in quarantena e diversi test e tamponi, ma passare intere settimane senza poter uscire di casa ormai mi sembra normale.

L’Asia è riuscita in gran parte a sopprimere il virus grazie a quarantene obbligatorie, severe restrizioni di viaggio e applicando un’aggressiva ricerca di contatti. Parliamo di una parte del mondo che comprende circa un terzo della popolazione globale, ma con una piccola percentuale di decessi: in confronto, gli Stati Uniti e l’Europa rappresentano circa il 15% della popolazione mondiale e hanno circa la metà dei morti di Covid del pianeta.

Ma anche all’interno dell’Asia orientale ho avuto esperienze di quarantena significativamente diverse, che mi hanno offerto il quadro di come i governi stiano cercando di reprimere le epidemie ognuno a modo loro.

Pechino

Alla fine di maggio, un’amica mi ha invitato a visitare lo Xinfadi, il più grande mercato alimentare all’ingrosso di Pechino. Quasi 2,5 km quadrati di estensione in cui migliaia e migliaia di commercianti vendono qualsiasi cosa. Circa due settimane dopo la mia visita, le autorità di Pechino hanno annunciato un focolaio individuato proprio all’interno del mercato all’ingrosso, segnando di fatto l’inizio della seconda ondata di coronavirus della capitale cinese. Poco dopo, gli alti funzionari governativi hanno annunciato la massima severità possibile per reprimere sul nascere l’epidemia. Le autorità hanno usato le gelocalizzazioni dei telefoni cellulari per inviare messaggi di testo a tutti coloro che avevano visitato il mercato nei giorni precedenti, chiedendo loro di mettersi volontariamente in quarantena.

Così è stato: l’amica che era con me al mercato aveva persino un sensore attaccato alla porta d’ingresso di casa che notificava ogni volta che veniva aperta, mentre la proprietaria dell’appartamento in cui vivevo si è assicurata che non uscissi mai dalla mia stanza. All’inizio e alla fine della mia quarantena, una persona coperta da una tuta protettiva si è presentata alla mia porta per un tampone per la gola. Regolarmente, il giorno successivo ricevevo un certificato passato sotto la porta con i risultati, oltre a ciò, due volte al giorno ero obbligata a riferire la mia temperatura a chi dirigeva l’edificio.

Dopo lo scoppio dell’epidemia durante l’estate, la Cina ha ripetuto più volte questa strategia per sopprimere i focolai locali: test di massa su milioni di persone nel giro di pochi giorni, tracciamento aggressivo dei contatti e blocco selettivo. Finora la strategia sembra aver funzionato, permettendo alla gente di tornare in gran parte alla normalità.

Hong Kong

All’inizio di agosto mi sono spostata a Hong Kong, durante la “terza ondata” della città. I confini erano chiusi praticamente a tutti gli stranieri, ad eccezione dei residenti e di coloro in arrivo dalla Cina continentale, da Taiwan e da Macao.

Dopo l’atterraggio a Hong Kong, ricordo una lunga fila per firmare i moduli, ricevere istruzioni e sottoporsi al tampone. Ho passato la notte in un hotel indicatomi dai funzionari governativi e il mattino successivo, dopo l’esito negativo, mi hanno annunciato che potevo raggiunge il luogo della mia destinazione, a patto di osservare una quarantena di 14 giorni e di indossare un braccialetto con un codice QR che andava obbligatoriamente abbinato a un’app sul telefono: attraverso Wi-Fi, Bluetooth e GPS, la tecnologia invia un avviso alle autorità se chi lo indossa ha lasciato la posizione indicata per la quarantena.

Tentare di liberarsi del braccialetto ha un prezzo molto alto: violare le regole della quarantena significa 25.000 dollari di multa e sei settimane di galera. Verso la fine della quarantena ho dovuto sottopormi a un altro test di positività.

Malgrado condivida un confine terrestre con la Cina continentale, Hong Kong ha mantenuto il numero di infezioni relativamente basse, evitando misure di blocco estreme. Come nel caso della Cina continentale, la combinazione fra confini rigorosi e applicazione della quarantena è stata efficace.

Tokyo

Alla fine di ottobre sono partita per Tokyo: 72 ore prima del decollo ho dovuto ottenere la prova di un test Covid-19 negativo firmato da un medico e dopo l’atterraggio, i passeggeri hanno ricevuto l’ordine di sottoporsi al test della saliva. Dopo aver atteso un paio d’ore ho ricevuto esito negativo e mi è stato consentito di attraversare la dogana.

Analogamente alla mia esperienza all’aeroporto di Hong Kong, ho dovuto spiegare dettagliatamente i motivi del mio viaggio e scaricare un’app che racchiudeva un codice QR da mostrare su richiesta alle autorità aeroportuali. Ho anche ricevuto un documento che mi chiedeva di indicare un indirizzo in cui avrei trascorso 14 giorni di quarantena e raccomandazioni varie: “evitare il più possibile il contatto con altre persone, non usare i mezzi pubblici, indossare la mascherina e rispettare il distanziamento sociale”.

Ma terminata la procedura, la realtà di Tokyo è stata ben diversa: nessuno ha mai controllato la mia temperatura, nessuno si è mai sincerato che rispettassi la quarantena e non mi è stato chiesto alcun test prima di uscire.

Le restrizioni e le linee guida dei vari paesi sono in continua evoluzione: ciò che traspare è che non esiste una soluzione magica per contenere il virus prima che un vaccino ci tolga dall’incubo.

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