Una vita da recluso, la fine

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Di Floriana Naso

Aldo portava un fascio di rovi avviluppati sulla testa e sul corpo i segni di un’adolescenza bruciata dai soprusi. Non possedeva più gli occhi vividi di un diciassettenne, ma due abissi che trasmettevano tutto il dolore causato dalla violenza a cui avevano assistito. 

Quando nel carcere minorile si spegnevano le luci, per lui calava il gelo. Tempo prima, durante una notte delle tante, un dolore terribile lo aveva svegliato di soprassalto: qualcuno gli aveva infilato pezzetti di carta fra le dita dei piedi e poi li aveva dati alle fiamme. Per miracolo non prese fuoco anche il materasso.

Le vesciche purulente lo costrinsero a zoppicare per settimane; furono, tuttavia, assai meno dolorose del sorriso compiaciuto dell’infermiere che si rifiutò di medicarlo. «Impara a fare quello che ti ordinano, pezzo di coglione!» sentenziò. 

Aldo aveva disubbidito all’ordine di pestare un omosessuale. 

Alle gang del Pratello non piacevano i ragazzi senza palle e qualcuno pagava il “disonore” anche con la vita; proprio come capitò a Giulio, ferito a morte perché colpevole di non aver preso parte a una rissa tra detenuti.  

Aldo viveva una prigione nella prigione. Ogni giorno sarebbe potuto essere l’ultimo e il continuo pensarci lo sfiniva. Aveva persino tentato il suicidio, ma, al contrario di altri reclusi, non trovò mai il coraggio di farlo veramente. Trascorreva le sue giornate rannicchiato sulla branda, senza occhi né orecchie, fino a quando, senza un valido motivo, una guardia lo costrinse a cambiare cella. «Tu, da oggi, resterai qui.»

«Perché, cos’ho fatto?» urlò, ma l’altro era già scomparso. Obiettare non serviva a nulla, in fondo una branda valeva l’altra. 

«Qui non si dorme gratis, fottuto pisciasotto!» disse il suo nuovo compagno di cella.

Aldo d’un tratto s’impietrì, come se una freccia incandescente gli avesse appena trafitto un polmone. L’altro continuò: «Ho proprio il compito che fa per te» poi si avvicinò al termosifone e dopo averlo smontato, lo indicò col dito. 

Aldo si fece coraggio: «Che ci dovrei fare con quel pezzo di ferro?».

«Lo saprai presto…». Il ghigno tagliente sul suo viso e il linguaggio feroce del corpo, non ne tradirono la fama: aveva strangolato un tizio, di diversi anni più grande, colpevole di avergli indirizzato un’occhiata storta; dopo lo aveva gettato, nudo ed evirato, nel canale. Dal quel giorno si guadagnò il soprannome di “Boa” e il rispetto delle altre bande criminali. 

Aldo non era intimorito solo dalla reputazione del compagno di cella, ma anche dalla stazza: sebbene coetaneo, era un energumeno di cento chili; detenuto, oltre che per omicidio, anche per furti vari e rapina a mano armata. Ad Aldo iniziarono a tremare le mani, ma cercò di concentrarsi, non poteva farsi sorprendere impaurito.

Il Boa cominciò a martellare con una spranga il calorifero, fino a staccarne una parte. Le guardie si disinteressavano completamente di ciò che accadeva all’interno delle celle o in che modi i detenuti si procurassero delle armi, quindi il Boa continuò indisturbato ad affilarla finché divenne appuntita e tagliente come una lama. Poi la porse ad Aldo: «Questa è per lo Zoppo».

Aldo esitò un attimo e l’altro lo incalzò: «Frocio del cazzo, forse non ci siamo capiti, se questa volta rifiuti…» poi mimò il gesto del tagliagole.

Aldo nascose la lama in tasca mentre il Boa lo fissava mostrando il pugno, pronto a sferrarglielo sulla faccia. 

Dopo qualche ora i secondini aprirono le celle: era arrivato il momento di uscire in cortile. Aldo continuava a rigirarsi la lama in tasca, tentando di convincersi a fare quello che gli era stato ordinato, era certo che lo avrebbero ammazzato se avesse di nuovo disobbedito.

Lo Zoppo era un quattordicenne scampato alla poliomielite, ma non alla camorra. Dentro per spaccio, si faceva sempre gli affari propri e alle gang dava fastidio quell’atteggiamento.

La neve scendeva copiosa e Aldo tremava dal freddo oltre che dalla paura. Sentiva a malapena gli incitamenti del Boa e riusciva a stento a focalizzare il bersaglio.  

«Sta là, il codardo» gridò qualcuno. 

Prese la rincorsa, sicuro di fare centro. Lo Zoppo era di spalle, appoggiato al muro. Forse pensava, forse piangeva… non importava a nessuno. Lui doveva solo pugnalarlo alla schiena con un colpo rapido e preciso, non poteva sbagliare. Brandì la lama fendendo l’aria, ma proprio nell’attimo in cui stava per aggredirlo, lo Zoppo si voltò all’improvviso e Aldo… esitò: nel viso di quel ragazzo, invecchiato troppo in fretta dalle crudeltà della vita di strada, vi riconobbe suo fratello più piccolo, morto ammazzato senza pietà.  A quel punto si rivolse al Boa: «Io non faccio un cazzo, e tu vaffanculo!» lo sfidò, gettando l’arma nella neve. 

Lo Zoppo, scampato all’attentato, si rinchiuse nel penitenziario, mentre il Boa si scagliò a mani nude sul traditore. La lotta tra i due richiamò il tifo degli altri detenuti e il conseguente intervento delle guardie.

Aldo fu trascinato via per i capelli e ripetutamente pestato a sangue dalla Polizia penitenziaria.

«Fede, divertiamoci un po’» disse uno degli agenti.

L’altro sorrise e aggiunse: «So io come raddrizzare la schiena di questo lurido pezzo di merda!».

Strascinarono Aldo per i piedi lungo il corridoio che conduceva alle celle d’isolamento e lo abbandonarono, nudo e sanguinante, nell’unica a cui era stata smontata la finestra. 

«Siete dei maledetti bastardi!» riuscì a gridare prima di arrendersi al dolore.

Aldo trascorse dieci giorni interrogandosi sul futuro: ne avrebbe ancora avuto uno?

«Pensavo ti avessero ammazzato.»

«Lo faranno presto, non ho molte possibilità di cavarmela» rispose Aldo.

Dopo l’isolamento era stato accompagnato in una nuova cella, insieme allo Zoppo.

«Hai qualcuno fuori di qui?»

«I miei sono morti di overdose e il mio fratellino freddato davanti ai miei occhi.»

Lo Zoppo tirò l’ultima nota, poi schiacciò il mozzicone sotto la scarpa. «Perché sei dentro?»

«Solo perché ti ho risparmiato la vita non vuol dire che devi farti i cazzi miei!»

L’altro guardò fuori, attraverso le sbarre. «Che merda… se esco vivo da qui, lo vado a prendere il miserabile che mi ha venduto!»

Aldo imitò il compagno e disse: «Io mi sono sempre considerato un vero uomo perché ho vendicato mio fratello, - poi riabbassò lo sguardo- Lele faceva parte di una banda e quando il ‘branco’ prese di mira un poveraccio con i cartoni al culo, lui era stato l’unico a rifiutarsi… era come me: non ci stava alle regole del più forte. Oggi però, ho capito che se fossi stato davvero un uomo, invece di sparare al porco che me l’ha ammazzato, avrei dovuto denunciarli tutti». 

Lo Zoppo rimase in silenzio… eppure giustificava Aldo; in fondo, la vendetta era l’unico mezzo che avesse mai conosciuto per guadagnarsi una dignità. Schioccò le dita: «Per me sei forte, fratello! Gliel’hai fatta vedere a quegl’infami! E adesso tocca al Boa. Voleva farmi fuori quel figlio di puttana – poi gli tese la mano – Fidati di me, il giorno delle visite è vicino, dobbiamo solo guardarci le spalle».

Aldo suggellò il patto, tanto non gli importava di sopravvivere dietro le sbarre o di morire in una fogna sperduta. Era recluso in ogni caso, nel profondo di se stesso.

«Ehi, Zoppo, com’è che ti chiami?»

«Ciro - poi arcuò le labbra e aggiunse – Vedrai, presto scoppierà l’inferno!»

Aldo e Ciro, che oramai facevano coppia fissa, erano sempre sotto tiro. A volte sparivano loro i vestiti oppure ritrovavano lamette nascoste dentro al cuscino: Ciro sfoggiava una vistosa cicatrice sulla guancia destra. Tutti avvertimenti del Boa, che attendeva solo il momento giusto per consumare la vendetta. Per fortuna, i tumulti e le guerre con le bande rivali lo tenevano occupato. 

Gli agenti della Polizia penitenziaria, per cercare di riacquisire il controllo del carcere, si rendevano responsabili di ripetuti pestaggi notturni, minacce, vessazioni e umiliazioni nei confronti dei carcerati “disobbedienti”. Poi li rinchiudevano nudi, e al buio per giorni, in una cella completamente spoglia ribattezzata la “cella zero”.

Il Pratello era diventato un luogo senza regole né controllo.

Fino a quando, un mattino, si presentarono delle persone che nessuno aveva mai visto prima. Portavano con loro cartelline rigonfie di documenti.

«Te l’avevo detto che qua sarebbe scoppiato un bel casino!» disse Ciro sorridendo. Aldo lo guardava attonito. «Che succede?»

«La persona che conosco si sarà mossa; le ho raccontato di tutto il sudiciume che c’è qui dentro: le violenze, i soprusi e i tentati omicidi… sia da parte dei detenuti che delle guardie.»

Quel giorno, al Pratello, saltarono diverse teste: finirono in manette il direttore del carcere e il comandante della polizia penitenziaria. 

«Lo so io chi è l’infame traditore!» urlava il Boa, che si dimenava imprecando. Era trattenuto da due nuove guardie che stavano tentando di ammanettarlo per trasferirlo. «Stai fermo, bastardo!» urlavano quelli, che faticavano a contenerlo, ma lui continuava a contorcersi come un indemoniato.

«Lasciatemi! Lasciatemi, vermi schifosi! – poi fissò lo Zoppo – Tu… sei un cadavere che respira!»

Seguì una colluttazione tra il Boa e le guardie, che inaspettatamente ebbero la peggio: uno fu colpito nei testicoli con un calcio e l’altro, dopo un pugno alla giugulare, annaspava steso a terra. In una frazione di secondo, Aldo si rese conto di quello che stava per accadere e fece appena in tempo a raggiungere Ciro per fargli da scudo, mentre il Boa premeva il grilletto.

FINE.

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Il Racconto
Una vita da recluso
Una vita da recluso
Il carcere minorile, le sevizie, le malattie e le discriminazioni di un ragazzo finito in una gang
L'essenza del vero amore
L
L'amore, anche quando è finito, e appunto se è stato vero, resta per sempre nella memoria, sino all'ultimo respiro