Africa, l’ultima frontiera del mondo

| La corsa ai vaccini ha evidenziato le disparità fra i paesi ricchi e quelli che non possono permettersi di acquistare dosi sufficienti per tutti. Anche nei conflitti che lo dilaniano, il continente nero è relegato in un angolo silenzioso

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L’Italia, e non solo, lamenta il mancato rispetto del piano vaccinale: accuse reciproche, scuse, litigi e mezzi scandalucci – nostro malgrado – fanno ormai parte del circo quotidiano, al pari dei numeri che dicono quanti nuovi casi e quanti morti. Una litania che accompagna il mondo ormai da oltre un anno, e che un giorno finirà. Forse.

Eppure, si tratta di problemi che in angoli del mondo dimenticati vorrebbero poter affrontare, invece di toccare con mano l’amara sensazione di essere sempre e comunque in cima all’elenco dei paesi dimenticati, quelli di cui – forse, ancora una volta – ci si occuperà quando tutto il resto del pianeta sarà messo in sicurezza. Un’anomalia che relega il vaccino – chi prima e chi dopo – ai “ricchi”, in una corsa di numeri che inizia ad essere imponente: alla data del 18 gennaio, nel pianeta erano state immunizzate 41,39 milioni di persone, di cui 13 milioni negli Stati Uniti, 4,5 in Gran Bretagna, 2,6 in Israele e 1,8 negli Emirati Arabi Uniti. In Africa, alla stessa data, il record spettava alla Guinea, con 25 vaccinazioni eseguite.

Calcolatrice alla mano, il “sovranismo farmaceutico” più volte lamentato dall’OMS, poterà il continente africano a liberarsi del Covid solo dopo aver immolato altre milioni di vite, perse per sempre solo perché nati nel sud del mondo, dove i treni del destino non passano quasi mai, e soprattutto sempre fuori tempo massimo. C’è una sola eccezione, che incarna le poche speranze dell’Africa di uscire dall’incubo: il “Covax”, organizzazione nata dalla “GAVI Alliance”, una cooperazione di soggetti pubblici e privati che si batte per l’accesso all’immunizzazione dei paesi poveri. Sotto l’egida dell’OMS, fanno parte del Covax (pochi) paesi donatori e organizzazioni come l’Unicef, la Banca Mondiale e la Fondazione Bill & Melinda Gates. È l’unica speranza per l’Africa di poter contare entro il 2021 di 600 milioni di dosi, a cui aggiungerne altre 270 milioni acquistate dall’Unione Africana. In realtà quasi nulla, di fronte ad una popolazione che conta circa 1,300 miliardi di persone che non possono fare affidamento su una rete sanitaria degna di essere definita tale, e di strutture ospedaliere adeguate.

Sono notizie e dati che sui media si trovano, ma comunque un po’ a fatica, spesso relegate fra le “brevi”, esattamente come qualsiasi notizia riguardi un continente dove è morire è la prima causa di vita: non c’è che da scegliere fra fame, guerre, violenze o malattie infettive.

E proprio di guerre il 10 febbraio scorso si è parlato ne “Il salotto di Germana”, a margine della presentazione del libro “Guerre Nere - Guida ai conflitti dell’Africa contemporanea”, scritto dal professor Mario Giro (Guerini ed Associati editore). Mario Giro, già viceministro degli Esteri, docente di Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università per Stranieri di Perugia e membro della Comunità di Sant’Egidio, si è confrontato tanto sui temi del libro quanto su questioni di più stretta attualità con il giornalista Paolo di Giannantonio, storico volto del TG1, inviato di guerra ed esperto in questioni medio-orientali.

Il libro “Guerre nere”, che fa seguito al precedente “Global Africa. La nuova realtà delle migrazioni”, è un saggio profondo sulle guerre che più hanno segnato il continente nero: dal Ruanda alla Costa d’Avorio, dal Congo allo Zaire, il Mali, il Mozambico ed il grande “Sahel”, la fascia di territorio subsahariana segnata dalla grande carestia degli anni Settanta.

Una serie di conflitti, spiega il professor Giro, estremamente moderne, frutto della globalizzazione senza pietà che ha attraversato il continente africano cambiando per sempre il volto socio-culturale della popolazione, al 70% sotto i trent’anni di età. Si tratta per lo più di guerre intestine, apparentemente etniche o religiose, legate alla terra ed all’identità, ma di fatto influenzate ed alimentate dalla trasformazione che l’Africa ha subito negli ultimi anni a causa dei profondi cambiamenti del mercato globale.

L’Africa è stata relegata a ruolo di laboratorio e teatro di invasioni da parte di potenze come gli Stati Uniti, ma soprattutto della Cina, con l’espansione egemonica globale che sta segnando l’era di Xi Jiinping.

Mentre per l’Occidente concetti come democrazia e mercato liberista sono andati di pari passo, in altri paesi si è assistito ad un “divorzio” tra i due elementi, sfociato in una deriva autoritaria in cui lo Stato ha lasciato non solo spazio alla soppressione dei diritti umani, ma anche a forme nuove di jihadismo. L’Africa è stata un moltiplicatore di conflitti che hanno impattato con la globalizzazione: la quasi totale mancanza di status sociali ha portato le istituzioni a indebolirsi, lasciando il posto alla privatizzazione selvaggia dei servizi, dell’istruzione e della guerra stessa.

Perché da quelle parti le guerre durano così tanto? La motivazione è che sono un potente business a cui si aggrappano i signori della guerra, i trafficanti e le milizie private, i “contractors” che dai tempi della Guerra del Golfo, alimentano il floridissimo “mercato globale della sicurezza”.

“Oggi sono i privati si occupano di fare intelligence e gestire carceri, influenzando i governi - aggiunge Di Giannantonio - così accade che in Libia i turchi combattono con le milizie siriane ex jihadiste ed i Russi al fianco del “Wagner Group”, un’organizzazione paramilitare che non esiste neanche legalmente in Russia, ma di fatto schierata al fianco del generale Haftar”.

In Africa c’è un fortissimo processo di mimetismo e di ibridazione, per cui i giovani spesso si trovano schiacciati da una situazione che vede due sole vie di fuga possibili: l’emigrazione o l’arruolamento in milizie di contrabbandieri e ribelli, magari sotto la bandiera di un jihadismo che oramai ha perso tutte le connotazioni religiose ed è diventato un fenomeno di marketing.

A dieci anni dalla primavera tunisina ed a trenta dalla Guerra del Golfo, cosa accade oggi In Libia, in Egitto, in Arabia Saudita ma anche in Siria ed in Iraq? In Libia si è concluso positivamente il Forum di Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite, ma il 2021 è un anno delicato per il paese, afflitto da una situazione definita “grave, di conflitto vero e proprio” in cui deve fare conti con l’Egitto, con il Quatar, la Turchia e la Russia…

“Dove portano questi regimi violenti ed autoritari in cui i diritti umani vengono calpestati? - chiede Di Giannantonio al professor Giro - paesi come il nostro devono dialogare con loro o è piuttosto opportuno interrompere rapporti diplomatici ed economici?”. Secondo Giro, l’Italia è una media potenza, con un prestigio internazionale che le consente di essere ascoltata: quello che, da pacificatore sarebbe opportuno, è procedere con la “public diplomacy”, ovvero portare insistentemente sui tavoli internazionali le questioni più importanti, dall’uccisione di Mario Regeni alla detenzione di Patrick George Zaky: “E poi sì, forse in certi casi si dovrebbe riflettere sui rapporti economici”.

Entrambi hanno poi sottolineato l’importanza di trattare i corridoi umanitari, strategie di dialogo e vie di salvezza non solo per la povera gente in fuga da guerre e regimi, ma modi per consentire una migrazione in cui le persone possano essere accolte e trasformarsi in risorse per il paese di approdo. Vanno individuati modi diversi di risolvere i conflitti che non siano solo ed esclusivamente le guerre: non si tratta di mero pacifismo, ma di esportare e supportare un modello democratico umanista “accessibile e percorribile”.

C’è una considerazione di fronte a tanti conflitti, che si può e si deve fare: dove ha portato la guerra in Siria se non a metà della popolazione sfollata o rifugiata e ad un territorio distrutto? I valori cristiani, ben specificati nella Lettera Enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco, dovrebbero aiutare ad instaurare un dialogo di pace, di umanità e di uguaglianza sui tavoli internazionali.

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