Arolla, inchiesta chiusa: verso l'archiviazione?

| Lo rivelano i media svizzeri ma le conclusioni della procura Vallese sono ancora incerte. Nuove testimonianze sulle ultime ore del gruppo italiano investito dalla tempesta. La polizia: "Erano tutti ben equipaggiati"

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Le conclusione dell’indagine della procura del Vallese sulla tragedia di Arolla del 1 maggio 2018 (sette alpinisti italiani morti e due feriti) la anticipano i media svizzeri, in particolare le nouvelliste.ch, L’indagine sarebbe stata finalmente stata completata. Il sistema giudiziario dovrebbe pubblicare quanto prima le sue conclusioni, firmate dal procuratore Ludovic Schmied. “Secondo le nostre informazioni, sembra che stia prendendo forma una chiusura del caso”, forse un’archiviazione delle ipotesi di reato. Ma la formula non è chiara. Bisognerà attendere ancora qualche giorno per sapere se questa tragedia vada attribuita alla responsabilità degli organizzatori (deceduti a loro volta) oppure a una serie di imprevedibili fatalità.

Sempre il media svizzero aveva riportato le testimonianza di altri sopravvissuti, autori di dichiarazioni che sembrano andare in contro-tendenza, riaprendo così polemiche che si ritenevano sopite, riportate anche dal periodico ”L’illustré", sempre a proposito dell'organizzazione della spedizione. 

“La guida italiana responsabile del gruppo di dieci escursionisti ha rifiutato di controllare alcune delle attrezzature come i passamontagna, il sacco per dormire all'esterno o un piccolo faro GPS con segnale di emergenza. Se la decisione di effettuare la traversata non è stata presa in serenità, è stato in quel momento che la guida ha informato il gruppo che la Cabane des Vignettes (nella foto) era piena. ‘Se il tempo è buono, scenderemo ad Arolla. Altrimenti, tenteremo la fortuna alla capanna, anche se significa dormire a terra", avrebbe detto la guida prima di lasciare la capanna dei Dieci. 

Lungo la strada, come sappiamo, il gruppo ha incontrato quattro francesi persi nella tempesta. Quest'ultimo ha seguito la guida italiana nonostante l'apparente riluttanza. Ma i francesi, invece di continuare sulla cresta mortale, si fermarono 70 metri a monte di una conca dove poter scavare un riparo nella neve e trovare rifugio. I quattro sopravvissuti tornarono a casa senza nemmeno essere ricoverati in ospedale. 

 

Per gli escursionisti in difficoltà, un'ultima speranza era apparsa sotto forma di un tubo di alimentazione di acqua per la Cabane des Vignettes, che avrebbe potuto guidarli verso la salvezza, spuntato dalla neve pochi metri sopra il tracciato, a pochi minuti di distanza . Ma l’insperato filo di Arianna era scomparso ben presto alla vista, cancellato dal whiteout. “Questo episodio ha fatto dire ad uno dei testimoni che la guida non sapeva dove stava guidando il gruppo o che non era mai stato sulla Haute Route”. Lo stesso testimone contraddice anche la tesi che la guida fosse caduta da una rupe, sarebbe morto di stanchezza quando è andato a cercare aiuto in una montagna che era "diventata un labirinto, in cui chiunque può fare qualsiasi cosa”. In Val d’Hérens, il gruppo italiano "Uno di loro" avrebbe dovuto raggiungere la capanna Nacamuli in Valpelline, dall’altra parte del confine. L'altro, composto da francesi, doveva raggiungere Arolla attraverso il Pigne, su uno dei percorsi della Haute Route. Tutti gli alpinisti erano ben equipaggiati, ha accertato senza ombra di dubbio  la polizia cantonale, contraddicendo così alcuni testimoni. 

Tornano di nuovo le drammatiche circostanze delle operazioni di soccorso. Quel lunedì mattina, un gruppo di escursionisti che avevano trascorso la notte al sicuro alla Cabane del Vignettes, sentirono nel silenzio dell’alba le urla di chi chiedeva aiuto. Erano le 6,30 quando furono allertati i soccorsi. Una decina di persone erano immobili su una lastra di ghiaccio, stroncate dall’ipotermia. Tre, alla fine, i superstiti.

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