Cambridge, la spia che consegnò Giulio ai sicari

| La conversazione ascoltata tra uno 007 egiziano e un collega ("Abbiamo ucciso il ragazzo italiano"), conferma le indagini della nostra Intelligence. Regeni indicato come un "provocatore" dei Servizi inglesi

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MICHAEL O'BRIEN

Il caso Regeni. La notizia di ieri è la storia dello 007 che capta una conversazione provata tra uno degli agenti della NS egiziana in cui si ammette che Giulio fu sequestrato e poi ucciso dai servizi di sicurezza egiziani perché creduto una spia inglese. La notizia di oggi è però che la spia al servizio dell’antiterrorismo egiziano potrebbe essere ancora attiva a Cambridge, nell’ambiente universitario in cui Giulio era perfettamente inserito e di cui - evidentemente - si fidava. E’ questa la convinzione che la nostra Intelligence coltiva, e non da oggi. Quando il ricercatore ottenne la borsa di studio e una piccola somma da utilizzare sul “campo”, qualcuno (o qualcuna) inviò una mail con gli estremi dell’accordo, poco prima della partenza per l’Egitto, al Cairo, nella sede blindata degli agenti NS. Con che criterio il giovane italiano fu invitato a fare una analisi dei nuclei ostili al governo di Al Sisi, tra tra l’altro nel periodo della rivolta in piazza Tahir, fonte di altissima tensione nel Paese? Quanto meno una pericolosa e imprudente stranezza. Chi diede a Giulio i nomi e i dati sensibili delle persone da contattare? Perché andò alla riunioni sindacali più monitorate dagli agenti NS, facendosi persino fotografare? Forse era convinto di avere una solida copertura. Ma purtroppo non fu così. 

Resta il fatto che Regeni fu individuato a colpo sicuro, non appena arrivato nella capitale egiziana: le confidenze del capo di una frazione sindacale degli ambulanti alla polizia locale possono avere avuto, in un secondo tempo, il valore di una conferma indiretta dei sospetti. Quell’uomo voleva dei soldi per “curare la moglie ammalata” e il povero Giulio, in video, tenta di spiegargli che quel denaro non poteva essere dato così, a titolo individuale. Tanto da indurre l’ambulante a denunciarlo poche ore dopo.

Gli inquirenti di Roma ora chiedono l’ennesima rogatoria ai colleghi egiziani. E’ facile prevedere che la storia potrebbe non avere alcun seguito: per l’Egitto il caso è chiuso. Non ci sono prove contro ufficiali e sottordini dei Servizi indagati in Italia, compresso lo 007 autore dell’incauta confidenza a un collega, di fronte a un uomo che conosce l’arabo, nel corso di un meeting internazionale sul terrorismo. Lo ha rivelato il Corriere. 

Il funzionario reo-confesso (“L’abbiamo picchiato, anch’io, sul volto”) è uno dei cinque che la Procura di Roma ha già iscritto sul registro degli indagati, cioé il generale Sabir Tareq, il colonnello Uhsam Helmy, il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l’assistente Mahmoud Najem e il colonnello Ather Kamal, all’epoca capo della polizia investigativa del Cairo, quello che voleva attribuire la responsabilità della morte di Regeni a una gang di rapinatori, eliminati o giustiziati poco dopo. La conversazione casualmente intercettata sarebbe stata ricca di particolari su come Regeni fu individuato e pedinato per giorni, quindi le intercettazioni telefoniche e ambientali, sino al 24 gennaio 2016, poche ore prima della sua scomparsa, all’uscita di una stazione del metrò: rapito, chiuso in un’auto e infine torturato e ucciso in una base segreta NS.

“Ci convincemmo che era una spia e scoprimmo che il 25 gennaio doveva incontrare una persona che ritenevamo sospetta. Per questo entrammo in azione quel giorno”, aggiunge Repubblica. I nostri investigatori, almeno una parte, sono parecchio contrariati per la fuga di notizie. Avrebbero voluto ancora approfondire nomi e dati sulla rete inglese dei complici occulti della NS. Non solo la spia che lo ha materialmente tradito, ma l’intera cellula di cui fa, o faceva, parte lui (o lei).

 
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