Il giorno degli anarchici

| Torino alla prova del fuoco: da settimane si danno appuntamento all’ombra della Mole antagonisti e black bloc provenienti da tutta Europa. Preoccupazioni da parte della Questura

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Si sono dati appuntamenti in cinque punti della città: a mezzogiorno al parco del Valentino, alle 13:30 al Campus Einaudi, alle 14 a Porta Palazzo e in piazza Benefica, e 14:30 in largo Saluzzo. Da lì, il corteo degli anarchici che ha promesso di “bloccare la città”, si muoverà per riunirsi in un punto non ancora precisato. Un annuncio che da settimane ha messo in allarme la questura, soprattutto per la minacciosa adesione di black bloc in arrivo a Torino da Francia, Germania e Grecia.



Fra i punti caldi l’ex Asilo di via Alessandria, il centro sociale sgomberato lo scorso febbraio dopo 25 anni di occupazione, un atto considerato una provocazione che ha fatto da scintilla alle proteste. Si scatena la guerriglia urbana e l’ex capitale subalpina sembra ripiombare negli anni peggiori della sua storia: devastazioni, autobus e vetture date alle fiamme, gente incappucciata per le strade, fumogeni, danni, rabbia. Come se il tempo fosse tornato indietro di colpo fino al 1998, l’anno del doppio suicidio di Sole e Baleno, i due anarchici coinvolti nell’indagine di Ros e Procura sui “Lupi Grigi”.

Al termine dei disordini undici persone finiscono in manette, e la soddisfazione è palpabile: “Lo sgombero dell’asilo è un’operazione esemplare sia dal punto di vista investigativo sia per l’ordine pubblico della città. Il gruppo esercitava un atteggiamento di controllo del territorio ed è spesso stato protagonista di proteste violente, di aggressioni alle forze dell’ordine, blocchi stradali e cortei improvvisati”, commenta Franco Messina, il questore di Torino. Più lapidario ma ugualmente soddisfatto il vicepremier Salvini, che in un tweet manda i suoi saluti ai centri sociali a cui ha dichiarato guerra: “È finita la pacchia”. 

L’anarchismo a Torino

È una storia lunga, attraversata da nomi e ideali consumati fra bombe, morti, processi e arresti. Storie che sembrerebbero legate a decenni passati, a foto da archivio in bianco e nero. Ma non è così: Torino vive una nuova stagione di proteste e violenze che hanno fatto alzare l’allarme delle forze dell’ordine, perché al fianco dei soliti volti di antagonisti ben conosciuti dalle questure, emergono nomi nuovi, una generazione di “anarco-millenials” all’apparenza inserita nella società civile. Gente con mestieri rispettabili e dalla cultura discreta che sembra voler raccogliere il credo di ideologi come Alfredo Maria Bonanno, 82 anni, catanese, ex cassiere in banca e autore di “La gioia armata”, un manuale considerato il testo base della lotta armata.

Nomi che nessuno conosceva, entrati negli obiettivi delle forze dell’ordine ma per cui al momento non esistono profili e curriculum di imprese criminali. È il segnale che una nuova generazione di antagonisti sta alzando la testa e aggiustando la mira: gente reclutata con un massiccio uso delle piattaforme online per attirare chi era idealmente disposto a saltare il fosso della protesta moderata verso quella più dura. Molti, nella vita precedente della lotta erano più “cittadinisti” e “cacciatori di consenso popolare”, altra post-ideologia convinta che spetti ai cittadini autogovernarsi, concentrata su battaglie sociali e temi popolari come la lotta agli sfratti e agli sgomberi, che hanno trovato terreno fertile nel quartiere “Aurora” di Torino, un triangolo di storia e vecchie case fra la Dora e Porta Palazzo. Ma anche nel CIE di corso Brunelleschi, uno dei 13 centri aperti 2002 dalla Bossi-Fini, da anni epicentro di proteste, eletto a simbolo di una campagna ossessiva e martellante.

Le tre anime torinesi

Ma Torino, per quanto in materia di lotta armata non si sia mai fatta mancare nulla, non si può comunque definire la capitale italiana del braciere anarchico. È più un laboratorio transnazionale in grado di influenzare i movimenti di altre regioni come Umbria, Lazio, Campania, Sardegna e Sicilia. Perfino la lotta alla Tav è un esperimento di infiltrazione, per testare le capacità dello Stato di fronte all’aria di una rivolta partita spontaneamente dal basso, almeno nella prima fase, senza coperture politiche istituzionali.

Scendendo nel dettaglio, sono tre le anime anarchiche all’ombra della Mole: la “FAI” (Federazione Anarchica Italiana) di corso Palermo, il gruppo storico dell’anarchismo italiano, che si identifica nei temi e nella guida di “Umanità Nova”, settimanale fondato nel 1920 da Errico Malatesta, e sempre in prima linea nella lotta, Tav compresa. Una frangia dalla violenza moderata che raccoglie fra i 500 e le 1000 aderenti, con un’età media decisamente alta.

Quindi l’area anarco-insurrezionalista che invece ha il suo ideologo nel trentino Massimo Passamani, 46 anni, (anche lui frequentatore della Val Susa No Tav), fra tutte la frangia più propensa a utilizzare azioni violente come strumento politico, pur cercando il consenso dell’area antagonista sulle battaglie popolari come gli sfratti, gli sgomberi, il caro vita e le complicità di varie aziende che usa l’arma della “repressione”. È il gruppo che ha tenuto a battesimo i centri sociali torinesi, o meglio le “case occupate”, fra cui L’Asilo e il Barocchio, spesso usati come struttura logistica e centri di accoglienza per attivisti dei movimenti europei e black bloc di passaggio in Piemonte. La succursale torinese ha un forte epicentro in Valsusa, dove ha sposato la lotta all’alta velocità.

Per finire con chi ha scelto la violenza su tutta la linea: la “FAI/FRI”, la Federazione Anarchica Informale che ha in mente soltanto di colpire con armi ed esplosivi ogni espressione dello Stato. Nelle sue file ex terroristi rossi (con il fondato sospetto che alcuni arsenali mai ritrovati delle BR siano finiti a loro) e un nucleo di attivisti passati alla clandestinità, una cinquantina, di cui non si sa più nulla e che secondo una recente informativa dei servizi segreti avrebbero scelto come rifugio comunità anarchiche fra Grecia, Spagna e Irlanda, rappresentando l’Italia in una Internazionale Anarchica a cui aderiscono anche gli animalisti di Alf e altre sigle. Su quelle orme, in Italia, ci sono il pescarese Alfredo Cospito e la torinese Anna Beniamino, due dei 23 anarchici attualmente sotto processo per “Scripta Manent”, dal nome dell’operazione che raccoglie un’enorme quantità di documenti cartacei e digitali di diversi esponenti del Fai/Fri fra cui Cospito e Nicola Gai, il “Nucleo Olga” che nel 2012 ha gambizzato Roberto Adinolfi, manager dell’Ansaldo Nucleare.

In tutto, contando i tre segmenti in cui si frammenta l’area anarchica piemontese, il numero di militanti-attivisti va compreso in una forbice fra le 3.000 e le 5.000 persone. Il numero in realtà sale e scende in base alle occasioni, agli obiettivi e alle manifestazioni di lotta. Un mix di umanità varia di età media, fra i 35 e i 45 anni: universitari, studiosi e professionisti, qualche avvocato e soprattutto insegnanti, la faccia più proletaria della società, mescolata con ex tossicodipendenti e immigrati clandestini, perché la marginalità - per una volta - è una ricchezza, non un aspetto negativo.

Ma non è solo lotta, sia chiaro: l’area anarchica produce anche cultura, inneggia alla musica techno estrema, al rap o trap, una volta al punk, e ama rispolverare ritmi etnici dell’Occitania o musiche celtiche, che mettevano in musica le rivolte medievali contro signori e preti. Una sorta di celebrazione pagana dell’agognata terra libera, il cui spirito ancora sopravvive nelle comunità anarchiche della Val Pellice e dell’Alta Val Susa, da Exilles a Chiomonte: non a caso dove c’è il cantiere più volte attaccato della Tav.

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