Pensioni, una lunga storia italiana

| La riforma pensionistica che tante polemiche sta sollevando è solo l’ultima di una lunga serie iniziata nel 1898 per un ristretto numero di lavoratori dipendenti. Da allora tanti i cambiamenti, non sempre apprezzati dall’opinione pubblica

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di Marco Belletti

Leggere di pensioni oggi può provocare una crisi isterica a più di un lettore, visto il costante innalzamento dell’età minima, i requisiti sempre più complicati da soddisfare, l’elevata incertezza e la gran confusione che circonda questo tema.

Quest’anno le regole per andare in pensione hanno subito diversi cambiamenti rispetto al passato per i lavoratori iscritti alla previdenza pubblica obbligatoria. Le novità sono la cosiddetta “quota 100” (la possibilità di ritirarsi con 62 anni e 38 anni di contributi) e le pensioni anticipate, con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini o con 41 anni e 10 mesi di contributi le donne, indipendentemente dall’età. Nessun cambiamento per la pensione di vecchiaia, con l’età pensionabile che sale e ormai è sempre più vicino ai 70 anni con un minimo di 20 anni di contributi. 

Si tratta di cambiamenti significativi, percepiti dai cittadini come epocali, ma in realtà non è la prima volta che il sistema pensionistico nazionale subisce variazioni profonde.

La storia della previdenza italiana inizia nel 1898 con la fondazione della “Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”, un’assicurazione volontaria integrata dai contributi di Stato e imprenditori. Una ventina d’anni più tardi, appena terminata la prima guerra mondiale, l’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia diventò obbligatoria, con un bacino di circa 12 milioni di lavoratori.

Immediatamente prima del secondo conflitto mondiale, nel 1939, furono introdotti alcuni importanti perfezionamenti: le assicurazioni contro la disoccupazione e la tubercolosi, gli assegni familiari, le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o a orario ridotto, il limite per la pensione di vecchiaia (60 anni per gli uomini e 55 per le donne) e la reversibilità a favore dei superstiti dell’assicurato e del pensionato.

Il cambiamento successivo risale al 1952 con la legge n° 218 del 4 aprile che adeguò i trattamenti pensionistici e riformò l’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti. La pensione rimane contributiva con la cosiddetta “integrazione al minimo”, con la quale ai pensionati con ridotta anzianità contributiva è garantita una pensione minima per una sopravvivenza dignitosa.

Alla fine degli anni Cinquanta l’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, fu progressivamente estesa a lavoratori autonomi, coltivatori diretti, artigiani e commercianti.

Per un ulteriore cambiamento al sistema pensionistico è necessario attendere il 1969 e la presentazione, il 24 giugno, di un disegno di legge intitolato “Norme per la tutela della libertà e della dignità dei lavoratori” proposto dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale Giacomo Brodolini, che morirà pochi giorni dopo, il 10 luglio, a neppure 49 anni. Con questa riforma fu adottata la formula retributiva e il calcolo della pensione fu collegato allo stipendio percepito negli ultimi anni di lavoro. Inoltre, furono introdotte le pensioni di anzianità per chi non aveva l’età pensionabile, pur avendo 35 anni di contribuzione, e quella sociale per gli over 65enni senza reddito. Infine, le pensioni furono automaticamente rivalutate in base all’indice dei prezzi al consumo.

Nel 1975 la “perequazione” delle pensioni fu agganciata oltre che ai prezzi anche ai salari: questa rivalutazione permise di mantenere inalterato il potere di acquisto della pensione, con un meccanismo grazie al quale la pensione era adeguata annualmente all’aumento del costo della vita, secondo l’inflazione rilevata dall’Istat. Questo sistema (che rimase in vigore fino alla riforma di Amato del 1992) permise una effettiva tutela del valore reale delle pensioni ma con un forte aggravio per i conti pubblici. Tra l’altro, negli anni Settanta e Ottanta influirono sulla spesa pensionistica le cosiddette “baby pensioni”, erogate dallo Stato a lavoratori del settore pubblico che avevano versato contributi previdenziali anche solo per pochi anni, con la possibilità di ritirarsi dal lavoro con età intorno ai 40 anni.

A partire dai primi anni Ottanta i vari governi dell’epoca cercarono senza troppo successo di mettere a fuoco sistemi per eliminare i punti problematici del sistema, come età pensionabile, collegamento percentuale alla retribuzione, retribuzione, cumulabilità con altri redditi e formula di indicizzazione. L’unico intervento rilevante realizzato in quegli anni fu la riforma delle pensioni di invalidità, legge n° 222 del giugno 1984: stabilì che solo la situazione sanitaria legata alla incapacità lavorativa del richiedente era rilevante ai fini della concessione della prestazione.

Durante la decima legislatura non furono presentate proposte di riforma ma solo approvate alcune leggi: la n° 88 dell’8 marzo 1989 che introdusse la gestione per gli interventi assistenziali e di sostegno e la n° 233 del 2 agosto 1990 che equiparò il calcolo della pensione degli autonomi a quella dei lavoratori dipendenti, pur con versamenti sproporzionatamente inferiori.

Inoltre, la nuova legge ha disposto, a partire dal 1° luglio 1990, che le pensioni fossero calcolate sulle contribuzioni versate dal 1982, applicando alla media dei redditi degli ultimi dieci anni (indipendentemente dai versamenti effettuati prima) un coefficiente di rivalutazione del 2 per cento ogni anno di iscrizione, con un massimo di 40 anni. Fu molto forte l’impatto sociale e lo scontro sul piano politico di questa riforma, tanto che il Ministro Guido Carli che la firmò minacciò le dimissioni pur di vederla applicata.

Fino al 1992 il sistema previdenziale continuò a basarsi su due pilastri: le pensioni di anzianità e di vecchiaia e sugli automatismi di calcolo di tipo retributivo. I lavoratori maturavano il diritto alla pensione di vecchiaia raggiungendo i 55/60 anni di età e i 15 anni di contribuzione mentre per la pensione di anzianità erano necessari 35 anni di contribuzione. Tutti avevano diritto a una pensione calcolata sulla base della retribuzione degli ultimi 5 anni.

Con l’obiettivo di riordinare i costi e adeguare il sistema previdenziale alla nuova struttura sociale, la riforma Amato del 1992 (dal nome del capo di Governo dell’epoca, Giuliano Amato) intervenne in tre ambiti: l’età pensionabile, i requisiti minimi di contribuzione e la retribuzione media pensionabile.

L’età pensionabile per le pensioni di vecchiaia dell’Inps fu gradualmente innalzata a 60 anni per le donne e a 65 anni per gli uomini, con almeno 20 anni di contribuzione necessaria. 

Pur lasciando invariata la modalità retributiva di calcolo, il decreto Amato intervenne sulle modalità con cui determinare l’importo della pensione: fu abbandonata la media dei redditi degli ultimi 5 anni di lavoro per quella degli ultimi dieci anni e – per chi sarebbe entrato nel mondo del lavoro a partire dal 1° gennaio 1996 – dell’intera vita professionale.

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