Quando su divorzio e aborto, il popolo era sovrano

| Il primo referendum in Italia risale al 1946 ma è dagli anni 70 che, con una lunga serie di quesiti abrogativi, sempre più spesso si ricorre a questo strumento elettorale. La disaffezione dei cittadini negli ultimi anni

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di Marco Belletti

Immaginate una classe delle scuole medie inferiori in una cittadina italiana, senza casi sociali particolari tra gli studenti, tutti ragazzi studiosi e coscienziosi, cui piacciono i loro professori, soprattutto quella di storia e educazione civica, di cui si fidano particolarmente.

Immaginate che questa docente alla prima ora entri in classe e che inizi a parlare: “Cari ragazzi, oggi è una giornata molto importante per tutti noi. Vi porrò un’alternativa su ciò che potremo fare questa mattina e voi potrete scegliere ciò che preferite senza nessun impedimento”.

Creata una certa suspense, la prof continua: “Potete scegliere liberamente se uscire tutti in cortile e trascorrere la mattinata giocando, leggendo, chiacchierando… in poche parole divertendovi… oppure, ecco l’alternativa, potete optare per restare in classe a ripassare in vista della difficile verifica scritta di matematica programmata per domani. Tranquilli, ho parlato con il collega professore: mi ha assicurato che, nel caso scegliate di passare la mattinata in cortile a giocare, domani ne terrà conto nel valutare i vostri lavori e non ci sarà nessuna insufficienza!”.

Se non l’unanimità, molto probabilmente sarà molto elevata la maggioranza dei ragazzi che sceglierà di uscire in cortile. Del resto, si tratta di dodici/tredicenni cui viene offerta la possibilità di divertirsi senza doversi preoccupare degli esiti dell’esercitazione del giorno dopo: nel caso di persone maggiorenni abituate a esprimere la propria opinione con il voto, la situazione sarebbe molto diversa…

Per capire la differenza di comportamento, immaginate di fare un piccolo salto indietro nel tempo, fino al 23 giugno 2016, e di essere in una cabina elettorale con in mano una scheda che recita: “Il Regno Unito dovrebbe restare un membro dell’Unione europea o dovrebbe lasciare l’Unione europea?”

Immaginate che una parte dei politici dell’opposizione (ai quali tutto sommato vi piace prestare ascolto visto che quanto fatto dal Governo negli ultimi anni non è che sia stato molto soddisfacente per voi) vi abbiano tempestato di informazioni positive sul fatto che – finalmente! – il Regno Unito tornerà ai fasti dell’impero, che ad abbandonare l’Unione europea ci saranno soltanto vantaggi economici, che il vostro Paese smetterà di stanziare fondi per la comunità senza ottenere niente in cambio, che il tunnel sotto la Manica smetterà di vomitare extracomunitari in arrivo dal continente e che soprattutto il costo da pagare per questa cosiddetta Brexit sarà abbondantemente recuperato nel giro di pochi mesi! Di fronte a queste promesse che hanno l’aspetto di affermazioni inconfutabili, come potete anche solo immaginare di votare per restare nell’Europa unita?

Un’arma in mano alla gente

Il referendum deve il suo nome al latino, lingua in cui significa “per riferire”, ed è lo strumento con cui i governi chiedono agli elettori di esprimere la propria opinione su particolari proposte, come per esempio scegliere tra la repubblica o la monarchia, tra il sì o il no all’obiezione di coscienza, se restare o lasciare l’Europa.

Dal 1946 a oggi gli italiani si sono dovuti esprimere su 72 referendum nazionali. Così come la petizione e il disegno di legge di iniziativa popolare, il referendum è uno strumento con cui si garantisce la partecipazione diretta dei cittadini alla vita politica nazionale. Nel nostro Paese prevalgono quelli abrogativi, con lo scopo di abolire una legge o un decreto legislativo: sono stati ben 67. Perché il risultato sia valido, per i referendum abrogativi è necessario il quorum del 50 per cento +1 degli aventi diritto.

Nell’immaginario collettivo nazionale, i due referendum abrogativi che certamente hanno lasciato più il segno risalgono il primo al 1974 – quando gli italiani furono chiamati a decidere se abrogare la legge Fortuna-Baslini con cui era stato introdotto in Italia il divorzio – e il secondo al 1981, quando fu chiesta sia l’abrogazione di alcune norme della legge 194 sull’aborto per renderne più libero il ricorso (promosso dai Radicali), sia l’abolizione di altre per restringerne i casi legittimi (promosso dal Movimento per la vita).

Il risultato di battaglie di piazza

Il 25 marzo di 24 anni fa moriva a Milano Antonio Baslini, il deputato liberale che in una lunga carriera politica ha presentato numerosi progetti di legge (contro l’immunità parlamentare, per l’introduzione dell’ora legale, per la riforma del sistema elettorale) il più conosciuto dei quali è senza dubbio quello per la disciplina dei casi di divorzio, poi unificato con quello del socialista Loris Fortuna, divenuto legge nel 1970 e noto come legge Fortuna-Baslini.

Il 12 e 13 maggio 1974 gli italiani andarono alle urne per esprimersi sul primo quesito referendario abrogativo nella storia del Paese: vinsero i no – cioè la legge restò in vigore e non fu abrogata – con una maggioranza del 59,3 per cento e un quorum di votanti pari all’87,7 per cento.

Passarono soltanto 7 anni perché fosse proposto – il 17 maggio 1981 – il referendum abrogativo di parte della legge 194 in vigore dal 1978 sull’aborto pubblico e gratuito, conquistata anche grazie alle battaglie degli anni Settanta del partito Radicale. Obiettivo: cambiare la legge in alcuni suoi aspetti, facendo per esempio cadere la condanna a tre anni di reclusione per chi abortiva o faceva abortire dopo i novanta giorni di gravidanza o eliminando il divieto per le minorenni.

Vale davvero la pena rileggere (o provare a farlo…) il testo sulla base del quale i votanti espressero il loro parere:

«Volete voi l’abrogazione degli articoli 1; 4; 5; 6 lettera b) limitatamente alle parole: “tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro”; 7; 8; 9 comma primo, limitatamente alle parole: “alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 e”, e comma quarto limitatamente alle parole: “l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e”, nonché alle parole: “secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8”; 10 comma primo limitatamente alle parole: “nelle circostanze previste dagli articoli 4 e 6”, nonché alle parole: di “cui all’articolo 8”, e comma terzo limitatamente alle parole: “secondo quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 5 e dal primo comma dell’articolo 7”; 11 comma primo (l’ente ospedaliero, la casa di cura o il poliambulatorio nei quali l'intervento è stato effettuato sono tenuti ad inviare al medico provinciale competente per territorio una dichiarazione con la quale il medico che lo ha eseguito dà notizia dell'intervento stesso e della documentazione sulla base della quale è avvenuto senza fare menzione dell'identità della donna.); 12; 13; 14; 19 comma primo (chiunque cagiona l'interruzione volontaria della gravidanza senza l'osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni.), comma secondo (la donna è punita con la multa fino a lire centomila.), comma terzo limitatamente alle parole: “o comunque senza l'osservanza delle modalità previste dall'articolo 7”, comma quinto (quando l’interruzione volontaria della gravidanza avviene su donna minore degli anni diciotto, o interdetta, fuori dei casi o senza l’osservanza delle modalità previste dagli articoli 12 e 13, chi la cagiona è punito con le pene rispettivamente previste dai commi precedenti aumentate fino alla metà. La donna non è punibile.) e comma settimo (Le pene stabilite dal comma precedente sono aumentate se la morte o la lesione della donna derivano dai fatti previsti dal quinto comma.); 22 comma terzo (salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, non è punibile per il reato di aborto di donna consenziente chiunque abbia commesso il fatto prima dell’entrata in vigore della presente legge, se il giudice accerta che sussistevano le condizioni previste dagli articoli 4 e 6.) della legge 22 maggio 1978, n. 194, recante “Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza”?».

Ebbene, nonostante questo testo di rara capziosità e cavillosità gli italiani decisero che la legge sull’aborto non avrebbe dovuto essere abrogata: la maggioranza fu dell’88,4 per cento a fronte di un quorum del 79,4 per cento dei votanti.

Un calo di interesse

Nel corso degli anni gli italiani si sono disamorati di questo strumento democratico di espressione dell’opinione popolare, calato a percentuali di voto intorno al 23/24 per cento, ben al di sotto quindi del quorum. Questo crollo di interesse è stato causato dall’eccessivo numero di quesiti sui quali gli italiani hanno dovuto esprimersi negli anni, nonostante i temi fossero nella maggior parte dei casi davvero importanti: procreazione assistita, abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, obiezione di coscienza…

Ma forse buona parte della responsabilità di questa disaffezione è quasi certamente dovuta ai politici che oltre a decidere di porre i quesiti in modo quasi mai chiaro – e comunque di difficile comprensione – qualche volta si sono poi rimangiati la volontà del popolo approvando leggi correttive che aggiravano il problema posto dal referendum. È il caso, per esempio, del finanziamento pubblico dei partiti, per cui il 18 e 19 aprile 1993 i votanti furono il 77 per cento degli aventi diritto, che espressero favore positivo all’abrogazione con una maggioranza del 90,3 per cento, tra le più alte mai raggiunte. Ebbene, nel 1996 fu approvata una legge che di fatto reintroduceva il meccanismo del finanziamento pubblico a partiti offrendo ai contribuenti la possibilità di utilizzare il “4 per mille” dell’IRPEF…

Oggi dovremmo essere abituati a fake news, smentite e false promesse, eppure ci sono persone che esprimono opinioni ai referendum senza realmente capire – è il caso della Brexit – che cosa stanno votando. 

Ah, tornando alla classe con cui abbiamo iniziato: per la cronaca, tutti insufficienti gli studenti nella verifica di matematica.

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