Riina è morto, il nero tramonto del "capo dei capi"

| In fin vita nell'ospedale di Parma, al suo fianco moglie e figli, nel giorno del suo 87° compleanno

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"Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo", è scritto nell'Ecclesiaste. E forse, in queste ore, Salvatore "Totò" Riina, 87 anni, in coma dopo due interventi al cuore, infine morto nella notte, era forse consapevole che il suo destino terreno volgeva al termine, e proprio nel giorno del suo compleanno. Era da tempo in un letto dell'ospedale di Parma, nel reparto riservato ai detenuti, l'unico modo per uscire dal tunnel del 41bis. Le ultime ore in Rianimazione. Lo avevano fatto capire, che era ormai vicino all'omega di una esistenza segnata da interminabili catene di omicidi e da stragi di innocenti, senza dirlo in modo esplicito, i suoi legali di fiducia che a giugno avevano chiesto invano la sua scarcerazione per consentirgli "una morte dignitosa". Lo Stato aveva risposto con un no, motivandolo in modo semplice: l'assistenza ospedaliera consentiva il rispetto dei principi umanitari che la Costituzione assicura anche ai detenuti. Muore ancora da "capo dei capi" di Cosa Nostra, "orientato e dalle capacità di capire e di esprimersi", come hanno stabilito i periti sino a pochi mesi fa. E' malato di cuore, in una fase terminale. La moglie di Totò, Ninetta Bagarella, 72 anni, è in contatto con i responsabili del carcere. Così i suoi figli, Giuseppe Salvatore, Giovanni, Lucia e Maria Concetta. In queste ore, il ministro Orlando, ha consentito alla famiglia di stargli vicino in queste ultime ore. L'autorizzazione è già stata firmata. Pochi giorni fa, il 25 ottobre, era morta la sorella di Ninetta, Maria Matilde; il questore aveva vietato i funerali pubblici a Corleone. Poche persone avevano partecipato alle esequie nella chiesa dove la moglie di Riina va tutte le domeniche a messa.
Da mesi ormai il "capo dei capi", che lascia alle sue spalle una scia di sangue che parte dagli Anni '50, con i primi delitti e l'esecuzione di Michele Navarra, nel 1958, il numero uno di quel tempo lontano, versa in precarie condizioni di salute. E' in carcere dopo decenni di latitanza, dal 15 gennaio 1993, quando fu arrestato a Palermo dai carabinieri del capitano Ultimo. Le perizie mediche di maggio e giugno avevano già messo in rilievo le sue gravissime condizioni di salute ma sino a pochi mesi fa, Riina aveva continuato a partecipare alle udienze dei suoi infiniti processi, vigile e attento, e ancora minaccioso, anche in video-conferenza. Ma nel giugno 2017, il suo avvocato, Luca Cianferoni, aveva lanciato un appello per denunciare lo "stato di incompatibilità con la permanenza in carcere".  Ma il Tribunale di sorveglianza di Bologna, nel maggio 2016, aveva deciso che "lo stato di detenzione nulla aggiunge alle sofferenze della patologia, essendo il rischio dell'esito infausto pari e comune a quello di ogni cittadino, anche in stato di libertà". Il suo epigono, Bernardo Provenzano, morì in circostanze simili alle sue, a 83 anni, nell'ospedale San Paolo di Milano, per un tumore. Anche lui restò inchiodato al 41bis sino all'ultimo, quando ormai era in uno stato di semi-incoscienza. Era il 13 luglio 2016. Anche allora il questore di Palermo "per motivi di ordine pubblico" vietò i funerali. E' quasi scontato che saranno adottate le stesse misure anche per "Totò u curtu" o "La Belva", il boss che decise anche la morte di Falcone, Borsellino e degli agenti delle scorte. Ma in Sicilia, a Palermo e Corleone, quel giorno, comunque, non sarà uno qualsiasi.
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