Scrittori nella rete di editori (anche) un po' pirati

| INCHIESTA Abbiamo intervistato alcuni autori alle prese con la pubblicazione del primo romanzo. Editrici in chiaro-scuro, costi e clausole non sempre chiarissime. Il rebus della distribuzione delle copie

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Di Floriana Naso

Hai appena finito di scrivere il tuo primo romanzo e non sai se auto-pubblicarti oppure affidarti a una Casa Editrice, e qui la situazione s’ingarbuglia parecchio. 

“Quali sono le Case Editrici serie?” ti starai chiedendo… 

“Quelle FREE!” ti risponderanno tutti. Ovvero quelle che non chiedono alcun contributo all’autore, nemmeno un euro, né per acquisto copie, né per l’editing o la correzione di bozze.

Purtroppo non sempre l’assenza di contributo è sinonimo di serietà, proprio come non sempre una Casa Editrice che chiede un contributo (minimo) è truffaldina.

Per cercare di capirci qualcosa di più, abbiamo intervistato diversi autori che hanno avuto esperienze nel self-publishing, nell’editoria Free e in quella a contributo, ponendo loro un’unica domanda:

Cosa ne pensi delle Case Editrici che chiedono un contributo agli autori?

Ecco cosa ci hanno risposto:

 

Laura Scaramozzino - Personalmente credo che questo tipo di selezione penalizzi la qualità nell’ambito della scelta di un romanzo. Se il mio testo ti convince insomma, sia a livello di qualità sia in vista di una possibilità di diffusione commerciale, non trovo abbia molto senso chiedermi dei soldi. Una casa editrice fa un investimento, calcolando tutti i fattori – anche quello commerciale è chiaro – e decidendo infine di puntare su di te. Se bastasse pagare, l’editore si trasformerebbe in un mero servizio tipografico. Anche nell’eventualità ci sia comunque una selezione, sarebbe in ogni caso minima perché il fattore contributo diventerebbe il primo o uno dei primi criteri per promuovere un autore magari non disastroso, ma neppure eccelso, soprattutto se consideriamo che il presunto scrittore di talento possa essere un povero una canna, per intenderci. Se posso dare un consiglio orientativo, dico questo: prendetevi il tempo necessario per scrivere ed elaborare al meglio il vostro testo. Cercate una casa editrice che abbia voglia di investire e di fare le cose davvero seriamente. Un editore che abbia almeno un editor, un ufficio stampa, un grafico, idee fresche e innovative e che faccia soprattutto ricorso a una distribuzione su tutto il territorio nazionale. Un editore che faccia pubblicità e insieme all’autore collabori per la maggior diffusione possibile del suo lavoro.

 

Andrea Serra - Non ho esperienza diretta con le case editrici a pagamento, ma ho diversi amici che ci si sono avvicinati e non hanno avuto riscontri positivi. A mio parere una casa editrice a pagamento può avere un senso solo nella misura in cui offre all'autore un servizio reale di editing e promozione del libro. Altrimenti si riduce a mera stampa del libro e tutte le piattaforme di self publishing offrono lo stesso servizio ad un costo molto inferiore. Credo che dietro molte case editrici a pagamento ci siano progetti mirati a sfruttare l'autore senza dare in cambio un autentico servizio. D'altronde anche questo è un business: chi è che non ha un romanzo nel cassetto e sogna di pubblicare il proprio scritto?  

Alessandro Del Gaudio – Io ho avuto diverse esperienze: il mio primo romanzo, pubblicato diciassette anni fa con una casa editrice torinese (anche piuttosto conosciuta), è stato oggetto di un contratto vincolato all’acquisto copie, 250 per l’esattezza. E io, di fronte al sogno della pubblicazione, accettai il gravoso compito di smerciare le copie, in quanto la Casa Editrice non si adoperò in nessun modo per promuovere il libro. Ecco, questa è la vera editoria a pagamento: quando un editore non si impegna a fare promozione, limitandosi a guadagnare sulle copie che ti vende.

Non considero a pagamento quelle Case Editrici che chiedono l’acquisto di un numero limitatissimo di copie, ma che si impegnano a vendere il libro. Ho anche auto pubblicato, stufo di affidarmi a Case Editrici (seppur free) che non mi offrivano alcun servizio editoriale (nessun editing, ufficio stampa e di organizzazione eventi), ed è stata un’esperienza positiva: è stato il romanzo che ha venduto di più. Addirittura oggi stanno nascendo delle piattaforme di self-publishing con delle collane editoriali specifiche, in modo da soddisfare il lettore che ama vedere un marchio editoriale sulla copertina dell’opera.

Questo è un aspetto importante che ci parla della continua evoluzione dell’editoria.

 

Marika Lopa – Sono d’accordo con l’incipit dell’articolo: non sempre una Casa Editrice che chiede un minimo contributo è truffaldina, bisogna valutare cosa offre in cambio. È preferibile che non chieda nulla, questo è ovvio, ma se poi in cambio ti dà anche nulla… per esempio, un mio caro amico autore ha pubblicato recentemente con un editore medio grande, i cui libri sono esposti nelle Feltrinelli e nei Mondadori Store, il quale si è visto richiedere un contributo per la promozione. Ma in quel caso vale la pena, se c’è un ritorno in termini di assistenza, promozione e quant’altro.   

Io ho pubblicato col self-publishing e mi sono resa conto che il lettore poco erudito si affida al marchio editoriale, pensando che l’autore in self sia stato scartato dagli editori. Invece, spesso, si tratta solo di una scelta, soprattutto economica. Spesso l’autore accetta anche contratti poco convenienti pur di avere la riprova sociale che i lettori cercano e giudicano e molte Case Editrici se ne approfittano…

 

Matteo Fais - Penso che facciano, come tutti, il possibile per stare a galla. Chiedere all’autore di sobbarcarsi, in una minima misura, una parte del rischio di impresa molte volte è una necessità. Non si tratta di essere dei truffatori. Se l’editore garantisce una distribuzione vera (cioè, se non deve andare lui materialmente alle poste per ogni ordine), un editing, la presenza in certe fiere, insomma un minimo di lavoro intorno al testo, può essere che debba chiedere l’aiuto dell’autore. Ogni imbecille, poi, è convinto che, una volta che lui ha posato la penna, gli editori lo debbano servire e riverire, portarlo in giro, sbattersi per cercargli i contatti. “Altrimenti”, dice sempre l’idiota, “tanto vale pubblicare!”. Caspita che furbone! Seguendo la sua logica, in Italia pubblicherebbero tre persone e solo quelle che sono in grado di garantire vendite da supermarket – quindi, chiaramente, non i migliori. In verità, spesso queste soluzioni intermedie sono l’unica possibilità per chi non ha santi in paradiso, amici agenti, e via dicendo. Non è il massimo? Pazienza! Chi non ha di meglio corica con sua moglie, come disse un saggio.

 

Federica Vanossi - In base alla mia esperienza e a conferme ricevute da scrittori noti e poco noti, posso affermare quanto segue:

Le case editrici non a pagamento, soprattutto quelle meno conosciute, possono essere utili alla prima esperienza, ma non agiscono sul libro con un editing e non si occupano di diffonderlo. Le presentazioni vengono sollecitate senza alcun aiuto da parte della casa editrice e se la distanza dalla città in cui risiede l'editore è superiore ad un dato numero di chilometri, è tutto a carico dell'autore. Nessuna pubblicità se non sul sito della casa editrice. Insomma non investono sull'autore e presumo pubblichino anche libri di scarso valore, perché guadagnano sulla singola copia venduta e la percentuale corrisposta è irrisoria.

Non ho esperienza di casa editrici a pagamento ma spero che si interessino perlomeno di far conoscere ovunque e con differenti mezzi il libro pubblicato. 

Credo che poter accedere a case editrici conosciute, dopo una non breve espsrienza con auto-pubblicazioni ed editori non famosi, sia la soluzione auspicata da tutti. Non è facile, lo ammetto, ma tentare non nuoce, soprattutto se le critiche al proprio genere di scrittura siano sempre state positive al di là del micro-cosmo di parenti e amici.

 

Floriana Naso

 
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