"Sono cieco", l'urlo disperato della guida

| Ricostruita minuto per minuto la tragedia degli alpinisti partiti da Chamonix per Zermatt la notte del 30 aprile. L'inchiesta della polizia vallese. Per gli svizzeri, negligenze e imprudenza

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di ALBERTO COSIMO FERRO

Cabane des Vignettes, direzione Pigne d'Arolla. Sul crinale roccioso, che corre dal basso a sinistra al centro della foto d’apertura, gli alpinisti (nella foto il giorno della partenza da Chamonix) avevano tentato il loro bivacco d’emergenza. Si erano riuniti dietro una grande roccia 14 persone, 8 italiani, 2 tedeschi e 4 francesi a 3280 metri. Nel cuore della tempesta, Il vento soffiava sino a punte di 200 chilometri all'ora, visibilità zero: quand'è così, le raffiche di neve si infiltrano ovunque. Mettono i loro zaini tra le rocce per creare una barriera e proteggersi dal vento. Alcuni restano in piedi e tentano di muovere gambe e braccia per non restare congelati. Altri, esausti, sono già coricati nella neve. Le donne sono le prime a cedere, alcune a faccia in giù, a contatto con il ghiaccio. Per rimanere svegli, urlano, si chiamano l’un l’altro, invocano soccorsi. Tommaso Piccioli, uno dei tre superstiti (gli altri due sono stati sentiti dalla polizia del Vallese) ha le allucinazioni e vede in lontananza un orso: "C'è un orso - grida - un orso", ma non c'è niente. I medici spiegano che durante la seconda fase dell'ipotermia è facile essere vittima di allucinazioni perché il metabolismo inizia a rallentare, il sangue abbandona gli arti purifichi e tenta di concentrarsi sugli organi vitali: rallentano il battito cardiaco, i movimenti, il cervello. Alla fine subentra una sonnolenza che prelude la morte.

HAUTE ROUTE, PERCORSO CONOSCIUTO

L'Haute-Route, da Chamonix a Zermatt, una meta prediletta dagli sci-alpinisti di tutto il mondo è considerata impegnativa, dura sei giorni e ogni stagione sono centinaia gli escursionisti che la portano a termine senza incidenti.  Ma adesso, la sera del 30 aprile, è l’inferno in terra. Una notte buia e gelida: Kalina Damyanova, la moglie di Mario Castiglioni, il responsabile del gruppo, decide di scavare una buca su un nevaio sotto la roccia per proteggersi meglio dal freddo. Abbandona tutti gli altri che continuano a gridare il loro nome per non addormentarsi. Risuonano nella notte i nomi di Gabriella, Marcello, Betti e Tommaso. Invocano le mamme, i padri, i figli, pregano, imprecano contro la guida che non si vede più. Urlano disperati fino a quando uno dopo l'altro tacciono. La guida alpina ha perso i suoi occhiali da sci, "Sono cieco", urla nel pieno della tempesta. Sono state le sue ultime parole, prima di avventurarsi lungo il sentiero, cadere dalle rocce e morire lontano dal gruppo per le ferite e il freddo. Cercava la strada del rifugio, distante in linea d’aria non più di 500 metri, 15 minuti a piedi. "L'idea che Betti, Marcello e gli altri siano morti per niente mi dilania il cuore". Tommaso Piccioli, il superstite italiano, piange. Era partito con quattro amici di Bolzano: Marcello Alberti, la moglie Gabriella Bernardi, l’insegnante Betti Paolucci e Francesca Von Felben, di Parma, l’infermiere di Como Andrea Grigioni, la guida alpina Mario Castiglioni e la moglie Kalina Damyanova. Le prime quattro tappe passano veloci, con un buon meteo, va tutto bene. La guida è uno che sa camminare, dosare le forze, accordarsi con gli altri, un ottimo sciatore, lo descrive Piccioli.

QUATTRO AMICI ISCRITTI AL CAI

I quattro amici di Bolzano, Tommaso e Betti, Marcello e sua moglie Gabriella, si sono conosciuti al Club Alpino Italiano e hanno già fatto molti tour assieme. Betti aveva curato l'organizzazione della spedizione tra Chamonix e Zermatt e si era rivolta all'agenzia di Chiasso MLG Mountain, acronimo della guida alpina Mario Castiglioni, 59 anni. Erano partiti il 26 aprile. Il gruppo trascorre la serata del quarto giorno nella Cabane des Dix, un rifugio a 2.928 metri. "Si parlava di venti forti e tempeste di neve - ha spiegato Piccioli - la guida ci ha detto che avremmo dovuto comunque partire e semmai cambiare il percorso a seconda della situazione…Siamo partiti alle 5:30, le prime ore sono andate bene. Fino a quando il tempo non è cambiato”.

Quando tira il Fohn, la zona di Arolla è considerata molto pericolosa. Robert Bolognesi, meteorologo di Sion, spiega: "Nella zona tra Zermatt e Verbier si trova l’incrocio dei venti da nord e da sud. Dall'Italia le nuvole invadono i passi, non si sa mai esattamente quando il Fohn si attenua e quando invece si trasformerà in una tempesta". La sua violenza impressionante è nota: nel 1987 ha spazzato via parti della Cabane des Dix. Nel 2000 il Föhn soffiò di nuovo e morirono persone, non principianti ma alpinisti, che si erano preparati alla più dura gara di sci alpina del mondo, la "Patrouille des Glaciers". La guida alpina di Chiasso probabilmente non sapeva nulla di questi precedenti. Nessuno nel Vallese lo conosceva, altrimenti, è probabile che non avrebbe deciso di affrontare la tempesta. "Andiamo a vedere", aveva detto. E' stata una negligenza, almeno secondo il meteorologo Jörg Kachelmann.

LA TEMPESTA NON FU UNA SORPRESA

Quella domenica, tutti in alta montagna erano in grave pericolo di vita, scriveva nel suo blog "Wettermacher". La tempesta non fu affatto una sorpresa: la mattina presto il cielo ha ancora ampi squarci di blu, mentre il gruppo marcia verso il Föhnböen. E’ la tappa più impegnativa dell'Alta Via. Di solito il tour conduce in sei o sette oreattraverso il Pigne d'Arolla fino alla Cabane des Vignettes. Il gruppo di Piccioli invece voleva spingersi molto oltre, verso l'Italia, il Rifugio Nacamuli. Un tour di 10 ore. Ma ben presto la visibilità si era azzerata, le raffiche si erano fatte fortissime. "Avremmo dovuto tornare di nuovo alle Cabane des Dix", dice Piccioli. Invece hanno continuato la marcia nel whiteout, in cui i contorni, gli ostacoli e gli abissi non sono più riconoscibili e l'unica sensazione è di scomparire immersi nel bianco. Piccioli commenta: "E' stata anche colpa mia. Avrei dovuto convincere il gruppo a tornare indietro". Con lui Bruno Alberti, fratello di Marcello Alberti, morto assiderato. E' mezzogiorno, tutto precipita. Piccioli racconta che la guida alpina sembrava esitante, "ha seguito prima una direzione, poi un’altra", sembrava si fosse perso. Per la prima volta Piccioli si accorge di non avere un navigatore GPS, ma solo un telefono satellitare che non funzionava. In questo momento di panico, il gruppo italiano si imbatte in quattro francesi che avevano anche loro perso la strada. Così ora sono in quattordici. "E siccome ero l'unico ad avere un GPS, ho preso l’iniziativa di guidare il gruppo". Tutti lo seguono, i suoi amici, i francesi, anche la guida alpina e sua moglie, ognuno in preda alle sue sofferenze e alla paura che tutto possa finire male.

IL GRUPPO RESTA UNITO

Non c’è tensione, nessuno alterco con Castiglioni, precisa il superstite, anche se nessuno sapeva dove stavano andando. Ricorda di aver attraversato una seconda sella, sotto raffiche che ogni volta li facevano cadere a terra, quando la sagoma della Cabane des Vignettes appare improvvisamente sullo schermo del GPS. Sono momenti quasi di euforia, di sollievo: “Ce l’abbiamo fatta, siamo salvi”, urla ai suoi compagni… "Ho visto sulla mappa GPS che la cabina non era lontana, ma non quanto fosse difficile il percorso". Il joystick non funzionava più, "Non potevo più ingrandire". I suoi occhiali da sci erano congelati, non riusciva più a vedere niente. In realtà, anche se la distanza era di circa 500 metri, per raggiungere il rifugio avrebbero dovuto oltrepassare un crinale, in un tratto molto pericoloso. Così uno sci-alpinista s’è assunto la responsabilità della vita e della morte di 13 sciatori, mentre  la guida alpina, perso l’orientamento e con l’attrezzatura inutilizzabile cede, come si dice, il comando. In un comunicato dell'associazione italiana delle guide alpine si legge che era perfettamente equipaggiato con GPS, telefono satellitare e smartphone con mappe topografiche. Ma Piccioli insiste: “Ero l’unico con il GPS. L'ostilità verso la tecnologia è qualcosa tipica degli italiani”. La guida alpina aveva 59 anni, la sua è una generazione poco attenta alle evoluzioni tecniche, osserva. Ogni guida deve avere la mappa, la bussola e il GPS come dotazione di base, il telefono cellulare e una radio per la comunicazione. In Svizzera la ricezione dei segnali è quasi totale. Poi il dispositivo della chiamata d'emergenza, in grado di inviare Sos via satellite, un cosiddetto faro o spot.

Oggi Tommaso Piccioli ha molti e drammatici rimpianti: “Avrei dovuto studiare le difficoltà del tour, in anticipo. Perché non è stato così? Ecco perché hai una guida. Ci siamo affidati a lui”. L’avvocato Bruno Alberti, il fratello del defunto Marcello, rileva che la polizia vallesana non ha trovato alcuna prova che la guida alpina abbia prenotato al Nacamuli. Nessuno sapeva del loro arrivo, dunque non si poteva dare l’allarme per il mancato arrivo in serata.

TRAGICO ORRIBILE EPILOGO

Le ore passano in una marcia inutile. La visibilità è pari allo zero. Il gruppo è stanco, la notte scende quando si decide di cercare rifugio dietro le rocce, in un luogo però esposto, in mezzo al vento. Sarebbe stato meglio scavare una trincea nella neve più in basso e cercare riparo, ma le donne non possono più andare avanti. Hanno ceduto. Sono 14 le persone che credono di trovare protezione dietro le rocce. Il meteorologo Jörg Kachelmann spiega che i venti sono diventati sempre più forti verso sera e hanno raggiunto “una violenza catastrofica" con raffiche fino a 200 chilometri all'ora. Inizia l'effetto gelo, si parla di temperature percepite, non misurate, perché il freddo ora è ancora più pungente. Penetra senza pietà da uno strato isolante all'altro: gorgiera, pile, lana merino, fino alla pelle nuda. Secondo Meteoschweiz, le temperature sono pari a -20 gradi Celsius.

Kalina Damyanova non si vedeva più. "Mi sono lasciato andare un paio di volte. Sembrava che non ci fosse altra scelta che morire, poi ho pensato a mia moglie e mi sono alzato. Per lei”. Per ore sentì l'amico Marcello chiamare il nome della moglie "Gabriella! Gabriella”, già stesa nella neve fino a quando Marcello non tace. "Se tua moglie muore, toglie ogni speranza”. Tommaso Piccioli all’alba non capiva più quello che stava succedendo intorno a lui. Allucinazioni, ricordi d’infanzia, ma il vento era finito. Ha visto le rocce, la gente a terra coperta di neve, senza vita.

LE CINQUE FASI DELL’IPOTERMIA

L'esperto di ipotermia Beat Walpoth di Ginevra spiega le cinque fasi dell'ipotermia: "La nostra temperatura normale è di 37 gradi, "se scende, il nostro corpo viene messo in allerta: la prima fase è di 35-32 gradi, il tremito  genera calore, il cuore batte più velocemente, la pelle diventa più pallida. Nella seconda fase a 32-28 gradi, l'esaurimento si fa sentire, il polso rallenta, i muscoli si indeboliscono. Sotto i 28 gradi si parla di ipotermia grave: fase tre, il congelamento diventa letargo e si scivola verso la morte. Nella quarta fase il corpo è freddo e rigido.

"La morte per congelamento è lenta, relativamente bella". Si perde coscienza. Molti suicidi prenderebbero sonniferi e si siederebbero al freddo. Ai soccorritori appare un spettacolo orribile: i corpi sono come incollati alle rocce, ricorda Pascal Gaspoz, responsabile delle operazioni di soccorso. Nessuno si muoveva. La distanza dalla Cabane è di 500 metri, a piedi circa 15 minuti. Poiché il terreno è troppo ripido, l'elicottero non può atterrare. Gaspoz e il medico dell'ambulanza vengono deposti, sono i primi a far parte del gruppo. Hanno 14 feriti, circa la metà sono incoscienti, gli altri sono coscienti dopo 21 ore nella tempesta. Tommaso Piccioli è certo: "Non è stata solo la sfortuna a causare la tragedia. Oppure la volontà di Dio. Sono state decisioni fatali e la mancanza di controlli”. La Svizzera è leader nel settore nel recupero dei pazienti con ipotermia profonda. Lo spiega Beat Walpoth: “In passato, le persone gravemente ipotermiche erano state dichiarate morte prematuramente. Allo stesso tempo anche chi è in coma da tempo può sperare di essere salvato". Per il riscaldamento viene utilizzata una macchina cuore-polmone. Permette al sangue freddo di passare attraverso e pompa di nuovo nel corpo con pressione, ossigeno e calore. Ma per sette dei 14 escursionisti era troppo tardi. 

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