Torino sui livelli allarmanti di Pechino 350 mila veicoli fermi, rischio blocco

| È l'invito fatto ai cittadini dal Comune, per mettere una pezza di fronte ad un'aria resa irrespirabile dalle polveri sottili che ristagnano da settimane sulla Pianura Padana

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Tutti a casa, con le finestre ben chiuse e ogni tanto una capatina in garage, per dare un'occhiata alla macchina e ricordare i bei tempi in cui si poteva prendere e guidare liberamente.

Al momento semplici ricordi di anni che furono, perché la qualità dell'aria sulla Pianura Padana non cambia, e guardando al cielo non sembra ci siano speranze che lo faccia breve. Anzi, le prime nebbie, qualche foschia e un sole che quest'anno non vuole mollare rendono quel che respiriamo una marmellata di PM10 che ha raggiunto e doppiato i limiti di legge, fissati in 50 mcg/mc e da giorni assestati su quota 114.

Un problema che si ripete ogni anno puntuale, ma reso ancora più preoccupante da temperature ancora accettabili che non richiedono l'accensione dei riscaldamenti. A breve, quando succederà - è quello che si chiedono un po' tutti - a cosa dovremo rinunciare ancora?

Così, al pari di metropoli asfissianti come Pechino, dove la raccomandazione ai turisti - ovviamente ironica - è di visitarne le bellezze ma trattenendo il respiro, anche a Torino sono scattati inviti inquietanti e finora inediti: evitare di aprire le finestre e di fare attività fisica all'aperto, spostamenti brevi nelle ore meno trafficate e dita incrociate fin quando un Giuliacci qualsiasi annunci l'arrivo di pioggia e/o vento.

Non va meglio in Lombardia, dove in sette province (Milano, Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova, Lodi, Monza e Pavia) sono scattate le stesse misure antismog, previste dall'accordo del bacino padano stilato dal Ministero dell'Ambiente con Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

Secondo "Legambiente", attualmente sono 24 le città italiane fuorilegge, da nord a sud (visto che anche a Napoli è attivo il blocco del traffico), in cui lo sforamento giornaliero dei 50 microgrammi per metro cubo ha superato i 35 giorni.

Un documento, intitolato "Mal'aria", mette Torino al primo posto, con 66 giorni di superamento dei parametri, seguita da Cremona con 58, Padova con 53 e Milano con 50: quanto basta per dare sui nervi a Bruxelles, che lo scorso aprile aveva minacciato l'Italia di non fare abbastanza per ridurre il livello delle polveri sottili. L'unica risposta che il nostro paese ha saputo mettere insieme sono le solite misure impopolari, varate alla meno peggio per mettersi al riparo da possibili class action dei cittadini, e comunque ben lontane dall'idea che possano risolvere la situazione. Ciò che ci si ostina ad evitare sono riforme strutturali profonde e strategie a lungo termine che sappiano fronteggiare uno dei peggiori effetti collaterali delle variazioni climatiche.

Quello che fanno gli altri

Guardando la situazione in altri paesi, dove è usanza darsi da fare anche quando l'emergenza finisce, c'è di che provare invidia: è il caso dell'Inghilterra, dove oltre ad un miliardo di sterline investite per favorire la mobilità elettrica, entro due anni i "black-cab", i celebri taxi londinesi saranno elettrificati, mentre il 2040 sarà l'ultimo anno di vendita dei veicoli diesel. Da quella data in poi, si attrezzi chi deve, perché sotto il cielo di Her Majesty il gasolio sarà bandito.

Da applauso anche il Belgio - di recente imitato anche dalla Francia - dove per incentivare i cittadini all'uso della bicicletta, dal lontano 1997 il governo sborsa 25 centesimi per ogni km percorso: con 10 km al giorno di sane pedalate, a fine mese si portano a casa fra i 50 ed i 60 euro. A proposito di Francia, dal luglio dello scorso anno, le auto immatricolate fino al 1997 non possono più entrare nella cerchia urbana di Parigi. Per finire con la Spagna, dove sostare con il motore acceso significa rischiare 100 euro di multa: una delle tante misure adottate dal piano della qualità dell'aria varato a Madrid.

Via i diesel: basterebbe?

Il mondo dell'auto è una sorta di paziente psicolabile affetto da una grave forma di bipolarismo: da una parte è vivamente consigliabile cambiare vettura quanto più spesso sia possibile, pena massacrare mercati e Pil, ma dall'altra, appena acquistata si diventa degli untori da fermare ad ogni costo. Oggi, secondo decennio del nuovo millennio, il nemico numero uno è il gasolio: è l'UE in persona a dichiarare guerra al diesel, minacciando i marchi di attrezzarsi per tempo, prima che a metterci mano siano i burocrati di Bruxelles. E forse non è un caso, se lo scorso settembre, le vendite delle auto a benzina fra i 28 partner europei hanno superato i diesel: non succedeva dal 2009.

Il sospetto, perché a vivere di sospetti ci hanno abituato, è che si tratti dell'ennesima crociata per dare una mano alle vendite, che ristagnano come l'aria della Pianura Padana. Anni fa era stato l'esatto contrario: i motori benzina inquinano, e allora tutti con il diesel, che grazie alle meraviglie dei filtri antiparticolato, sono puliti come i bambini dopo il bagnetto. 

Morire d'aria

Nove milioni di morti ogni anno in tutto il mondo, sessantamila solo in Italia: ben peggio di quanto facciano malaria, Aids e tubercolosi messi insieme. Una strage silenziosa di gente che non ha alcuna colpa, se non quella di vivere in città e respirare, semplicemente. Per dirla in modo anche peggiore, un decesso ogni sei è legato a malattie cardiovascolari e respiratorie, infezioni gastrointestinali, tumori, presenza di parassiti, tossine e sostanze chimiche. Un bollettino di guerra svelato in ogni passaggio in un rapporto della "Lancet Commission on Pollution & Health", in cui si evidenzia che oltre al costo di vite umane, già di per sé inquietante, si aggiungono strascichi economici che incidono di diversi punti percentuali sul Pil. Negli Stati Uniti, gli sforzi fatti per migliorare la qualità dell'aria, hanno ridotto i decessi per malattie cardiovascolari e respiratorie, trasformandosi in 30 dollari netti di guadagno per ogni dollaro investito nel lontano 1970.

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