Carlo Turati: l’uomo condannato all’ironia

| Autore di decine di libri e spettacoli teatrali, dopo aver lavorato con i più grandi cabarettisti italiani di “Zelig” e dintorni, si è deciso a dare alle stampe il suo primo romanzo, “La carezza della mantide”

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“Ho scritto un libro che forse potrei anche voler leggere. Non è una frase mia, ma la trovo perfetta”. Non c’è niente da fare: Carlo Turati è impastato con la stessa materia di cui è fatto l’umorismo, soprattutto il più sottile, a scoppio ritardato, che si infila ovunque. A quello non rinuncia mai, neanche di fronte al legittimo (ma misurato) orgoglio del suo primo romanzo, “La carezza della mantide” (Solferino, 352 pagg, 19 euro).

Laureato alla Bocconi in Economia aziendale, dove anni dopo finisce per scavalcare la barricata diventando un docente, 63 anni, due figlie, Turati ha incrociato il mondo del cabaret ormai parecchio tempo fa, alla metà degli anni Ottanta, quando diventa autore di “Hansel e Strüdel”, duo comico composto da due nomi destinati alla popolarità: Giacomo Poretti e Marina Massironi, ai tempi sposati. Quando il duo si scioglie Giacomino prosegue per un po’ da solo, fin quando incontra i due terzi che mancavano per completare il check-in di un viaggio lungo e fortunato: Aldo Baglio e Giovanni Storti. 

Turati diventa uno degli autori dei trio più celebre d’Italia, dando il via ad una carriera che lo porterà ad immergersi totalmente nel mondo del cabaret, genere che in quegli sta vivendo una seconda giovinezza dopo l’epopea della generazione di Verdone e Troisi, i pionieri che alla fine degli anni Settanta erano letteralmente esplosi con “Non Stop”, uno dei programmi di culto della televisione italiana.

I tempi sono diversi ma in fondo sempre uguali, quando nel 1996 Turati approda a “Facciamo Cabaret”, nient’altro che il prologo del travolgente successo di “Zelig”, il leggendario templio del cabaret di viale Monza 140, a Milano, che andrà avanti fino al 2016, consacrando alla comicità un’altra generazione di veri fenomeni della risata.

Carlo Turati collabora alla stesura di 11 libri e una trentina di spettacoli teatrali, adattando il suo stile alla comicità di Dario Vergassola, Diego Parassole, Marco Della Noce, Antonio Cornacchione, Pino Campagna, Flavio Oreglio, Antonio Ornano, Antonello Taurino, Checco Zalone e tanti altri.

“Con qualcuno di loro, pur piacendomi, non sono mai riuscito ad entrare in sintonia artistica, ad esempio Ficarra e Picone, che adoro letteralmente. Con altri invece mi adattavo facilmente allo stile narrativo e tutto diventava più semplice: Aldo, Giovanni e Giacomo su tutti, c’era una grande sintonia. Poi c’erano quelli che appartenevano ad un’altra categoria, comici con cui non c’era grande feeling, ma quando c’era da scrivere mi riusciva ugualmente. Visto nell’insieme sono stati rapporti fatti di discussioni e grandi litigate, ma anche di immense serate con amici veri, dividendo successi e amarezze”.

Qualche ricordo particolare?

“Tutte le prime volte di uno spettacolo nuovo, magari davanti al pubblico di una grande sala. Ho sempre vissuto la stessa emozione di chi stava per entrare in scena e sapeva di giocarsi tutto. Il 16 gennaio 1996, la sera del debutto de “I Corti”, il primo spettacolo di Aldo, Giovanni e Giacomo, nasceva la prima delle mie due figlie, ed ero letteralmente travolto dalle emozioni”.

Ultimamente, Zelig e forse il cabaret hanno perso lo smalto di quegli anni…

“Ma no, non è invecchiato il cabaret, quello funziona sempre: siamo invecchiati noi, non andremmo più bene per fare un programma che parla a gente che ne ha 30 di meno. La formula era giusta, Zelig aveva un impianto teatrale molto solido: c’era il balletto, il momento di magia, il cantante ospite, i comici, la musica, avevamo reinventato il varietà, letteralmente. La dimostrazione è arrivata nell’agosto dello scorso anno, quando Mediaset ha riproposto le repliche di due vecchie puntate di Zelig, e malgrado l’Italia fosse in vacanza sono riuscite a fare milioni di spettatori. La verità è che purtroppo non abbiamo saputo gestire un cambio generazionale”.

Per questo ti sei deciso a scrivere finalmente per te stesso?

“Avevo voglia di farlo, mi dicevo lo fanno in tanti, perché tu no? All’inizio pensavo ad un “noir”, perché subivo la fascinazione del genere, poi ho mollato le redini e mi sono lasciato guidare dall’intuito, senza per forza cercare un finale ad effetto. D’altra parte è la storia - un po’ forzata - di una famiglia a geometria variabile, la mia. Con un padre a cui, contrariamente al solito, un giudice nella causa di divorzio assegna le due figlie e si ritrova nella difficile condizione di un maschio adulto che deve far fronte alle esigenze e alla crescita di due adolescenti a cui non sa parlare, perché in genere per certe cose ci pensa la mamma: di colpo, il bagno si riempie di creme depilatorie e assorbenti, mentre amiche e fidanzati vanno e vengono senza sosta. Finirà, a prezzo di grandi fatiche e di silenzi annegati nel gin-tonic, col capire che gli è stato offerto un privilegio riservato a pochi. È così che scorrono due storie parallele: la prima, quella di un uomo che invecchia e la seconda, quella due ragazze che hanno fretta di mordere la vita. In mezzo una malattia che lo costringe a diverse rinunce, ma ha come premio veder crescere le sue ragazze”.

Allora è vero che i figli invecchiano?

“È vero, ma secondo me non come il celebre monologo di Matteo Torre: ti invecchiano perché ti costringono a fare i conti col tempo. Anche se oggi il sistema patriarcale su cui si reggevano le famiglie si è polverizzato: ci sono nonni che portano i nipoti a vedere i Pearl Jam, mentre i miei nonni non l’avrebbero mai fatto. I nostri figli sono dentro le nostre vite più di quanto lo fossimo noi con quelle dei nostri genitori: dovesse dire chi fosse e cosa facesse esattamente mio padre non saprei dirlo”.

La parte più difficile di questa storia?

“La fatica di far capire loro che la mia non era gelosia: non mi dava fastidio pensare che prima o poi avrebbero fatto sesso con qualcuno, ma piuttosto che fosse la persona più giusta, almeno in quel momento, qualcuno che lo meritava davvero”.

E la più facile?

“L’ironia, quella ha aiutato molto tutti e tre, credo sia un bene genetico di famiglia. Saper sorridere, sdrammatizzare, dare il giusto peso alle cose è una lezione di vita che è servita a me, servirà alle mie figlie più avanti e spero, perché no, possa servire per scoprire qualcosa a chi leggerà il libro”.

Potrebbe diventare uno spettacolo teatrale?

“Potrebbe, anche se lo immagino più sotto forma di film, o forse come una fiction”.

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