Il virus passerà, la povertà no

| Ivano Abbruzzi, direttore generale della “Fondazione L’Albero della Vita”, racconta come la pandemia abbia tolto il velo ad un’Italia sommersa estremamente povera, fatta di famiglie che faticano a sopravvivere

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Di Germana Zuffanti
Fin dal principio gli esperti hanno alzato la soglia di attenzione sugli effetti collaterali della pandemia e del lockdown imposto per la lotta al virus. E adesso più che mai, dopo settimane di blocco forzato, è necessario proporre soluzioni e alternative: gli effetti economici ma anche quelli psicologici e di disagio, aprono tristi spiragli verso gesti estremi o il pericolo di un nuovo dilagare della criminalità.

Si assiste forse un po’ impotenti alle scelte del Governo che cerca di proteggere le categorie più deboli, anziani, donne, bambini, ma non può entrare nel merito degli spaccati sociali, anche quelli più improbabili. Il lavoro per moltissime categorie si è fermato e la povertà aumenta, cambia volto, crescono le file di quelli che non hanno più di che vivere, le maglie del bisogno si allargano e accolgono sempre più persone. La pandemia ha tolto il velo su molte realtà di degrado, sulle insofferenze legate agli ambienti familiari e sociali.

Queste difficoltà, rese note anche dalle cronache, hanno fatto nascere nelle nostre città una rete di solidarietà incredibile, prima che ancora arrivasse la “longa manus” di chi ci governa. Ci sono organismi importanti come la “Caritas Italiana” - insieme a tante altre forme di aiuto, individuali e collettive - che, con i suoi centri diocesani e i volontari, ha lanciato la campagna “Emergenza Coronavirus: la concretezza della Carità”.

Tra le tante anche la “Fondazione L’Albero della Vita” che, nata nel 1997 con l’obiettivo di proteggere la vita dei bambini in difficoltà e trasformare il disagio in una nuova opportunità, oggi si occupa di sostenere chi si trova in difficoltà per colpa dalla pandemia. Ce ne parla il Direttore Generale della Onlus, il dottor Ivano Abbruzzi.

Di cosa si occupa la Fondazione?

L’Albero della Vita si occupa dal 1997 di bambini a rischio di marginalità sociale, privati dalla povertà dei loro diritti essenziali, dalle violenze ricevute, dall’essere costretti alla migrazione. Promuove interventi a livello nazionale e internazionale che mettono al centro l’educazione come strumento di promozione dello sviluppo e della crescita di bambini e adulti, di famiglie e comunità intere.

Cosa fate concretamente in questa fase di emergenza? Stanno davvero emergendo “nuove povertà”?

Dal 2011 abbiamo attivato un programma nazionale di contrasto alla povertà assoluta che colpisce da anni oltre 1 milione 200 mila bambini in tutta Italia. Il nostro programma abbraccia tutta la famiglia dando supporto (cibo e materiali scolastici), ma soprattutto sostegno alla genitorialità, accompagnamento educativo ai bambini (nella scuola e nel tempo libero), aiuto ai genitori in un progetto di uscita dalla povertà fatto di formazione e inserimento lavorativo.

In questo momento di grave crisi sociale che accompagna la diffusione del Covid-19 stiamo fronteggiando una forte emergenza alimentare dando buoni spesa alle famiglie chiuse in casa senza più denaro né cibo, dotiamo di tablet i bambini più poveri e offriamo sostegno alla didattica online per famiglie che non hanno connessione e competenze.

Le necessità più emergenti oggi sono sicuramente quelle legate alla dimensione più materiale dell’indigenza, perché la povertà più forte che fronteggiavamo in passato si è ancor più acuita e, prima di tornare ad interventi promozionali e di inclusione sociale, occorre fronteggiare il tema della sicurezza alimentare. Al contempo occorre non abbassare lo sguardo sulla dinamica dell’assistenza e comprendere che avremo più poveri nel nostro paese e le debolezze di ieri del sistema saranno ancor più quelle di domani: un paese dove gli interventi di contrasto alla povertà (oggi il reddito di cittadinanza) non hanno saputo ancora mettere in campo progetti di inclusione sociale e l’inserimento lavorativo, sarà ancora più complesso in realtà socio-economiche già ieri molto deboli. Pensiamo a chi aveva lavori saltuari, a chi si stava immettendo nel mondo lavorativo, a chi ha una famiglia da assistere o neonati che avrebbero avuto di certo un futuro, precario sì, ma almeno con delle prospettive. Oggi l’emergenza Covid ha messo in ginocchio tante piccole realtà e ha cambiato, come dicevamo, le dinamiche lavorative e sociali tanto difficilmente curate anche a livello di intervento sociale.

C’è una diversità territoriale o i bisogni sono uguali dalla Lombardia alla Sicilia?

Ad oggi abbiamo raggiunto più di 1000 famiglie fra Milano, Legnano, Genova, Napoli, Catanzaro e Palermo. Il nostro lavoro con le famiglie in povertà affronta contesti con diversi livelli di degrado e comunità più o meno identificabili con i quartieri in cui vivono che hanno identità e localizzazione geografica a volte molto marcate.

L’intervento però affronta povertà molto simili e quindi andiamo a lavorare spesso con famiglie che vivono in una casa occupata senza le utenze di base, dove il nucleo è monogenitoriale e le tipologie di lavori (oggi in buona parte sospesi) sono le medesime: pulizie, badante, piccola carpenteria, etc.. Le caratteristiche socio-economiche sono spesso molto simili e raccontano un’Italia dove la povertà assoluta è molto più diffusa di quanto ci sembri e riguarda di sovente anche il nostro vicino di casa, anche se spesso non ce ne accorgiamo. In queste realtà è necessario arrivare soprattutto in questi momenti, in cui alla situazione precedente si è aggiunto il disagio legato alla malattia ed alle perdite economiche ad esso collegate. A breve parteciperemo ad un convegno che verrà pubblicizzato sui social sulle “nuove povertà” in cui porteremo la nostra esperienza, il nostro impegno e la volontà di attivare ulteriori iniziative a sostegno dei più bisognosi.

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Il virus passerà, la povertà no - immagine 1
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L'INTERVISTA
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